Profumo di Thawra

Mantova è un bel modo per cominciare l’anno. Un’Italia nascosta nelle pieghe di un paese in crisi, che si sacrifica, si tassa, e viene ad ascoltare chiacchiere di cultura. Sembra impossibile, a pensarci. Eppure, è il miracolo che ogni anno si ripete lungo i laghi, in una città che riesce a tener vivi palazzi aviti e capolavori artistici mettendo assieme quello che di nuovo e/o di interessante c’è in giro per il mondo.

Sono felice, insomma, di essere di nuovo al Festivaletteratura edizione 2011. E di parlare di rivoluzioni arabe, ora che gli arabi – meno invisibili di prima – stanno riacquistando, nell’immaginario europeo e occidentale ancora sconvolto dalla tempesta appena più a sud delle sue coste, una dignità totalmente perduta. Eppure le domande sono sempre, purtroppo, le stesse: ma come mai le rivoluzioni sono scoppiate così a sorpresa? Il sottotesto è: tutto era stabile e tranquillo… Il giornalismo italiano ed europeo è riuscito veramente a far danni, nella lettura che ha dato della regione mediorientale, tanto da convincere i propri lettori che era tutto normale.

Tutto normale non era, e basta ascoltare la ventina di autori arabi che il Festivaletteratura ha ospitato nelle 14 precedenti edizioni. Sono racconti, parole, colloqui che mettono i brividi. Edward Said qui, già molto malato, che parla della morte. Mahmoud Darwish ed Elias Khouri che riescono a stare insieme per qualche giorno, parentesi strappata alle proprie vite, loro, il più grande poeta e il più grande scrittore, con la Palestina  a fare da ombrello. Fatema Mernissi che porta con sè, nel 2004, gli ex detenuti politici marocchini e spiega già allora ciò che sarebbe successo dopo. Ala al Aswani già qui nel 2006, col suo Palazzo Yacoubian, descrizione dolente del malessere egiziano che avrebbe dato luogo alla rivoluzione.

C’era già tutto, ora raccolto nell’archivio digitale del Festivaletteratura di Mantova. E in pochissimi avevano ascoltato. Non è colpa degli arabi. E’ colpa nostra.

Comunque, oggi esce in Italia La rivoluzione egiziana, edizioni Feltrinelli.  E’ la raccolta di articoli attraverso i quali  ‘Ala al-Aswani che descrive, narra e spiega le premesse della rivoluzione del 25 gennaio. Li ho tradotti io, ho curato l’edizione e scritto l’introduzione. E l’introduzione – che ho intitolato Profumo di Thawra – comincia così.

La rivoluzione può essere impalpabile. Come la sabbia finissima che il vento impetuoso del qamasin fa entrare a ogni primavera negli interstizi delle finestre di legno del vecchio Cairo. La rivoluzione può essere un soffio persistente, che continua anche dopo giorni, settimane e mesi da quei giorni eroici, in cui  le masse ondeggianti che hanno riempito Piazza Tahrir, gridando  “Irhal, Irhal”. Vattene, vattene. Vattene, dittatore. Vattene, Hosni Mubarak. Lasciaci vivere. La rivoluzione può essere la eco sempre più flebile, col passare del tempo, che reitera all’infinito  quell’urlo possente che ha riempito i diciotto giorni della più grande epopea egiziana contemporanea. Una rivoluzione impalpabile, pervasiva, sussurrata per le strade e le piazze riconquistate dal popolo. Popolo, nome antico, nome che torna, dopo essere stato “manomesso” nel suo significato politico e istituzionale, depredato dal regime trentennale di Hosni Mubarak e della sua corte di oligarchi, torturatori e corrotti,, sempre più arrogante.

La rivoluzione si può ancora sentire nell’aria, quando tutto sembra tornato alla caotica e fascinosa normalità del Cairo. Quando Piazza Tahrir – dopo essere stato il cuore della Rivoluzione – torna a essere lo snodo del cuore della città, un’enorme  rotatoria che distribuisce il traffico,di nuovo preda del fiume di  macchine che respinge tutto:  pedoni, assembramenti, incontri, chiacchiere politiche. La rivoluzione si avverte anche quando il Cairo torna al suo impossibile tran tran, come se fosse riuscita persino a digerire l’indigeribile:  il sacrificio dei suoi ragazzi e la cesura della sua Storia. E la megalopoli appare, allora,  come sempre: polverosa, inquinata, slabbrata. Eppure quel soffio di vita, libertà e dignità è lì che rimane negli uomini e nelle donne. Sui loro visi finalmente di nuovo fieri, come lo sono sempre stati nell’immaginario dell’intero mondo arabo.

Sopraffatti dalla felicità, gli egiziani hanno il timore di perderla. Ma hanno anche acquisito una coscienza che prima non avevano: sanno che – nel caso qualcuno volesse farli tornare a forza ai tempi del regime e della sopraffazione – possono riprendersela, questa felicità conquistata con la forza dell’essere nel giusto, e non tanto con la forza della disperazione e della fame. Perché quella paura che aveva trasformato le rughe, la piega della bocca, gli zigomi ormai perennemente contratti, gli occhi segnati da un’umiliazione senza speranza, è una camicia di forza che tutti si sono strappati di dosso. Sia quelli che si sono ripresi con Piazza Tahrir un intero paese, il proprio, di cui sembravano ormai gli affittuari. Sia quelli – e sono stati pochissimi – che non sono mai andati in tutte le Piazze Tahrir dell’Egitto della rivoluzione, coloro che la Thawra l’hanno subita, seguita, sentita raccontare.  La paura non c’è più. Il 25 gennaio del 2011 è stata frantumata la campana di cristallo che ha incatenato per decenni un intero popolo a un destino costruito a tavolino da un sistema affaristico e di potere che ha rasentato la struttura mafiosa. Questa coscienza è l’unico baluardo che gli egiziani hanno per difendersi dalla contro-rivoluzione.

Buona lettura…

2 commenti su “Profumo di Thawra

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