(Nuovo) Fronte Popolare. Quando la scelta del nome è tutto

Corso di storia dei partiti politici. Se la memoria non mi inganna, esattamente 40 anni fa. Il primo corso di Paolo Spriano appena arrivato alla facoltà di Lettere della Sapienza di Roma. Argomento del corso: i fronti popolari in Europa, in particolare il caso francese e spagnolo. Un corso tanto bello da essere rimasto stampato nella mia formazione. Nella memoria collettiva ci sono passaggi che rimangono, forti. Sono un imprinting, sono parte di noi.
Quando Il Nouveau Front Populaire (NFP) è stato formato, un mese fa, ho capito che stava succedendo qualcosa di importante. Riprendere quel nome, Fronte Popolare, definiva l’urgenza in tutta la sua potenza. Non c’era più tempo da perdere, ed era per questo che era stato scelto quel nome. L’unità delle forze socialiste e di sinistra, allora, contro il fascismo che aveva già mostrato il suo volto: in Italia, in Germania, e anche in Spagna. Non c’era tempo da perdere, allora. E anche oggi, in una Francia molto diversa, e con pezzi di società che allora non c’erano (in primis, l’immigrazione che tanta parte ha nella Francia del terzo millennio).
La scelta del nome indica l’urgenza, e allo stesso tempo indica quanto nella memoria collettiva ci siano pietre miliari che ritornano, nella costruzione della cittadinanza. Certo, a votare c’è anche chi, per origini familiari, forse non ha sentito parlare dei fronti popolari della metà degli anni Trenta del Novecento in Europa. Ha però sentito che il momento era arrivato, di uscire di casa, fermare la destra, fare la propria parte. Questa vittoria è tutta nella storia francese, e nella storia antifascista europea.
L’immagine (da Wikipedia):“Le Populaire”, journal du parti socialiste SFIO.Cette image provient de la bibliothèque en ligne Gallica sous l’identifiant ARK bpt6k822285x, Journal “Le Populaire”, n° 4831, 4 mai 1936.

Un premio

Il 22 giugno alle 17.30 succede questo, a Roma, all’interno del Festival della Letteratura di Viaggio. Succede che mi hanno assegnato il Premio Kapuściński 2024 (per la scrittura) per il mio Hamas. Dalla resistenza al regime, Feltrinelli.

Sono onorata, stupita, e sento tutto il peso della responsabilità, per questo premio. Credo sia il riconoscimento di un lavoro lungo, certosino, nato quando questi temi non erano da prima pagina. L’unica cosa che penso, da giorni, è che questo premio lo aveva ricevuto nel 2012 Alessandro Leogrande. Rimpianto, tanto, divenuto troppo presto per molti di noi lo spirito guida.

Ricevere un premio nel nome di Ryszard Kapuściński assieme a Wael Dahoudh, il capo dell’ufficio di Gaza di Al Jazeera, assume per me un significato speciale. Un significato che in molti, moltissimi aspettavano da tempo, in Italia. Wael Dahdouh, al Jabal, la “montagna” come lo chiamano i suoi colleghi, è diventato – ahimè, senza desiderarlo – il simbolo di tutti i giornalisti palestinesi di Gaza, di quelli ancora vivi che da otto mesi non hanno smesso un giorno di informarci, di mostrare l’orrore e la carneficina, in condizioni indicibili. E dei colleghi morti, ben oltre cento, tra giornalisti, cameraman, fotografi, operatori dell’informazione. Per il Comitato internazionale di protezione dei giornalisti (CPJ) sono almeno 102 i giornalisti palestinesi uccisi dagli israeliani nella guerra su Gaza. Decine i feriti. Decine gli arrestati, tra Gaza e Cisgiordania. E’ una conta tragica che non inserisce i familiari dei giornalisti di Gaza, E Wael Dahdouh è, ancora una volta, il simbolo di coloro che hanno subìto il massacro di parte della famiglia. A Dahdouh  hanno ucciso sua moglie Amna, suo figlio Mahmoud, sua figlia Sham e suo nipote Adam. Hanno assassinato  Samir Abu Daqqa, il cameraman con cui spesso lavorava, impedendone il soccorso, mentre nello stesso attacco lo stesso Dahdouh è stato ferito. E infine gli israeliani hanno compiuto l’omicidio mirato di suo figlio Hamza, giornalista come lui.

