USA-Medioriente: politica bifronte

Se il buon giorno si vede dal mattino, la politica statunitense in Medio Oriente sotto il “regno” di Obama rischia di essere ricordata come una politica schizofrenica. O, per usare un eufemismo, almeno articolata. I segnali si erano già intravisti, nei primi atti dell’amministrazione democratica. E soprattutto nelle nomine, nei posti chiave della nuova amministrazione di Washington, di uomini di diverse vedute sui dossier più scottanti del bacino che va dal Nord Africa all’Iran. Ma la conferma di una politica mediorientale sul doppio binario si è avuta con il “battesimo” del nuovo segretario Hillary Clinton nella regione. Dal parterre di tutto rispetto di Sharm el Sheykh, alla conferenza per la ricostruzione di Gaza, sino al primo viaggio in Israele nelle vesti di capo della diplomazia americana.

Cos’è successo? Niente di così eclatante, né di concreto. Il doppio binario della politica americana, sinora, si è sentito nelle parole pronunciate direttamente dal segretario di stato Clinton o, più spesso, nelle frasi che sono state fatte uscire dal suo entourage. E che riguardano i due dossier principali: il conflitto israelo-palestinese, e il nucleare iraniano. Sin dall’inizio del suo mandato, Barack Obama aveva subito impresso un cambio di passo alla politica mediorientale degli Stati Uniti verso il mondo arabo, il Medio Oriente, e più in generale il mondo musulmano. Prima di tutto il rispetto reciproco, aveva detto, ammettendo anche che gli americani avevano compiuto degli errori. Poi la telefonata al presidente palestinese Mahmoud Abbas, la prima fatta dalla Casa Bianca, la prima dopo la tragedia di Gaza. E quindi, subito dopo, la designazione di George Mitchell come inviato speciale del presidente per il Medio Oriente. Tutti segnali che Obama non si sarebbe autoescluso dalla gestione della politica estera, neanche in un momento così incredibilmente funesto per la tenuta economica degli Stati Uniti.

Poi, è cominciato il doppio binario…

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