La notte dei missili

Una giornata particolare, o meglio, una notte molto particolare. In attesa. I segni della battaglia aerea sono pochi, in Giordania. Qualche video, le immagini dei resti di un missile nella periferia nord-est di Amman. Soprattutto, per chi come me è ad Amman, i segni sono alcune presenze nel cielo, non identificate per chi non si occupa di strategia militare.

Nello spazio aereo chiuso, dunque nel cielo chiuso della Giordania, la presenza di alcuni “oggetti volanti” non ha potuto non suscitare un po’ di preoccupazione. In particolare in chi vive nelle zone ovest della capitale, le zone che guardano al Mar Morto, verso Gerusalemme. Le scie luminose, gli oggetti che sembravano volteggiare, farsi più piccoli, poi precipitare. E i suoni cupi delle intercettazioni dei missili iraniani da parte dei Patriot americani. I segni, nella notte che ancora una volta incide una frattura nella storia recente del Medio Oriente, sono suoni. I segni sono suoni come rintocchi in una notte d’attesa.

Ecco i miei 2 cents sulla notte del 13 aprile, la notte del primo attacco imponente dal cielo su Israele dai tempi della guerra del Kippur. 185 droni, 36 missili da crociera, 110 missili terra-terra lanciati direttamente dall’Iran.

I circa 300 tra droni, missili da crociera e balistici lanciati dall’Iran contro Israele sono stati un attacco definito da molti analisti come dimostrativo. Concordo. In una delle “danze macabre” di questi sei mesi c’è anche la danza diplomatico-militare andata in onda la notte in cui, per la prima volta, l’Iran ha colpito Israele. Teheran ha sottolineato che l’intervento era limitato, che gli Stati vicini erano stati avvisati, che anche gli Stati Uniti erano stati avvisati. E così è stato: i sistemi di difesa, non solo in Israele, sono stati attivati, gli spazi aerei di Israele, Giordania, Libano, Iraq sono subito stati chiusi. Ed è poi iniziata l’attesa dello scontro in cielo tra i missili e i droni iraniani, da una parte, e i sistemi antimissile statunitensi in Israele e in Giordania, assieme all’Iron Dome, al sistema di difesa antirazzo già in uso in Israele.

La danza è continuata anche dopo la “notte dei missili”, spostandosi sul piano politico-diplomatico. Scontate le forti parole – soprattutto da paesi europei e dal Regno Unito – di condanna dell’attacco iraniano contro Israele (molto più forti e parziali delle poche parole di condanna dell’attacco israeliano contro la sede diplomatica iraniana a Damasco che il I aprile ha dato origine alla pericolosa escalation in atto). Molto meno scontata la sequenza delle dichiarazioni che ha segnato tutta la giornata di domenica, per evitare l’ulteriore escalation e la risposta di Israele. L’Iran ha subito pubblicamente detto che considerava “conclusa” la sua ritorsione nei confronti di Tel Aviv, dopo l’attacco a Damasco in cui erano state uccise 14 persone, tra cui sette membri delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, compresi due alti generali.

La telefonata tra Joe Biden e Benjamin Netanyahu è il cuore della questione: gli USA, che hanno reiterato ad alta voce il totale sostegno per la difesa di Israele, hanno detto chiaro e tondo al governo Netanyahu che non c’è bisogno di rispondere all’attacco iraniano, vista la risposta efficace dei sistemi di difesa antimissilistica. Dopo aver usato le parole forti contro l’Iran, che cioè Israele avrebbe risposta, Netanyahu ha detto che no vi sarebbe stata una risposta immediata, ma che Israele avrebbe scelto tempi e modi.

Tradotto: se Netanyahu accetterà il pressante consiglio di Biden di non aggiungere escalation a escalation, e i precedenti ci dicono che non è affatto scontato, cosa chiederà in cambio il premier israeliano? Le ipotesi sembrano già fatti (quasi) compiuti: un aumento dei già imponenti aiuti statunitensi a Israele, e luce verde sull’attacco di terra a Rafah, paventato ormai da troppo tempo. La luce verde c’è anche quella da tempo, ma sono i modi sui quali Biden e Netanyahu sembrano ai ferri corti. La questione della possibile espulsione dei palestinesi dal sud di Gaza verso l’Egitto è sempre lì, assieme alla carneficina (per bombardamenti e fame provocata dall’uomo) in corso nell’intera Striscia.

La questione di Rafah conduce in questa analisi i paesi arabi, e in particolare Egitto e Giordania. Non solo perché la possibile, minacciata espulsione dei palestinesi da Gaza e – a giudicare anche dagli ultimi eventi vicino Ramallah e Nablus – anche dalla Cisgiordania, è il nodo del contendere: nessun paese arabo vuole sancire la nuova nakba, mentre da 76 anni si occupa delle conseguenze della prima nakba e ospita (tra Siria, Giordania e Libano) milioni dei rifugiati palestinesi. La Giordania, soprattutto, ha mostrato nella “notte dei missili” di essere essenziale per la deterrenza nella regione. E’ difficile, infatti, pensare che Israele si sarebbe potuta difendere da sola: il sistema di difesa è frutto della stretta alleanza con gli Stati Uniti, e la base americana dei missili Patriot a Zarqa, alle porte di Amman, basta già a indicare quello che può essere successo nei cieli giordano e israeliano. È stato lo stesso governo giordano a confermare che “sono stati intercettati oggetti stranieri nello spazio aereo giordano per proteggere i cittadini e le zone abitate”, e che “frammenti sono caduti in diversi luoghi, senza danni e feriti significativi”.

Dopo la “notte dei missili”, dunque, è probabile che anche sul fronte di Gaza gli Stati Uniti stiano ricevendo pressioni di tipo diverso e opposto: da parte israeliana, per ricevere definitiva luce verde su Rafah in cambio della mancata risposta verso l’Iran, e da parte araba (in particolare giordana), perché Israele chiuda la carneficina e la guerra su Gaza, visto il risultato dei sistemi di difesa.

Il pilastro su cui poggia la “notte dei missili”, infatti, è ciò che dice e insegna lo svolgimento e il risultato dell’attacco missilistico diretto dell’Iran su Israele.

Per riassumere. Israele non si può difendere da sola: sono stati i Patriot americani a evitare il possibile disastro. Non siamo, dunque, né nel 1948 né nel 1967. Da sola, Israele rischia ben oltre di quanto possa ottenere.

In secondo luogo, le immagini della battaglia dei cieli indicano anche che Israele non è più, nell’immaginario, il paese invincibile, e che l’arrivo dei missili su Gerusalemme e su posti che non sappiamo (forse per la censura militare?) pone domande profonde alla società israeliana, e alle sue espressioni politiche. L’”atto dimostrativo” iraniano, dunque, segna l’ennesima piccola cesura nella storia di questi ultimi mesi e anni. E parla di una ricomposizione già in atto della regione: non nella direzione pensata da chi nel governo israeliano esclude la questione israelo-palestinese dal futuro.

 

 

gli appuntamenti in Italia, tra aprile e giugno

E’ ancora una lista incompleta: ecco i primi appuntamenti in Italia, a cominciare dal 20 aprile al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, assieme a Francesca Mannocchi. Poi Agrigento, il 23 aprile, e poi gli appuntamenti al Salone Internazionale del Libro di Torino. A breve, aggiornerò le informazioni sugli altri incontri in programma a Udine, Roma, Ivrea, Sciacca, e via elencando.

 

 

 

 

Il (piccolo) idolo della sicurezza, ancora una volta. Come non imparare dalla storia palestinese

La Storia non insegna nulla, neanche in un momento così decisivo, in una cesura così evidente per la questione israeliano-palestinese, per l’intera regione e per il Mediterraneo. Aumentano notizie e articoli di giornale sulla possibilità di gestire un dopoguerra a Gaza (dopoguerra… mentre la questione fondamentale è fermare la guerra). E ancora una volta si fanno i nomi noti e classici degli uomini della sicurezza palestinese. Majed al Farraj, in questo caso.