L’evento è gratuito e aperto a tutti, con ingresso libero, nei giardini di Villa Celimontana (Largo della Società Geografica Italiana) fino ad esaurimento posti. Consigliata prenotazione. E il link per iscriversi è qui.

 

 

Rafah, Gaza, i luoghi del massacro. E la giustizia internazionale

A Radio Popolare, riflessioni assieme a Claudio Jampaglia sulla guerra, i bombardamenti, la follia che non ha fine. E dopo di me Meron Rapoport e l’inchiesta – puntuale e importante come le altre che l’hanno preceduta – sulle indebite pressioni israeliane sul Tribunale Penale Internazionale che vanno avanti da anni.

Buon ascolto

Crolla il Muro europeo. Norvegia, Irlanda e Spagna riconoscono lo Stato di Palestina

Norvegia, Irlanda e Spagna hanno deciso formalmente oggi di riconoscere lo Stato di Palestina. Un passo storico, che segna un prima e un dopo nella posizione dell’Unione Europea verso la questione israeliano-palestinese: dopo 57 anni dall’occupazione da parte di Israele della Palestina (Territorio Palestinese Occupato: Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza), tre Stati europei riconoscono lo Stato di Palestina. Finalmente. Aggiungerei: fin troppo tardi.
La Norvegia non fa parte della UE, ma fa parte dell’Europa. Questo dice molto, perché significa un ponte tra l’Unione e il continente nelle sue diverse espressioni.  Dovrebbero poi seguire Slovenia e Malta.
Sono mosse che fanno seguito, almeno temporalmente, al voto nell’Assemblea Generale dell’Onu di pochi giorni fa in cui la stragrande maggioranza degli Stati rappresentati nelle Nazioni Unite ha votato a favore del riconoscimento pieno della Palestina come Stato membro. L’Italia si è astenuta, ricordiamolo, e con l’astensione ha rotto una tradizione di politica estera che l’aveva vista protagonista/mediatrice per decenni nel Mediterraneo.
La decisione coordinata della Norvegia, dell’Irlanda e della Spagna non è quella che, da europeisti, ci aspetteremmo. A prescindere dalla posizione autonoma della Norvegia. Ci aspetteremmo, dai paesi della UE, una decisione comune, collettiva. Questa è, ahimè, l’Unione Europea di oggi: debole, senza una visione (decolonizzata) del suo ruolo, e di una possibile funzione almeno nel Mediterraneo. La speranza è che questa forzatura da parte di singoli Stati – che comunque hanno deciso di fare gruppo nel prendere una decisione storica – prema sulle posizioni della UE, sia sullo Stato di Palestina, sia sul necessario e reiterato sostegno al Tribunale Penale Internazionale (ICC), sia sul sostegno all’ONU e alle sue agenzie (UNRWA compresa).

La foto. Per l’immagine della conferenza stampa del governo norvegese, Credit: Mathias Rongved/MFA.

 

La giustizia internazionale su Gaza. Finalmente.

https://www.dropbox.com/scl/fi/ugxmmvdincmsbrzq32f70/ICC-Prosecutor-Khan-on-application-for-arrest-warrants-in-the-situation-in-the-State-of-Palestine.mp4?rlkey=1c2qqjvi3knoikyvnx30569rb&e=1&st=gv2yb4uq&dl=0

C’è una persona a cui penso, mentre ascolto Karim Khan. E’ stato l’architetto della giustizia penale internazionale incarnata nel Tribunale Penale Internazionale (ICC), istituito con lo Statuto di Roma nel 1995, mentre erano in corso le guerre nei Balcani e aveva già avuto luogo il genocidio dei tutsi a opera degli hutu in  Ruanda. Si chiama, si chiamava Antonio Cassese. E tutti, nel mondo, dovrebbero essergli grati. Questo mondo lo ha lasciato nel 2011. Troppo presto. Le sue tracce, però, sono tutte lì, nella recente storia della giustizia penale internazionale. Per saperne di più, qui c’è il testo di una sua intervista inserita in un libro della Chicago university press curata da Heikelina Verrijn Stuart and Marlise Simons.

