Schizofrenie americane e Medio Oriente

Jackson Diehl, sul Washington Post, non ci va per niente leggero. Attacca direttamente il segretario di Stato Hillary Rodham Clinton, per non aver compreso quello che stava succedendo nel Bahrein, nonostante l’avesse visitato appena due mesi fa.

To Secretary of State Hillary Rodham Clinton, all was well in Bahrain when she visited two months ago. “I am very impressed by the progress Bahrain is making on all fronts – economically politically, socially,” she enthused. Now, however, Bahrain is the only Persian Gulf state where the popular protests of Tunisia and Egypt have spread.

La ABC va oltre, e dice che – secondo le sue fonti – oggi l’amministrazione Obama dovrebbe chiamare l’alleato di Manama per dirgli di non esagerare con la repressione delle proteste. Oggi? Solo oggi? Eppure le proteste vanno avanti da giorni e giorni, anche se è solo stanotte che la repressione è stata molto dura, a giudicare anche dal reportage in diretta che l’inviato di Al Jazeera English ha fatto, raccontando come stavano i cadaveri che aveva visto alla morgue e i feriti (medici compresi) in maniera seria che erano ricoverati all’ospedale. Eppure, il segretario di Stato americano era stata molto dura con il regime di Teheran che ha immediatamente represso le manifestazioni pacifiche che avevano riempito le strade di Teheran… Certo, dimenticavo, Teheran è Teheran, e Manama è un alleato prezioso, da trattare con i guanti, per la Quinta Flotta soprattutto.

Quello che non comprendo ancora bene, è come mai l’amministrazione americana non abbia ancora compreso, a sua volta, che il doppio standard usato negli anni come strategia prioritaria in Medio Oriente non funzioni più. Non solo. Come mai non abbia ancora compreso che il doppio standard può solo peggiorare l’immagine e la stessa politica mediorientale degli Stati Uniti. Washington, insomma, arriva sempre in ritardo, in queste prime settimane delle rivoluzioni arabe del 2011. Sempre in ritardo, sempre quando già i giochi sono fatti o quasi, sempre quando la piazza (pacifica) ha già mostrato chi è che reprime e chi è che invece reclama democrazia. Lo ha fatto con l’Egitto, e continua a farlo con il Bahrein.

Il ritardo è dimostrazione di due mancanze. La mancanza di conoscenza reale delle società arabe, delle sue dinamiche e delle sue richieste. Una mancanza di conoscenza sulla quale noi che viviamo e lavoriamo in Medio Oriente ci interroghiamo da anni, spaventati – appunto – dal fatto che la superpotenza abbia una inabilità ormai pluridecennale nella comprensione della regione, pur vantando – dal punto di vista accademico – fior di esperti seri. Non funziona, dunque, il collegamento tra la ricerca (politologica, storica etc) e chi consiglia il presidente e il dipartimento di stato. L’altra mancanza, però, è quella di una politica estera univoca dell’amministrazione americana. Con un dipartimento di Stato che guida la politica estera seguendo schemi vecchi e ormai veramente anacronistici, e una Casa Bianca che non riesce a far sentire del tutto la sua voce su quello che sta succedendo, per giunta  indebolita rispetto a quando Obama si insediò. Io continuo a pensare, insomma, che tra Barack Obama e Hillary Rodham Clinton ci sia ancora la stessa divergenza di vedute sul Medio Oriente che era chiara durante le primarie per la candidatura dei democratici alla presidenza. E penso ancora che questa schizofrenia della politica estera americana, divisa tra Casa Bianca e Dipartimento di Stato, non faccia bene agli Stati Uniti, né al Medio Oriente.

Un esempio su tutti. Quando Obama, seppure in ritardo, parla dei giovani egiziani a Tahrir, io percepisco – da persona che ha vissuto e lavorato in Egitto – che Obama ha capito quello che sta succedendo al Cairo, nelle strade del Cairo. Quando sento Hillary Clinton, mi rendo conto che il suo stesso linguaggio è frutto di strategie a tavolino, di un’astrazione che vuole farsi realtà. Eppure, sono certa che entrambi le strade del Cairo o di Tunisi o di Manama non le conoscono. Dov’è la differenza? Nei consiglieri? Nel tipo di consiglieri? Nel tipo di conoscenza che i consiglieri hanno dei luoghi, dei visi, delle persone?

Spero che in Italia la questione del Bahrein non si limiti all’angoscia per il rinvio possibile del Gran Premio di Formula1… e che ci si interroghi su quello che i testimoni descrivono, compresi grandi giornalisti come Nicholas Kristof, del New York Times, che anche su twitter attacca il re Hamad. Ha perso credibilità per esempre dice Kristof. Il sangue è per sempre sulle sue mani. Kristof sta raccontando da ore la brutalità della repressione. Alle 8 della mattina, c’erano centinaia e centinaia di feriti, dopo l’attacco notturno della polizia alla Piazza delle Perle.

La foto è stata scattata da uno dei blogger del Bahrain, anmarek.

2 commenti su “Schizofrenie americane e Medio Oriente

  1. i paesi occidentali sono su un confine, da una lato le vecchie politiche di conveniente appoggio ai dittatori, dall’altra l’incognita di un ordine mondiale che, se le varie rivolte dovessero andare come in egitto, sarebbe tutto da rivedere. qualcuno probabilmente pensa che sarebbe da rivedere a discapito dei vantaggi che gli occidentali hanno sempre tratto dallo sfruttamento dei paesi altrui, senz’altro sarebbe così a breve termine, ma a lungo termine un mondo nel quale le diseguaglianze si accorciano non potrebbe che essere un bene per tutti. credo che obama sia spinto da fortissimi ideali di democrazia e di cambiamento, che le sue esperienze di vita e di volontariato del passato lo abbiano condizionato e che faccia enormi sforzi con se stesso per ascoltare i dettami della realpolitik, mentre la clinton è probabilmente più della vecchia scuola legata com’è agli anni in cui bill era presidente.

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