Madeleinette indolori

È vero che l’emigrante versione expat reitera, in versione Terzo Millennio, le medesime nostalgie. Un tuffo consolatorio in tradizioni, riti, usanze, che hanno la stessa funzione di un piccolo rifugio identitario. A parte la descrizione complessa, nella pratica quotidiana il “rifugio identitario” si palesa come una ricerca spasmodica di oggetti (e soprattutto cibo) vicini quanto più è possibile all’originale italiano.

A Gerusalemme, per fortuna, la ricerca porta sempre buoni frutti. Soprattutto sul coté palestinese, dichiaratamente levantino e mediterraneo. Le materie prime, insomma, sono simili a quelle che un’italiana oltre la quarantina (e per metà dei geni meridionale) considera genuine. Anzi, tutte le verdure che è possibile acquistare nei mercati palestinesi sono considerate, dall’olfatto della ultraquarantenne, come una sollecitazione proustiana. Pomodori, aglio, peperoni, melanzane, arance, limoni, fragole, mandarini con i semi, fave, piselli da sgusciare, bietole a mazzetti, lupini conditi, olive in salamoia: il catalogo del cibo “buono come quello della mia infanzia” è pressoché infinito, e ogni giorno si riempie di nuove, commoventi scoperte. Ivi compreso il latte di mandorla. Ivi comprese le mandorle verdi, che puntuali hanno fatto la loro comparsa in questi giorni, guscio morbido e peloso, amare al punto giusto. Ivi compresi gli anonimi cetrioli che ricordano “così tanto” i cetrioli che si mangiavano a Reggio Calabria, spaccati a metà e con un po’ di sale. Ivi compresi i pomodori secchi, che qui però non sanno seccare, come facevano una volta le zie, su di un lungo ripiano di legno, attente a voltarle a tempo debito per evitare che facessero – chissà perché – la muffa.

Basta poco perché la commozione salga assieme ai profumi che arrivano alle narici. Veri o meno, i profumi, non importa. La commozione è sempre lì, dietro l’angolo, a ricordare che si è lasciato sempre qualcosa “di là”. Pezzi di famiglia e di affetti, brandelli di radici, visi, parole, insegnamenti, dolori. E mettere assieme il menu diventa un modo per ricomporre, di tanto in tanto, i pezzi del proprio puzzle sparso nei luoghi del passato. Niente di trascendentale: basta concedersi il vizio di fermarsi a impastare farina, olio d’oliva e vino bianco, pensare al fatto che quel dolce era per Natale, dopo la vendemmia e la raccolta delle olive, dolce ricco ma fatto con quel che a casa c’era.

È un rifugio identitario privato, senza velleità egemoniche. E che, anzi, convive tranquillamente con la contaminazione, con il mix, il cocktail multietnico, il pollo con le verdure alla cinese e il sushi del ristorantino di Beit Agron. Un rifugio identitario di quelli che non fanno male. Anzi. Come una vetrina di pasticceria, i “rifugi identitari” privati attirano la curiosità dei commensali, sono come un libro di ricette che si consulta, un reference book che non sarà mai come l’Artusi. Un diario famigliare di cucina pronto a essere aperto e richiuso senza incidere sulla vita, ma solo sull’umore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *