Comunicare o morire. Su Fatema Mernissi, in memoriam

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Il viaggio, a un certo punto, diviene un atto necessario. Ineludibile, se si vuole affrontare la contemporaneità, arrivare alla fine del mondo, conoscere ciò che c’è oltre le colonne d’Ercole. Doveroso, se l’obiettivo è superare indenni i canti delle sirene. Il viaggio è riconoscere, con umiltà, che si ha bisogno di coloro che si incontrano lungo il cammino per leggere i segni della realtà, e comprendere dove sta andando il mondo.

Aveva – per questo – una bisaccia colma di miti e di storie, Fatima Mernissi. E uno sguardo limpido e aperto sulle strade, le segrete stanze, le periferie del suo Marocco. Fin troppo semplice – eppure così calzante – dedurre che il mito fondativo arabo di Shehrazade fosse stato un compagno fedele, nella vita di colei che ricorderemo come la più grande sociologa marocchina, una delle più grandi intellettuali mediterranee del XX secolo. I mille e uno viaggi della parola, costruiti con sapienza da Shehrazade, sono sempre stati il tratto distintivo dell’abilità affabulatoria di Fatema Mernissi, così come la cifra del suo lascito.

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