E’ successo molte volte, soprattutto nella transizione politica palestinese, a iniziare dal 2004, dopo l’uccisione mirata di sheykh Ahmed Yassin e la morte di Yasser Arafat. E soprattutto nel 2006-2007, dopo il successo elettorale di Hamas e l’embargo su Gaza. La questione palestinese gestita come una questione securitaria, con l’invio di consiglieri militari statunitensi (allora), la collaborazione dei servizi di intelligence (allora e ora), il training dei corpo di sicurezza dell’ANP (allora e ora). La spaccatura tra Hamas e Fatah, il sostegno alla guardia presidenziale di Mahmoud Abbas e a Fatah dal punto di vista militare, il coup di Hamas a Gaza e il conseguente embargo della Striscia è storia vecchia di 17 anni. Così come è altrettanto vecchio l’approccio per risolvere una situazione terribile che può essere risolta solo dando un nuovo primato alla politica.

grazie a #JulianAssange, i documenti resi pubblici su #Wikileaks hanno confermato ciò che era evidente dalla situazione sul terreno e dalle notizie di stampa. Un esempio tra i tanti possibili, proprio relativo al coup di Hamas a Gaza e lo scontro sanguinoso con Fatah, è in un cablogramma inviato dall’ambasciata statunitense a Tel Aviv diretto al Dipartimento di Stato a Washington “Isa Chief Diskin On Situation In The Gaza Strip And West Bank”. Mi sembra che la politica internazionale (Stati Uniti e via elencando) non abbia imparato molto.

Ecco il testo del documento pubblicato su Wikileaks

Classified By: Ambassador Richard H. Jones. Reasons: 1.4 (b)(d).

1. (S) SUMMARY: In a June 11 meeting that entailed discussion of the benchmarks (reftel), Israeli Security Agency (ISA) Head Yuval Diskin shared his assessment of the current situation in the Gaza Strip and West Bank, painting a picture of a desperate, disorganized, and demoralized Fatah in the Gaza Strip, versus a well-organized and ascendant Hamas. Speaking before the dramatic events of June 12-13 in Gaza, Diskin qualified that Hamas is currently not in a position to completely destroy Fatah. Diskin said that he opposes USSC LTG Dayton’s proposal to equip security forces loyal to Palestinian Authority President Abbas and Fatah, as he is concerned that the provisions will end up in the hands of Hamas. He claimed that the security forces loyal to Abbas and Fatah have been penetrated by Hamas, and pointed to a recent incident in which Hamas reportedly seized heavy machine guns from Abbas’ Presidential Guard. Diskin noted that the failed hostage-taking attempt two days earlier at the Kissufim crossing had been carried out by Palestinian Islamic Jihad (PIJ) and Al-Aksa Martyrs Brigades militants, and led by PIJ. He said that ISA had no prior information about the attack, and described it as “operationally creative.” Diskin said that overall counter-tunnel cooperation with Egyptian security forces has improved over the last two months, but claimed that that the Egyptians still only react to intelligence supplied by ISA, and are otherwise not proactive. 2. (S) SUMMARY, CONT.: Diskin described the overall security situation in the West Bank as comparatively better, and praised the level of cooperation ISA receives from the Palestinian security services operating in the West Bank. That said, he lamented what he characterized as a crisis of leadership in Fatah, with PA President Abbas already focusing on his retirement, and his possible successors incapable of leading the Palestinians in both the West Bank and the Gaza Strip. Diskin especially criticized PA National Security Advisor Muhammad Dahlan as attempting to lead his loyalists in the Gaza Strip by “remote control” from abroad. Diskin said that Fatah is on its “last legs,” and that the situation bodes ill for Israel. He noted his intention to discuss some ideas on how to deal with the situation with PM Olmert in the near future, and said he would share his thoughts afterwards with the Ambassador. END SUMMARY.

