Gerusalemme, il mito e la musica

Con Gerusalemme, la pop culture si è esercitata molto. Non solo quella antica, dei pellegrini che tornavano e raccontavano e magari romanzavano. Ma anche quella di questi nostri tempi. Dopo una velocissima ricerca, ho scoperto che canzoni su Gerusalemme le hanno scritte anche Emerson Lake & Palmer (veramente brutta), Sinead O’Connor (ancora nel periodo contro tutti), e dei giovanissimi U2 (raccomando la visione di questo live del 1982). In generale, Gerusalemme è troppo evocativa, troppo carica per riuscire a far produrre qualcosa che non abbia, dentro di sé, una carica mitologica tanto imponente da disturbare la creatività. Troppo evocativa, troppo mistica, troppo identitaria, troppo politica.

Fatte salve le dovute differenze, è solo nelle canzoni palestinesi e israeliane che Gerusalemme – pur continuando a essere il mito per eccellenza – riacquista una dimensione quotidiana, urbanistica, umana. Persino “Gerusalemme d’oro”, la canzone di Naomi Shemer scritta nel maggio 1967 e cantata – non a caso – dai paracadutisti israeliani al Muro del Pianto, quanto poche settimane dopo l’uscita del brano della Shemer conquistarono la città durante la Guerra dei Sei Giorni, parla di alberi, di profumi… E lo stesso succede con i due brani di Fayrouz, i principali della playlist immaginaria della musica araba non solo su Gerusalemme, ma soprattutto su Palestina e palestinesi. Parla di una Gerusalemme reale, seppur concentrata sulle fedi, Zahrat el Madaeen, Il Fiore delle città. Parla ancor di più di una Gerusalemme reale, soprattutto di strade, finestre, vita quotidiana al Quds al Atika.

La musica araba non si è mai dimenticata di Gerusalemme, neanche nelle canzonette. Un esempio su tutti: Al Quds al Ardina, di Amr Diab, cantante egiziano paragonabile, forse, al primo Eros Ramazzotti. Canzone militante, uscita durante la seconda intifada, un piccolo esempio che fa comprendere quanto Gerusalemme e la questione palestinese – usate o abusate che siano – non sono fuori dalla pop culture. Anzi. Gerusalemme l’hanno cantata non solo i poeti  arabi, ma pure i solisti dei tempi belli della canzone araba, e i nuovi come Kathem al Saher, Julia Butros, persino Nawal el Zoghbi.

D’altro canto, a girare per strade e mercati, nelle capitali arabe così come nelle cittadine e nei villaggi della regione, un’insegna che parla di Al Quds, una foto della Cupola della Roccia, un tappetino col disegno della moschea di Al Aqsa lo troverete sempre. A ogni angolo. Che sia mito politico, mito religioso, oppure anello importante nella costruzione di un’identità.

Visto che la playlist, stamattina, è più che abbondante, finisco con un consiglio per la lettura. Palestine, Israel and the Politics of Popular Culture, curato da Rebecca L. Stein e Ted Swedenburg, Durham & London, Duke University Press, 2005.

Dovrei parlare della moschea bruciata questa notte in Galilea, vicino a Rosh Pina. Purtroppo non è la prima moschea attaccata, in questi anni. Così come, in questi giorni che precedono la raccolta delle olive, i coloni israeliani in Cisgiordania hanno bruciato e bruciato e distrutto e sradicato olivi e oliveti. Nell’indifferenza generale. Preferisco parlare di Gerusalemme e pop culture. Per il resto, cercate su Google. Che ne so: per esempio, potete mettere come parole chiave mosque, arson, palestinian, settler, price tag. Oppure, olives, West Bank, settlers, price tag.

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