Diario di un cammino a ritroso

Come un pugno di ciliegie. Una stazione chiama l’altra, sulla “via dolorosa” siciliana. Volevo semplicemente andare a vedere, o a rivedere alcuni luoghi. E coincidenza vuole che lo dovessi fare nel tempo più caldo, segnato da incendi quasi sempre dolosi: come al solito, come ogni anno, anche prima della catastrofe climatica in cui siamo immersi.

Quando si arriva al porto di Palermo via traghetto e si va in direzione mare-per-i-palermitani, e cioè Mondello, Cinisi, Terrasini, c’è una tappa in cui ci si reca solo se si vuole. E’ infatti una strada senza uscita, ed è per questo – credo – che è stata scelta da “cosa nostra” corleonese (non voglio uscire maiuscole) nella seconda strage dei giudici. Via Mariano D’Amelio,  in cui furono straziati i corpi di Paolo Borsellino e di cinque persone della sua scorta, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli. 19 luglio 1992.

Impossibile comprendere la strage di Capaci senza soffermarsi sulla strage di via D’Amelio. Non è stata vendetta, come non lo era stata la prima: è stato un pervicace attacco allo Stato per disarticolarlo, e solo nella reiterazione delle stragi l’idea di spezzare la saldezza delle istituzioni poteva avere abominevoli chance. Questa è la mafia, in qualsiasi modo e luogo si presenti, anche sotto mentite spoglie. Deve rompere le regole che tengono assieme le istituzioni, per poter sperare di avere la meglio.

Ecco perchè sono andata a via D’Amelio, subito dopo essere scesa dal traghetto. L’avevo “vista” solo nei video, quindi dall’alto. L’avevo anche vista in verità, per via indiretta, attraverso la foto tessera di Emanuela Loi, appesa nel commissariato Libertà di Palermo, dov’ero entrata perché la polizia ci aveva chiamato, dopo il furto del portafogli di mio marito. Era stato recuperato da un cittadino di Palermo e portato in commissariato. Nostro figlio, molto piccolo, chiese chi era quella signora la cui foto era appesa nell’ufficio di guardia, all’ingresso. E il poliziotto, intimidito e commosso per quella domanda, gli rispose che era una sua collega “che ora non c’era più”.

Avevo a questo punto bisogno di vedere per comprendere, comprendere ancora di più, nonostante dieci anni della mia vita trascorsi nella Sicilia interna e periferica, con tutto quello che ha significato. Un insegnamento, su tutti: a Roma, nella capitale grande e che tutto ingoia, ci sono le dinamiche politiche, qui hanno nome e cognome, e attraverso questo bagno nelle piccole realtà meglio – dunque – si possono capire le dinamiche senza una faccia. Via D’Amelio ha schiarito un po’ di foschia, anche se tanta strada mi tocca ancora fare.

In un percorso temporale a ritroso, sono poi andata verso Cinisi, per impegni che con la “via dolorosa” nulla entrano. È una dimensione straniante e nello stesso tempo d’abitudine. Si percorrono strade, e ci si imbatte nelle lapidi della nostra storia comune e collettiva. Mi ha sempre impressionato quanto Capaci sia a suo modo discreta, quasi invisibile, nonostante sia segnata da due imponenti steli di granito con i nomi degli uccisi della strage del 23 maggio, i giudici Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, assieme agli uomini che li proteggevano facendo loro da scorta, Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonino Montinaro. Una singolare discrezione che è propria dell’antimafia di cui parlava Paolo Borsellino, anche nel famoso discorso di denuncia e commiato alla biblioteca di Casa Professa. Una discrezione di fronte alla quale quasi tutti (il quasi è d’obbligo) si soffermano, con un ricordo o con un segno della croce accennato mentre continuano a guidare sullo stesso nastro d’asfalto che conduce, ora, non più a Punta Raisi, ma all’aeroporto Falcone-Borsellino. Per entrare a Palermo dalla “via d’aria” occorre ricordarli, i nostri uccisi dalla mafia, i nostri eroi a buon diritto.

Foschia d’umidità, pesantissima, oggi, dopo giorni del caldo infernale nel nostro clima cambiato a causa nostra. La Montagna Longa appare paurosa, più che maestosa, e non solo per quell’incidente aereo del 1972, il più grave della storia dell’aviazione civile, 115 morti,  che doveva dire già molto sulla decisione di mettere l’aeroporto di Palermo proprio lì, nel territorio di Cinisi. E controllato dal boss Tano Badalamenti. Lo aveva denunciato Peppino Impastato, accusando il potere mafioso per un aeroporto deciso già negli anni Cinquanta. È uno dei cuori delle denunce contro Tano Badalamenti, da cui lo separavano i “cento passi” di distanza.

Non c’ero mai andata, sulla strada dei “cento passi”. Mi era bastato saperlo, leggerlo, vedere video e fotografie. Così, ci sono andata, per concludere i “sepolcri” di stamattina, dopo essere entrata a Palermo per la “via di mare”. Una strada così simile a quelle della Reggio Calabria antica: le porte a persiana, per poter stare a veglia sul  suolo pubblico, il marciapiede, dunque il luogo comune. Persiane, ovunque, attraverso le quali si guarda e si osserva senza essere visti.

Ora è tutto risignificato, per fortuna, e quei cento passi sono segnati anche da piastrelle di ceramica con le frasi dei martiri di tutte le mafie. Come quella di padre Peppe Diana, ammazzato dalla camorra: “non è consentita ai cristiani nessuna neutralità”. È il rovello di oggi, pensando a Gaza. E Gaza c’è (come potrebbe non esserci?) con la grande bandiera palestinese appesa alla porta-persiana dell’Associazione Peppino Impastato. C’era anche il 22 settembre, Cinisi e la storia di Peppino Impastato e i cento passi e l’educazione all’antimafia: tra chi chiuse per aderire allo sciopero generale nazionale per Gaza, il 22 settembre 2025, ci fu anche la famosa e buonissima pasticceria Palazzolo. Dove oggi, con gioia, ho preso un buon caffè e un panetto di pasta di mandorle “all’antica”.

Sul muro di cinta del Comune di Cinisi c’è il banner della campagna R1pud1a di Emergency. “Questo comune aderisce a R1pud1a”. Questo comune ripudia la guerra, come recita la nostra Costituzione.

Tutto si tiene, soprattutto qui, in terra di Sicilia. Il massimo del male, il massimo del bene. Anche la quasi certezza di non farcela, a spezzare le consuetudini incistate nella nostra storia italiana e pre-italiana fatta di feudalesimi, sudditanze, privilegi e poteri soverchi. Ogni tanto le lapidi e le date servono a ricordarcelo, e a pensare a chi si è ribellato a quel cappio orrendo, pur avendo – come tutte e tutti noi – paura di “non farcela”. È come dargliela vinta. E non va bene.

[oggi le foto le ho tutte scattate a Cinisi. Valgono per tutti i “sepolcri”]