Eppur si muove

Il mondo arabo dà sempre l’idea di essere immobile. Un mondo in cui tutto resta pressoché immutabile: le stanche riunioni alla Lega Araba, accanto al Nilo; e poi i vertici, e poi le photo-op, e poi i discorsi, le telefonate… Tutto, sempre, con estrema lentezza.

Poi qualcosa si muove in tutta fretta. E si organizza un vertice in quattro e quattr’otto al quale partecipano leader che non si incontravano da tempo, e tra i quali c’era una tale freddezza da aver causato più di una crisi. Come re Abdullah dell’Arabia Saudita e il presidente siriano Bashar el Assad, che solo recentissimamente hanno ricucito la ruggine accumulata sull’instabilità libanese. O come il presidente egiziano Hosni Mubarak e lo stesso Assad. Poi, di punto in bianco, va in onda a Riyadh, è successo ieri, un minivertice a quattro, con Abdullah, Mubarak, Assad e il kuwaitiano Sheikh Sabah al-Ahmad.

Nulla è trapelato, ma è molto probabile che si sia parlato di Iran. Ed è quasi certo che, vista la tempistica del vertice, si sia parlato anche di Palestina, di riconciliazione tra Hamas e Fatah. I negoziati interpalestinesi al Cairo, dicono fonti giornalistiche come quelli di Maannews, proseguono bene. Addirittura, ci potrebbe essere l’accordo sul governo di transizione entro 48 ore. Che sia vero o meno l’ottimismo al Cairo, il summit di Riyadh mostra che l’attivismo arabo è di quelli che vogliono ottenere un risultato. Prima che si insedi il governo israeliano presieduto da Bibi Netanyahu.

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