Telecamere spente sulla Libia

Quello che sappiamo, della Giornata dei Martiri del 17 febbraio, è tutto affidato alla Rete. Ai video, ai tweets, alle rare foto postate su Facebook. Senza riscontri da parte della stampa internazionale, dei network internazionali. Può succedere di tutto, e forse è già successo. Si dice che si sia sparato sui manifestanti dagli elicotteri, che ci siano morti e feriti. Da una semplice scorsa dei tweets degli oppositori, sono più di quindici i morti.

Ragazzi, molti ragazzi, forse la maggioranza, quelli che si vedono sui video. Jeans, una felpa, un cappuccio calato sulla testa. Gli stessi che abbiamo imparato a vedere in queste settimane. Ma di loro non si sa (quasi) niente, o comunque molto di meno di quello che si può sapere dei ragazzi del Cairo e di Tunisi.

Una buona analisi è quella fatta da arabist, di cui condivido il punto di partenza: è il paese più fragile, perché è di più lunga data il regime (41 anni), difficile quanto in Egitto la successione ereditaria, difficili le condizioni della massa di giovani che compone la popolazione. Ma siccome non di sole analisi vive l’uomo, e queste rivoluzioni hanno anche altri filtri, vi consiglio di nuovo un rap, perché lo hip hop è  da anni, da molti anni nel mondo arabo la musica della rabbia e del dissenso. Questo è il rap di Ibn Thabit. Qui è una traduzione in inglese.

Il logo è uno dei tanti che è stato creato e diffuso su internet. In questo caso, è interessante che ci sia il pugno usato dal Movimento 6 aprile in Egitto, molto simile a quello di Otpor a Belgrado.

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