Il procuratore generale del Tribunale Penale Internazionale Karim Khan ha chiesto l’emissione di mandati d’arresto per i dirigenti politici e militari israeliani e palestinesi. Nel caso dei palestinesi, tutti e 3 i mandati d’arresto sono nei confronti dei vertici di Hamas. Il capo del politburo Ismail Haniyeh, il capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, e il capo dell’ala militare, le brigate Ezzedine al Qassam, Mohammed Deif. Nel caso degli israeliani, è la catena di comando politico-militare a essere colpita dai mandati d’arresto: il premier Benjamin Netanyahu e il ministro della difesa Yoav Gallant.
Cosa significano i mandati internazionali d’arresto: coloro che sono raggiunti da mandati d’arresto possono essere arrestati nei paesi che hanno firmato lo Statuto di Roma che nel 1995 ha istituito il Tribunale Penale Internazionale (#ICC). Diventano paria. La giustizia internazionale, anche l’ICC dopo la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), interviene. Non in supplenza della politica, ma perché crimini di guerra e crimini contro l’umanità sono stati commessi.
Finalmente, dunque, l’ICC è intervenuto. E tutto ciò è figlio di quel tribunale ad hoc sulla ex Jugoslavia che ha cambiato il modo di intendere la giustizia internazionale. Una giustizia che interviene, e non sancisce ciò che la politica decide.
L’Italia è firmataria dello Statuto. Non solo. L’Italia è il paese che ha ospitato a Roma la conferenza sullo statuto, nel 1995. Abbiamo, come paese, una doppia responsabilità. Pensiamoci.

L’immagine: Karim Khan, dal sito dell’ICC.

La notte dei missili

Una giornata particolare, o meglio, una notte molto particolare. In attesa. I segni della battaglia aerea sono pochi, in Giordania. Qualche video, le immagini dei resti di un missile nella periferia nord-est di Amman. Soprattutto, per chi come me è ad Amman, i segni sono alcune presenze nel cielo, non identificate per chi non si occupa di strategia militare.

Nello spazio aereo chiuso, dunque nel cielo chiuso della Giordania, la presenza di alcuni “oggetti volanti” non ha potuto non suscitare un po’ di preoccupazione. In particolare in chi vive nelle zone ovest della capitale, le zone che guardano al Mar Morto, verso Gerusalemme. Le scie luminose, gli oggetti che sembravano volteggiare, farsi più piccoli, poi precipitare. E i suoni cupi delle intercettazioni dei missili iraniani da parte dei Patriot americani. I segni, nella notte che ancora una volta incide una frattura nella storia recente del Medio Oriente, sono suoni. I segni sono suoni come rintocchi in una notte d’attesa.

Ecco i miei 2 cents sulla notte del 13 aprile, la notte del primo attacco imponente dal cielo su Israele dai tempi della guerra del Kippur. 185 droni, 36 missili da crociera, 110 missili terra-terra lanciati direttamente dall’Iran.

I circa 300 tra droni, missili da crociera e balistici lanciati dall’Iran contro Israele sono stati un attacco definito da molti analisti come dimostrativo. Concordo. In una delle “danze macabre” di questi sei mesi c’è anche la danza diplomatico-militare andata in onda la notte in cui, per la prima volta, l’Iran ha colpito Israele. Teheran ha sottolineato che l’intervento era limitato, che gli Stati vicini erano stati avvisati, che anche gli Stati Uniti erano stati avvisati. E così è stato: i sistemi di difesa, non solo in Israele, sono stati attivati, gli spazi aerei di Israele, Giordania, Libano, Iraq sono subito stati chiusi. Ed è poi iniziata l’attesa dello scontro in cielo tra i missili e i droni iraniani, da una parte, e i sistemi antimissile statunitensi in Israele e in Giordania, assieme all’Iron Dome, al sistema di difesa antirazzo già in uso in Israele.

