Morire una mattina a Jenin

“Per me Jenin non è una storia effimera nella mia carriera o persino nella mia vita personale. È la città che può sollevarmi il morale e aiutarmi a volare. Incarna lo spirito palestinese che talvolta trema e crolla e poi, oltre ogni immaginazione, si rialza per seguire le sue traiettorie e i suoi sogni”.

Shireen Abu Aqleh, This Week in Palestine, ottobre 2021

Cento chilometri. Appena cento chilometri separano Jenin da Gerusalemme. Jenin, in cui stamattina presto è stata uccisa con un colpo alla testa Shireen Abu Aqleh, la più nota giornalista televisiva palestinese, e Gerusalemme, la città in cui era nata, per la precisione nel quartiere di Beit Hanina, a est della linea verde, molto vicino a Ramallah. Eppure, per lei era proprio Jenin, in cui ha perso la vita, la città che

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Una scuola, le ruspe, “il prossimo tuo”

Le notizie che arrivano da Khan al Akhmar sono tristi, dure, insopportabili. Le ruspe sono giunte nel piccolo villaggio di beduini proprio di fronte alla Locanda del Buon Samaritano, lungo la strada che da Gerusalemme conduce, in una manciata di chilometri, a Gerico. Hanno l’ordine, stabilito dalla corte suprema israeliana dopo oltre dieci di battaglia legale, di distruggere una scuola. Sì, una scuola. Niente di più e niente di meno. Una scuola costruita per i bambini del villaggio di lamiere e pezzi di legno, in mezzo al deserto. Una scuola costruita con i soldi italiani ed europei grazie al

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La radio racconta

Ho sempre amato Wikiradio, una di quelle trasmissioni che restituiscono alla radio il fascino del tempo in cui era uno dei pochi mezzi di diffusione di massa del racconto. Wikiradio, nello specifico, sta peraltro assolvendo a un compito di documentazione di cui potrebbe beneficiare anche la scuola.

Mi hanno chiesto di raccontare Edward Said.

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Non li abbiamo protetti, i nostri figli

Confesso un dolore, e una impotenza. In questa stagione di violenza, a Gerusalemme, gli agnelli sacrificali sono quasi sempre giovani. Ragazzi. E’ successo anche ieri. Tre ragazzi palestinesi ammazzati per mano israeliana, rispettivamente da un colono, la polizia di frontiera, l’esercito. Palestinese il ragazzo che ha ucciso tre coloni israeliani dentro un insediamento in Cisgiordania.

Riesco a malapena a sopportare la vista di quelle foto, bei ragazzi, istruiti, nella toga che si indossa nella cerimonia per il diploma di maturità. Il Tawjihi, meta ambita per le famiglie e i loro figli. La maturità, la porta di ingresso nel mondo. Quella porta di ingresso gli è stata sbattuta in faccia, ieri, per Gerusalemme. Per Gerusalemme, per una città che è allo stesso tempo casa e identità, terra e politica, appartenenza e sofferenza quotidiana.

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La linea rossa, a Gerusalemme

 

Le immagini mostrano più delle parole, ormai da tempo. Mai, mai almeno negli ultimi 15 anni, Salaheddin Street è stata così simbolica. La strada commerciale di Gerusalemme est, la strada che conduce a una delle Porte della Città Vecchia meno conosciute ma più frequentate dalla popolazione palestinese. Salaheddin street, la strada che finisce, proprio accanto alle Mura antiche di Solimano il Grande, con il posto di polizia israeliana e l’ufficio postale dove (senza alcuna privacy) i palestinesi di Gerusalemme votarono nelle elezioni politiche del 2006. Salaheddin street, la strada più vivace di Gerusalemme est, è diventata stamattina una moschea a cielo aperto. Le immagini mostrano una strada piena di fedeli, giù fino in fondo, fin dove può arrivare l’obiettivo.

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Quando Barenboim si difende a corrente alternata

Due volte ho avuto l’onore e la fortuna di assistere a concerti di Daniel Barenboim. Mai in Italia. Sempre in Medio Oriente.
Sempre in Israele/Palestina.
Una volta a Gerusalemme. Una volta a Ramallah. Una volta per gli israeliani, a Gerusalemme ovest, nel centro per le convention di fronte alla centrale degli autobus.

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Binh Duong e la vecchia strategia

No, non scrivo oggi di Gaza e della strage degli innocenti palestinesi in corso da oltre tre settimane. Lascio la parola ad Amira Hass e a Gideon Levy, a Michele Giorgio e Ayman Mohieldin, a Ben Wedeman e ai colleghi del Guardian. Ai grandi giornalisti che sono dentro la Striscia di Gaza, professionisti di vaglia, …

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