Giochi di bambini

Ho trovato questa foto sulla e-zine israeliana +972mag, una rivista online su Israele, Palestina, conflitto e società che raccoglie il meglio dell’intellighentsjia pacifista. E’ a corredo di un bellissimo racconto di Lisa Goldman su di un viaggio in taxi tra Ramallah e il centro di Gerusalemme, nel piccolo quartiere trendy di Nahlaot. Un racconto stringato, duro, sull’evoluzione della società palestinese. La foto, invece, è esposta al Perese Center nel quadro di una mostra di fotogiornalismo, Frames of reality.

E’ uno scatto su giochi di bambini, in linea con quello che succede attorno a loro. Giochi guerra, giocati da bambini palestinesi. O meglio, giochi di perquisizioni. Non è una situazione di quelle rare da trovare. Anzi, è stato il mio benvenuto in Terrasanta, nel Natale del 2003. A Betlemme, esattamente il 25 dicembre, nel pomeriggio. I pochi pellegrini se ne erano già andati, la macchina organizzativa stava smobilitando, Betlemme subiva ancora l’atmosfera della seconda intifada, ed erano pochi quelli che si avventuravano a passare il Natale lì. I bambini dei campi profughi di Deheishe e Ayda era venuti come al solito a guadagnare qualche soldo alla Natività, spiccioli dai turisti. I vestiti consunti, la faccina cotta dal sole, i bambini si erano messi a giocare dopo aver raggranellato quel po’ di shekel. E il gioco era proprio quello. Appoggiati a gambe larghe al muro che dà sulla piazza della Mangiatoia, mentre due di loro li perquisivano. Cowboy e indiani in versione mediorientale. Soldati israeliani e ragazzi palestinesi. Quello che mi ha sempre colpito, di quel giocare alla guerra, era la perizia. I gesti conosciuti, precisi, i comandi secchi e che non ammettevano repliche, il modo in cui i bambini si appoggiavano al muro. Quei bambini, tra i 6 e i 10 anni, avevano già imparato molto.

Una vista dolorosa. Welcome to the Holy Land.

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