La danza è continuata anche dopo la “notte dei missili”, spostandosi sul piano politico-diplomatico. Scontate le forti parole – soprattutto da paesi europei e dal Regno Unito – di condanna dell’attacco iraniano contro Israele (molto più forti e parziali delle poche parole di condanna dell’attacco israeliano contro la sede diplomatica iraniana a Damasco che il I aprile ha dato origine alla pericolosa escalation in atto). Molto meno scontata la sequenza delle dichiarazioni che ha segnato tutta la giornata di domenica, per evitare l’ulteriore escalation e la risposta di Israele. L’Iran ha subito pubblicamente detto che considerava “conclusa” la sua ritorsione nei confronti di Tel Aviv, dopo l’attacco a Damasco in cui erano state uccise 14 persone, tra cui sette membri delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, compresi due alti generali.

La telefonata tra Joe Biden e Benjamin Netanyahu è il cuore della questione: gli USA, che hanno reiterato ad alta voce il totale sostegno per la difesa di Israele, hanno detto chiaro e tondo al governo Netanyahu che non c’è bisogno di rispondere all’attacco iraniano, vista la risposta efficace dei sistemi di difesa antimissilistica. Dopo aver usato le parole forti contro l’Iran, che cioè Israele avrebbe risposta, Netanyahu ha detto che no vi sarebbe stata una risposta immediata, ma che Israele avrebbe scelto tempi e modi.

Tradotto: se Netanyahu accetterà il pressante consiglio di Biden di non aggiungere escalation a escalation, e i precedenti ci dicono che non è affatto scontato, cosa chiederà in cambio il premier israeliano? Le ipotesi sembrano già fatti (quasi) compiuti: un aumento dei già imponenti aiuti statunitensi a Israele, e luce verde sull’attacco di terra a Rafah, paventato ormai da troppo tempo. La luce verde c’è anche quella da tempo, ma sono i modi sui quali Biden e Netanyahu sembrano ai ferri corti. La questione della possibile espulsione dei palestinesi dal sud di Gaza verso l’Egitto è sempre lì, assieme alla carneficina (per bombardamenti e fame provocata dall’uomo) in corso nell’intera Striscia.

La questione di Rafah conduce in questa analisi i paesi arabi, e in particolare Egitto e Giordania. Non solo perché la possibile, minacciata espulsione dei palestinesi da Gaza e – a giudicare anche dagli ultimi eventi vicino Ramallah e Nablus – anche dalla Cisgiordania, è il nodo del contendere: nessun paese arabo vuole sancire la nuova nakba, mentre da 76 anni si occupa delle conseguenze della prima nakba e ospita (tra Siria, Giordania e Libano) milioni dei rifugiati palestinesi. La Giordania, soprattutto, ha mostrato nella “notte dei missili” di essere essenziale per la deterrenza nella regione. E’ difficile, infatti, pensare che Israele si sarebbe potuta difendere da sola: il sistema di difesa è frutto della stretta alleanza con gli Stati Uniti, e la base americana dei missili Patriot a Zarqa, alle porte di Amman, basta già a indicare quello che può essere successo nei cieli giordano e israeliano. È stato lo stesso governo giordano a confermare che “sono stati intercettati oggetti stranieri nello spazio aereo giordano per proteggere i cittadini e le zone abitate”, e che “frammenti sono caduti in diversi luoghi, senza danni e feriti significativi”.

Dopo la “notte dei missili”, dunque, è probabile che anche sul fronte di Gaza gli Stati Uniti stiano ricevendo pressioni di tipo diverso e opposto: da parte israeliana, per ricevere definitiva luce verde su Rafah in cambio della mancata risposta verso l’Iran, e da parte araba (in particolare giordana), perché Israele chiuda la carneficina e la guerra su Gaza, visto il risultato dei sistemi di difesa.

Il pilastro su cui poggia la “notte dei missili”, infatti, è ciò che dice e insegna lo svolgimento e il risultato dell’attacco missilistico diretto dell’Iran su Israele.

Per riassumere. Israele non si può difendere da sola: sono stati i Patriot americani a evitare il possibile disastro. Non siamo, dunque, né nel 1948 né nel 1967. Da sola, Israele rischia ben oltre di quanto possa ottenere.

In secondo luogo, le immagini della battaglia dei cieli indicano anche che Israele non è più, nell’immaginario, il paese invincibile, e che l’arrivo dei missili su Gerusalemme e su posti che non sappiamo (forse per la censura militare?) pone domande profonde alla società israeliana, e alle sue espressioni politiche. L’”atto dimostrativo” iraniano, dunque, segna l’ennesima piccola cesura nella storia di questi ultimi mesi e anni. E parla di una ricomposizione già in atto della regione: non nella direzione pensata da chi nel governo israeliano esclude la questione israelo-palestinese dal futuro.