DISKIN DESCRIBES SITUATION FOR FATAH IN GAZA AS DESPERATE ——————-

3. (S) Speaking before the dramatic events of June 12-13, Diskin said that Hamas is dominant in the Gaza Strip, but is not yet strong enough there to completely destroy Fatah. The difference, he explained, is between the “quality” of Hamas, and the “quantity” of Fatah’s security apparatus that is loyal to Palestinian Authority (PA) President Abbas. Hamas is dominant in most areas. In the Gaza Strip, it can win every fight with Fatah, but Fatah can do it harm in its “chaotic” way of fighting. Diskin said that some Fatah members are being paid by National Security Advisor Muhammad Dahlan, while others are being paid by Abbas — especially the Presidential Guard. He noted that the Presidential Guard had been involved in the June 10 clashes at the Rafah crossing.

BUT NOTES HE OPPOSES PLAN TO SUPPORT FATAH SECURITY FORCES ———–

4. (S) Diskin noted that he had heard earlier on June 11 from Palestinian sources that Hamas had succeeded in stealing some “Doshka” heavy machine guns from the Presidential Guard. He said that this is an example of why he does not support “at this time” USSC LTG Dayton’s proposal to supply ammunition and weapons to Fatah: “I support the idea of militarily strengthening Fatah, but I am afraid that they are not organized to ensure that the equipment that is transferred to them will reach the intended recipients.” Diskin claimed that most of the Fatah-aligned security forces have been penetrated by Hamas. He reiterated that he does not want to see any equipment transferred to them before he is convinced that the equipment will arrive at its intended destination. 5. (S) Diskin raised as another matter the question of whether Fatah will be able to hold on to any equipment provided to it. He expressed concern about Fatah’s organizational capabilities, and what he characterized as a TEL AVIV 00001732 002 OF 003 glaring lack of leadership: “Dahlan is trying to manage Fatah’s security forces by remote control. We are not even sure where he is.” (NOTE: Diskin’s aide said he believed Dahlan is in Cairo. But on June 13, Diskin told the Ambassador that Dahlan had surfaced in Amman the day before. END NOTE.) Diskin continued: “Fatah is in very bad shape in the Gaza Strip. We have received requests to train their forces in Egypt and Yemen. We would like them to get the training they need, and to be more powerful, but they do not have anyone to lead them.” Diskin also made clear his reservations on training Palestinians in a country like Yemen with a strong Al-Qaida presence. 6. (S) Diskin’s aide said that the security forces at the Rafah crossing are strong, but are demoralized with the overall situation in the Gaza Strip. Diskin added that their communications with the ISA had become “desperate,” and indicated no hope for the future. He observed that there is a young generation of leaders among Fatah who are being “pushed” by Dahlan and who have a sense of the urgency of the situation and what needs to be done. At the same time, however, they are not behaving in a way that is to be expected by people in their urgent situation. Diskin observed, “They are approaching a zero-sum situation, and yet they ask us to attack Hamas. This is a new development. We have never seen this before. They are desperate.”

DISKIN: SITUATION IN WEST BANK BETTER THAN IN GAZA ————————————–

7. (S) In the West Bank, Diskin said that ISA has established a very good working relationship with the Preventive Security Organization (PSO) and the General Intelligence Organization (GIO). Diskin said that the PSO shares with ISA almost all the intelligence that it collects. They understand that Israel’s security is central to their survival in the struggle with Hamas in the West Bank. 8. (S) While he described this overall relationship with the Palestinian security services in the West Bank as healthy, Diskin noted that Fatah did not react to the last set of Hamas attacks in the West Bank due to the current “mood” of GIO leader Tawfik Tirawi. Diskin explained that Tirawi (whom he described as psychopathic, cruel, dangerous and prone to extreme mood swings) is disaffected and feels that his status has declined, and that he is no longer respected by Abbas. Diskin claimed that Tirawi also feels that his relationship with Dahlan has deteriorated. Diskin said that he hopes to meet with Tirawi the week of June 17 to dissuade him from “doing stupid things, as he is trying to develop ties with the Dughmush family in the Gaza Strip.”

