“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico”. Per capire cosa significa E1, possono aiutare stavolta i vangeli. La frase del vangelo di Luca, che introduce alla parabola del Buon Samaritano, incarna fisicamente la parola fine alla soluzione dei Due Stati, già moribonda da oltre vent’anni, e definitivamente defunta subito dopo. Una foglia di fico su cui noi, tutte e tutti, diplomazia internazionale compresa, ci balocchiamo per non fermare lo stato che in questi decenni e ancora oggi sta rendendo giorno dopo giorno impossibile l’araba fenice dei “Due Stati”, con ogni violazione possibile. Il genocidio di Gaza, la sostituzione etnica e l’annessione in corso in Cisgiordania, l’urbicidio lungo la costa del Mediterraneo orientale, da Gaza sino a Tiro.
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico”, dunque, e all’incirca duemila anni fa non aveva grandi problemi a “scendere” dalle colline attorno alla Gerusalemme antica e ad arrivare in una delle più antiche città del mondo. Gerico. Ora circondata da colonie israeliane e dalla morsa delle forze armate che, da decenni appunto, hanno già messo in atto un vero e proprio corridoio di colonie e zone militari lungo il confine con la Giordania. Impossibile uno Stato di Palestina. E lo hanno scritto ogni anno, per anni, i consoli europei a Gerusalemme alle loro capitali, alla loro diplomazia centrale, ai loro governi.
La Zona E1 è lungo la superstrada Gerusalemme-Gerico, proprio di fronte all’enorme colonia di Maaleh Adumim che sovrasta la città di Gerusalemme verso oriente, e alle propaggini di Gerusalemme Est. È un’area che si trova alle spalle dei quartieri palestinesi, dunque ben dentro la parte orientale della Linea Verde. Nel paesaggio delle colline glabre che introducono al deserto, la E1 è ben visibile all’occhio di chi guida, appunto, sulla superstrada Gerusalemme-Gerico. La stessa del Buon Samaritano. È lì che si impone alla vista, infatti, l’enorme edificio a forma di cubo del quartier generale del distretto di polizia di “Giudea e Samaria”.
Per capire quanto è vecchia e consolidata l’impunità in cui hanno navigato tutti i governi israeliani, laburisti e likudisti, bisogna proprio guardare alla E1. La storia inizia infatti nel 1999, quando viene approvato da parte della municipalità israeliana di Gerusalemme il piano regolatore della Zona E1 che prevedeva, allora, centinaia di unità residenziali e dieci alberghi. Praticamente un gioco da bambini, rispetto alle migliaia di unità residenziali approvate ora. Alla fine del 2012, il governo presieduto da Benjamin Netanyahu reitera la sua volontà di dare corpo al piano regolatore: una decisione che danneggia l’intera Cisgiordania poiché chiude a tenaglia Gerusalemme Est e comprime la popolazione palestinese dentro un utero, delimitato dal Muro di separazione, dall’incombente colonia di Maaleh Adumim, dai checkpoint che canalizzano l’ingresso dei palestinesi a Gerusalemme.
Nei rapporti dei consoli europei a Gerusalemme, che è possibile leggere ovunque sul web e pure da molti anni, la Zona E1 è stata sempre presente. Non è cosa di ora, non è iniziata il 7 ottobre 2023. E Hamas non c’entra nulla. La dichiarazione congiunta emessa ieri da Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Norvegia e Canada, e bontà sua anche l’Italia, è solo l’ultimo dei “buffetti” dati a Israele da decenni sulla zona E1. Perché stavolta il governo di Tel Aviv è passato ai bandi per la costruzione di oltre un migliaio di unità abitative. È cosa fatta, e capo ha.