 

 

gli appuntamenti in Italia, tra aprile e giugno

E’ ancora una lista incompleta: ecco i primi appuntamenti in Italia, a cominciare dal 20 aprile al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, assieme a Francesca Mannocchi. Poi Agrigento, il 23 aprile, e poi gli appuntamenti al Salone Internazionale del Libro di Torino. A breve, aggiornerò le informazioni sugli altri incontri in programma a Udine, Roma, Ivrea, Sciacca, e via elencando.

 

 

 

 

Il (piccolo) idolo della sicurezza, ancora una volta. Come non imparare dalla storia palestinese

La Storia non insegna nulla, neanche in un momento così decisivo, in una cesura così evidente per la questione israeliano-palestinese, per l’intera regione e per il Mediterraneo. Aumentano notizie e articoli di giornale sulla possibilità di gestire un dopoguerra a Gaza (dopoguerra… mentre la questione fondamentale è fermare la guerra). E ancora una volta si fanno i nomi noti e classici degli uomini della sicurezza palestinese. Majed al Farraj, in questo caso.

E’ successo molte volte, soprattutto nella transizione politica palestinese, a iniziare dal 2004, dopo l’uccisione mirata di sheykh Ahmed Yassin e la morte di Yasser Arafat. E soprattutto nel 2006-2007, dopo il successo elettorale di Hamas e l’embargo su Gaza. La questione palestinese gestita come una questione securitaria, con l’invio di consiglieri militari statunitensi (allora), la collaborazione dei servizi di intelligence (allora e ora), il training dei corpo di sicurezza dell’ANP (allora e ora). La spaccatura tra Hamas e Fatah, il sostegno alla guardia presidenziale di Mahmoud Abbas e a Fatah dal punto di vista militare, il coup di Hamas a Gaza e il conseguente embargo della Striscia è storia vecchia di 17 anni. Così come è altrettanto vecchio l’approccio per risolvere una situazione terribile che può essere risolta solo dando un nuovo primato alla politica.

grazie a #JulianAssange, i documenti resi pubblici su #Wikileaks hanno confermato ciò che era evidente dalla situazione sul terreno e dalle notizie di stampa. Un esempio tra i tanti possibili, proprio relativo al coup di Hamas a Gaza e lo scontro sanguinoso con Fatah, è in un cablogramma inviato dall’ambasciata statunitense a Tel Aviv diretto al Dipartimento di Stato a Washington “Isa Chief Diskin On Situation In The Gaza Strip And West Bank”. Mi sembra che la politica internazionale (Stati Uniti e via elencando) non abbia imparato molto.

Ecco il testo del documento pubblicato su Wikileaks

Classified By: Ambassador Richard H. Jones. Reasons: 1.4 (b)(d).

1. (S) SUMMARY: In a June 11 meeting that entailed discussion of the benchmarks (reftel), Israeli Security Agency (ISA) Head Yuval Diskin shared his assessment of the current situation in the Gaza Strip and West Bank, painting a picture of a desperate, disorganized, and demoralized Fatah in the Gaza Strip, versus a well-organized and ascendant Hamas. Speaking before the dramatic events of June 12-13 in Gaza, Diskin qualified that Hamas is currently not in a position to completely destroy Fatah. Diskin said that he opposes USSC LTG Dayton’s proposal to equip security forces loyal to Palestinian Authority President Abbas and Fatah, as he is concerned that the provisions will end up in the hands of Hamas. He claimed that the security forces loyal to Abbas and Fatah have been penetrated by Hamas, and pointed to a recent incident in which Hamas reportedly seized heavy machine guns from Abbas’ Presidential Guard. Diskin noted that the failed hostage-taking attempt two days earlier at the Kissufim crossing had been carried out by Palestinian Islamic Jihad (PIJ) and Al-Aksa Martyrs Brigades militants, and led by PIJ. He said that ISA had no prior information about the attack, and described it as “operationally creative.” Diskin said that overall counter-tunnel cooperation with Egyptian security forces has improved over the last two months, but claimed that that the Egyptians still only react to intelligence supplied by ISA, and are otherwise not proactive. 2. (S) SUMMARY, CONT.: Diskin described the overall security situation in the West Bank as comparatively better, and praised the level of cooperation ISA receives from the Palestinian security services operating in the West Bank. That said, he lamented what he characterized as a crisis of leadership in Fatah, with PA President Abbas already focusing on his retirement, and his possible successors incapable of leading the Palestinians in both the West Bank and the Gaza Strip. Diskin especially criticized PA National Security Advisor Muhammad Dahlan as attempting to lead his loyalists in the Gaza Strip by “remote control” from abroad. Diskin said that Fatah is on its “last legs,” and that the situation bodes ill for Israel. He noted his intention to discuss some ideas on how to deal with the situation with PM Olmert in the near future, and said he would share his thoughts afterwards with the Ambassador. END SUMMARY.