DISKIN ON ABBAS: HE HAS FAILED. NOBODY CAN LEAD FATAH NOW —————–

9. (S) Diskin said that Abbas views Fatah as weak and “on its last legs,” and incapable of being rehabilitated within six months. Stressing that it was his own opinion (and not necessarily shared by the GOI), Diskin said that Abbas is starting to become a problem for Israel: “He’s a paradox. He cannot function and do anything. Why is Fatah failing? Because Abbas has become the ‘good guy’ whom everyone is trying to do everything for in order to keep him alive. Everyone is afraid of the alternative, and yet Abbas is already talking about how he plans to retire from the political scene after his term ends in 2008. He knows he is weak and that he has failed. He has failed to rehabilitate Fatah. He did not start to take any action when he had the chance in 2004. Instead of choosing to be the leader for Fatah, he chose to be a national leader for all Palestinians.” Diskin lamented that the current situation suggests that nobody can now assume leadership of Fatah. Dahlan, he said, can only lead in the Gaza Strip — if that — and Marwan Barghouti can lead in the West Bank, but not the Gaza Strip. “It is something in their blood,” he said, “the leaders of the West Bank cannot rule the Palestinians in the Gaza Strip and vice versa.” Diskin warned that Palestinian society is disintegrating, and that this bodes ill for Israel. He said that he has some ideas about how to address this that he wishes to discuss with PM Olmert, and would share with the Ambassador afterwards: “We have to give Fatah the conditions to succeed, but we cannot do this through your benchmarks (reftel).”

DISKIN ON ISA COUNTER-TUNNEL COOPERATION WITH EGYPTIANS ———————

TEL AVIV 00001732 003 OF 003 10. (S) Responding to a question from the Ambassador, Diskin said that cooperation between Egyptian and Palestinian security forces recently led to the discovery of some tunnels in the Gaza Strip. He said the ISA occasionally hears that tunnels are found in the Gaza Strip, and while he is inclined to believe the information, he admitted that ISA cannot always verify it. Diskin said that ISA’s cooperation with Egyptian security services has improved over the last two months after their respective delegations had met. That said, he claimed that fundamental challenges remain unresolved: “They react on the intelligence that we provide to them, but they are not proactive.” He lamented that there has been no dramatic change in the tunnel situation, adding that there are still many tunnels running under the Philadelphi corridor.

DISKIN ON THE FAILED ATTACK AT KISSUFIM; THREATS ON FAYYAD —————–

11. (S) Referring to the failed June 9 attempt by Palestinian militants to kidnap Israeli soldiers stationed at the Kissufim crossing between Israel and the Gaza Strip, Diskin said that Palestinian Islamic Jihad (PIJ) and Al-Aksa Martyrs Brigades carried out the attempt under PIJ leadership. He said that the militant who guided the attack was one of PIJ’s main operatives in the northern Gaza Strip. Diskin said that the attack was staged against an empty post, but designed to appear dramatic. He admitted the attackers were operationally very creative, and that ISA had no indication that the attack was going to take place: “This was another ISA failure. We had no intelligence on the attack in advance.” 12. (S) Responding to the Ambassador’s question, Diskin said that he had not seen any specific evidence about threats to PA Finance Minister Salam Fayyad. He observed, however, that as a former Fatah activist, Fayyad ought to be concerned about his own security. Diskin noted that the man thrown by Hamas militants from the roof of a 15-story building in the Gaza Strip the day before was a member of Force 17.