In un rapporto di 14 anni fa (ripeto: 14 anni fa, era sempre il 2012) BTselem, il centro israeliano di informazione per i diritti umani nel Territorio palestinese occupato, tracciava un quadro già chiarissimo. “La messa in opera del piano riguardante la Zona E1 avrà significative ripercussioni per l’intera popolazione della Cisgiordania, […]. La costruzione dentro la E1 ridurrà ancora di più il corridoio già stretto che collega la parte Nord con quella Sud della Cisgiordania e impedirà la creazione di uno stato palestinese con contiguità territoriale. La costruzione di un insediamento nella Zona E1 chiuderà Gerusalemme Est [proprio] verso oriente e la unirà ai quartieri israeliani costruiti a nord della Città Vecchia”.
E a rendere ancor più evidente che siamo alle ultime battute della chiusura di Gerusalemme ai palestinesi, c’è un pezzo di terra che si trova tra Maaleh Adumim e la Zona E1. una collina di cui poco si sa. Jabal al Baba, la Collina del Papa. È la sommità di un’altura proprietà di un papa, dunque del Vaticano. La vicenda risale al 1964, quando papa Paolo VI, eletto da pochi mesi al soglio pontificio, compie un pellegrinaggio storico in Terrasanta. Ad Amman Paolo VI fu ricevuto dall’allora giovane re Hussein bin Talal. Non è solo un dettaglio: la Giordania controllava allora la West Bank e soprattutto Gerusalemme, che Hussein descriveva spesso nei suoi discorsi come la “capitale spirituale” del regno. In anni nei quali la monarchia hashemita voleva costruire e consolidare la sua legittimità come custode dei luoghi santi musulmani e cristiani, quale miglior gesto se non quello di regalare un pezzo della Terrasanta al papa cattolico? La collina è, peraltro, di fronte ad Azzariyah, o Betania, dove si trova la Tomba di Lazzaro, e dunque anche la casa delle sue sorelle, Marta e Maria. Jabal al Baba, la “Collina del Papa”, è dunque frutto del capitolo della storia di Gerusalemme precedente al 1967 e che, però, segna ancora il presente.
Le autorità vaticane si sono interessate poco, almeno all’apparenza, alla Collina del Papa. Per Israele, l’altura di fronte a Betania – dove corre il Muro di Separazione – è forse l’ultimo lembo di terra necessario a chiudere la partita su Gerusalemme, unire Maaleh Adumim alla città e impedire in modo definitivo ai palestinesi di viaggiare tra Betlemme e Ramallah.
Dalla Locanda del Buon Samaritano, da Khan al Ahmar e la sua scuola di gomme, persino dalla Zona E1, Gerusalemme è solo un’idea. Una città che ancora non si vede e alla quale ci si approssima – se si crede a un Dio – con l’animo gonfio di domande e di emozione. Eppure, Khan al Ahmar, Maaleh Adumim, la E1 sono il cuore del destino di Gerusalemme, sono i simboli fisici del confronto e dell’occupazione, incomprensibili all’occhio del turista o del pellegrino, invisibili agli occhi del mondo che legge Gerusalemme con altre chiavi interpretative.
Per comprendere la Gerusalemme reale, invece, non servono le normali e infinite guide turistiche, dettagliatissime nel definire ogni singola pietra con un seppur flebile legame religioso. Occorrono cartine, planimetrie e piani regolatori. Perché è ancora il 1948 a essere il cuore della questione. Sin da quando, e solo per pochi mesi, Gerusalemme si trovò a essere una bolla dentro la guerra israelo-palestinese, un corpo urbanistico da separare dalla nuova composizione territoriale della Palestina del Mandato britannico.
[per comprendere ancora di più cosa significa chiudere Gerusalemme, e consolidare la sua conquista da parte di Israele, in violazione di tutti gli accordi e le risoluzioni dell’Onu, potete leggere un libro che ho scritto nel 2013 e ho aggiornato nel 2022. “Gerusalemme senza Dio. Ritratto di una città crudele”, pubblicato da Feltrinelli. Perché Gerusalemme è e sarà il cuore di tutto, non solo simbolico]
La foto è conservata presso la Library of Congress a Washington. Fondo fotografico Eric Matson