DISKIN DESCRIBES SITUATION FOR FATAH IN GAZA AS DESPERATE ——————-

3. (S) Speaking before the dramatic events of June 12-13, Diskin said that Hamas is dominant in the Gaza Strip, but is not yet strong enough there to completely destroy Fatah. The difference, he explained, is between the “quality” of Hamas, and the “quantity” of Fatah’s security apparatus that is loyal to Palestinian Authority (PA) President Abbas. Hamas is dominant in most areas. In the Gaza Strip, it can win every fight with Fatah, but Fatah can do it harm in its “chaotic” way of fighting. Diskin said that some Fatah members are being paid by National Security Advisor Muhammad Dahlan, while others are being paid by Abbas — especially the Presidential Guard. He noted that the Presidential Guard had been involved in the June 10 clashes at the Rafah crossing.

BUT NOTES HE OPPOSES PLAN TO SUPPORT FATAH SECURITY FORCES ———–

4. (S) Diskin noted that he had heard earlier on June 11 from Palestinian sources that Hamas had succeeded in stealing some “Doshka” heavy machine guns from the Presidential Guard. He said that this is an example of why he does not support “at this time” USSC LTG Dayton’s proposal to supply ammunition and weapons to Fatah: “I support the idea of militarily strengthening Fatah, but I am afraid that they are not organized to ensure that the equipment that is transferred to them will reach the intended recipients.” Diskin claimed that most of the Fatah-aligned security forces have been penetrated by Hamas. He reiterated that he does not want to see any equipment transferred to them before he is convinced that the equipment will arrive at its intended destination. 5. (S) Diskin raised as another matter the question of whether Fatah will be able to hold on to any equipment provided to it. He expressed concern about Fatah’s organizational capabilities, and what he characterized as a TEL AVIV 00001732 002 OF 003 glaring lack of leadership: “Dahlan is trying to manage Fatah’s security forces by remote control. We are not even sure where he is.” (NOTE: Diskin’s aide said he believed Dahlan is in Cairo. But on June 13, Diskin told the Ambassador that Dahlan had surfaced in Amman the day before. END NOTE.) Diskin continued: “Fatah is in very bad shape in the Gaza Strip. We have received requests to train their forces in Egypt and Yemen. We would like them to get the training they need, and to be more powerful, but they do not have anyone to lead them.” Diskin also made clear his reservations on training Palestinians in a country like Yemen with a strong Al-Qaida presence. 6. (S) Diskin’s aide said that the security forces at the Rafah crossing are strong, but are demoralized with the overall situation in the Gaza Strip. Diskin added that their communications with the ISA had become “desperate,” and indicated no hope for the future. He observed that there is a young generation of leaders among Fatah who are being “pushed” by Dahlan and who have a sense of the urgency of the situation and what needs to be done. At the same time, however, they are not behaving in a way that is to be expected by people in their urgent situation. Diskin observed, “They are approaching a zero-sum situation, and yet they ask us to attack Hamas. This is a new development. We have never seen this before. They are desperate.”