 

La guerra mi ha fatto diventare brutta

Sono diventata brutta. Ero bella, la mia faccia era più grande. E’ stata la guerra, la guerra ha agito sui nostri corpi. E’ la guerra che ci ha rovinati, ci ha resi brutti. Una bambina spiega la guerra come noi non sapremmo spiegarlo. Come lei non dovrebbe averla mai vissuta, tanto vissuta da saperla raccontare. E’ una bambina palestinese di Gaza. Intervistata da Mariam Salama, una giornalista palestinese di Gaza che lavora per #AlJazeera. Entrambe testimoni di una catastrofe per mano umana, non per mano della natura o di un Dio qualsiasi. Per mano umana.

Il nostro codice deontologico, di giornalisti italiani, ci dice di non far vedere le bambine e i bambini. Per proteggerli. Ho sempre pensato fosse giusto, sia giusto. Credo, però, che ai bambini dobbiamo dare la voce che abbiamo loro tolto nel momento stesso in cui sono diventati vittime della nostra guerra. La guerra degli adulti.

Lei, di cui non conosco il nome, ha diritto di parola. Una delle bambine ancora vive. Oltre 13mila bambini palestinesi sono già stati ammazzati dalle forze armate israeliane nella guerra su Gaza. Mai ce lo perdoneremo.

L’Unrwa descrive la questione palestinese

Chiuderla, ma non subito. Il piano che Benjamin Netanyahu ha presentato al gabinetto di guerra lo scorso giovedì contempla anche l’Unrwa.  Quello che il premier israeliano pensa dell’ Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi è, infatti, anche all’interno di un documento di principio sul dopoguerra a Gaza, ancora vago, ancora opaco sul ruolo dei palestinesi – e di quali palestinesi – sul territorio palestinese. Altrettanto opaco è riguardo a quali paesi dovrebbero Continua a leggere

Da quale parte guardare

Come già sapete, sono ad Amman. Non perché sia saltata su un aereo, ma perché questo viaggio era programmato da mesi per allontanarsi, staccare lo sguardo, trovare la calma per scrivere il mio prossimo libro. Ironia del destino. Sono nelle retrovie della Storia, a guardare la Storia da questa parte, e benedico di essere lontana dalle tifoserie degli ignoranti insufflate dalla propaganda. Il dolore degli invisibili è una cosa troppo seria. I crimini di guerra sono una cosa troppo seria. Il dovere di dire che sono stati commessi da Hamas e dalle forze israeliane dietro ordine del loro governo non ce lo toglie nessuno. Il dovere di fermare i massacri con gli strumenti della diplomazia e del racconto è ineludibile. Le foto da Gaza sembrano quelle di Aleppo dopo i bombardamenti russi. L’indifferenza del mondo mi sembra sia la stessa.

Difficile aggiornare questo blog, perché le richieste di approfondimenti e interviste sono molte, e non mi danno il tempo necessario per mettermi a scrivere. Sui ‘miei social’, però, troverete i link a interviste, conversazioni, eccetera.

Stamattina, per esempio, mi hanno chiamato da Radio Anch’io, su Radio1 Rai, condotta come sempre in maniera impeccabile da Giorgio Zanchini.

Piazze Inquiete – ultima puntata

E così, il ciclo di Piazze Inquiete voluto e organizzato dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli per il 2023 si è concluso ieri con una conversazione bella, profonda, necessaria con Sinan Antoon e John Chalcraft. Chi si occupa, in diverso modo e con diverse sensibilità, della regione araba, sa chi sono, e non ci sarebbe bisogno di ricordarlo. Per chi non li conosce, riporto qui le loro biografie, disponibili anche sulla pagina dedicata della Fondazione (https://fondazionefeltrinelli.it/piazzeinquiete/)
John Chalcraft, Professore di Storia del Medio Oriente e Politica presso la London School of Economics di Londra. In precedenza ad Harvard, Oxford e la New York University, si è specializzato sul rapporto tra storia e politica “dal basso” nel Medio oriente moderno e nel Nord Africa. Con un approccio di sociologia politica qualitativa, esplora le relazioni tra potere, protesta, resistenza, consenso ed egemonia, analizzando le reti di costituzione transnazionali di attivismi sui temi dei diritti umani nell’area di interesse.
Sinan Antoon è Associate Professor of Arabic Literature alla New York University. Poeta, romanziere, studioso e traduttore letterario iracheno. Trasferitosi negli Stati Uniti in concomitanza con la Guerra del Golfo, ha ottenuto un dottorato a Harvard in Arabic Literature. Descritto da Alberto Manguel come “one of the great fiction writers of our time”, ha pubblicato in italiano Rapsodia Irachena (Feltrinelli, 2010) e L’archivio dei danni collaterali (hopefulmonster editore, 2023, tr. Ada Barbaro). Collabora con il Guardian, il Washington Post e il New York Times.
Le biografie delle persone non sono dettagli. Dicono molto, del loro sguardo, della loro reputazione, della loro vita. Se ripercorrerete il loro racconto, registrato e disponibile sul canale youtube della Fondazione Feltrinelli, questa attenzione alle loro biografie sarà immediatamente compresibile. Parla, infatti, del loro rapporti con i luoghi di cui parlano e che hanno analizzato da studiosi e/o raccontato attraverso gli strumenti dell’arte. Parla dei volti che hanno incontrato, dei singoli e delle masse, delle persone nelle piazze e nei quartieri. Della storia che non si racchiude in un anno, dieci, cento, ma va indietro e spiega molto se non tutto. Una conoscenza così profonda è un dono, raro, quando viene messa a disposizione di chi ascolta.
E’ stato questo, secondo me, il tratto distintivo del ciclo dedicato alle Piazze Inquiete, e cioè non a episodi di rivolta e insurrezione, ma a rivoluzioni che hanno segnato la regione araba (e ben oltre) durante gli scorsi quindici anni circa. Non è un caso che abbiamo iniziato lo scorso febbraio con Teheran, per poi volare al Cairo, ritornare in terra europea a Berlino e infine, ieri, mettere a sistema tutto ciò che avevamo intravisto nelle singole città e nelle singole piazze.
Sono contenta, anche del fatto che di queste conversazioni resti traccia d’archivio nelle registrazioni che, quindi, possano essere patrimonio che gira e aiuta a comprendere oltre la narrazione, spesso maldestra, fatta al di qua. Un tentativo di entrare nella dimensione mainstream è rompere il primo stereotipo che Edward Said (a proposito, pubblicato da Feltrinelli Editore) spiegava così bene: “Si ha così una sorta di immagine dell’Oriente senza tempo, come se l’Oriente, a differenza dell’Occidente, non si sviluppasse, rimanesse sempre uguale. E questo è uno dei problemi dell’orientalismo: crea un’immagine al di fuori della storia, di qualcosa di placido, immobile ed eterno, che è semplicemente contraddetta dalla storia”.
Sono contenta, e ringrazio di cuore, molto, tutti gli ospiti che hanno accettato di venire, parlare, ascoltare e mettersi in gioco: Lina Attalah, Francesca Biancani, Alia Mossallam, Gennaro Gervasio, Sinan Antoon e John Chalcraft.
Questo ciclo è anche frutto delle sinergie, della fatica, delle amicizie.

Piazze Inquiete – seconda puntata. Berlino, la città diaspora

Berlino, città della diaspora. La seconda puntata delle Piazze Inquiete è alla Fondazione Giangiacomo Feltrinellii a Milano il prossimo martedì 26/9 alle 19 a via Pasubio 5 con due meravigliosi ospiti, Alia Mossallam e Gennaro Gervasio.
Osservare il cuore d’Europa attraverso un’altra prospettiva: l’esilio, la diaspora, la rivoluzione, lo sguardo arabo e non-europeo
Vi aspetto. Save the date, & spread the news. Diffondete la notizia, segnatevelo in agenda