DISKIN: SITUATION IN WEST BANK BETTER THAN IN GAZA ————————————–

7. (S) In the West Bank, Diskin said that ISA has established a very good working relationship with the Preventive Security Organization (PSO) and the General Intelligence Organization (GIO). Diskin said that the PSO shares with ISA almost all the intelligence that it collects. They understand that Israel’s security is central to their survival in the struggle with Hamas in the West Bank. 8. (S) While he described this overall relationship with the Palestinian security services in the West Bank as healthy, Diskin noted that Fatah did not react to the last set of Hamas attacks in the West Bank due to the current “mood” of GIO leader Tawfik Tirawi. Diskin explained that Tirawi (whom he described as psychopathic, cruel, dangerous and prone to extreme mood swings) is disaffected and feels that his status has declined, and that he is no longer respected by Abbas. Diskin claimed that Tirawi also feels that his relationship with Dahlan has deteriorated. Diskin said that he hopes to meet with Tirawi the week of June 17 to dissuade him from “doing stupid things, as he is trying to develop ties with the Dughmush family in the Gaza Strip.”

DISKIN ON ABBAS: HE HAS FAILED. NOBODY CAN LEAD FATAH NOW —————–

9. (S) Diskin said that Abbas views Fatah as weak and “on its last legs,” and incapable of being rehabilitated within six months. Stressing that it was his own opinion (and not necessarily shared by the GOI), Diskin said that Abbas is starting to become a problem for Israel: “He’s a paradox. He cannot function and do anything. Why is Fatah failing? Because Abbas has become the ‘good guy’ whom everyone is trying to do everything for in order to keep him alive. Everyone is afraid of the alternative, and yet Abbas is already talking about how he plans to retire from the political scene after his term ends in 2008. He knows he is weak and that he has failed. He has failed to rehabilitate Fatah. He did not start to take any action when he had the chance in 2004. Instead of choosing to be the leader for Fatah, he chose to be a national leader for all Palestinians.” Diskin lamented that the current situation suggests that nobody can now assume leadership of Fatah. Dahlan, he said, can only lead in the Gaza Strip — if that — and Marwan Barghouti can lead in the West Bank, but not the Gaza Strip. “It is something in their blood,” he said, “the leaders of the West Bank cannot rule the Palestinians in the Gaza Strip and vice versa.” Diskin warned that Palestinian society is disintegrating, and that this bodes ill for Israel. He said that he has some ideas about how to address this that he wishes to discuss with PM Olmert, and would share with the Ambassador afterwards: “We have to give Fatah the conditions to succeed, but we cannot do this through your benchmarks (reftel).”

DISKIN ON ISA COUNTER-TUNNEL COOPERATION WITH EGYPTIANS ———————

TEL AVIV 00001732 003 OF 003 10. (S) Responding to a question from the Ambassador, Diskin said that cooperation between Egyptian and Palestinian security forces recently led to the discovery of some tunnels in the Gaza Strip. He said the ISA occasionally hears that tunnels are found in the Gaza Strip, and while he is inclined to believe the information, he admitted that ISA cannot always verify it. Diskin said that ISA’s cooperation with Egyptian security services has improved over the last two months after their respective delegations had met. That said, he claimed that fundamental challenges remain unresolved: “They react on the intelligence that we provide to them, but they are not proactive.” He lamented that there has been no dramatic change in the tunnel situation, adding that there are still many tunnels running under the Philadelphi corridor.

DISKIN ON THE FAILED ATTACK AT KISSUFIM; THREATS ON FAYYAD —————–

11. (S) Referring to the failed June 9 attempt by Palestinian militants to kidnap Israeli soldiers stationed at the Kissufim crossing between Israel and the Gaza Strip, Diskin said that Palestinian Islamic Jihad (PIJ) and Al-Aksa Martyrs Brigades carried out the attempt under PIJ leadership. He said that the militant who guided the attack was one of PIJ’s main operatives in the northern Gaza Strip. Diskin said that the attack was staged against an empty post, but designed to appear dramatic. He admitted the attackers were operationally very creative, and that ISA had no indication that the attack was going to take place: “This was another ISA failure. We had no intelligence on the attack in advance.” 12. (S) Responding to the Ambassador’s question, Diskin said that he had not seen any specific evidence about threats to PA Finance Minister Salam Fayyad. He observed, however, that as a former Fatah activist, Fayyad ought to be concerned about his own security. Diskin noted that the man thrown by Hamas militants from the roof of a 15-story building in the Gaza Strip the day before was a member of Force 17.