Ahdaf Soueif, la sua Cairo, la loro Rivoluzione

Cairo, per tutti gli egiziani, non è Cairo. È Masr. La stessa parola che si usa per definire l’intero paese. Masr, Egitto. E il Cairo è la sua sineddoche. La parte per il tutto. Lo stesso è successo con la rivoluzione. Diffusa su tutto il territorio, da nord a sud. Eppure, di questa rivoluzione difficile e ancora in fieri, ricordiamo solo un luogo. Tahrir. La piazza della Liberazione.

“Ehi, Masr, ne è passato di tempo. Ci eri mancata”, dice un uomo, mentre osserva la folla che si assiepa a piazza Tahrir, il 1 febbraio del 2011. Accanto a lui c’è Ahdaf Soueif che lo ascolta, e che poco meno di un anno dopo ricorda questa frase, così semplice,  nel suo viaggio attraverso la sua rivoluzione, appena uscito da Bloomsbury. Con un titolo che dice già tutto: Cairo. My City, Our Revolution.

“E’ vero. La città ha riaffermato se stessa, come il centro civile del paese”, dice la scrittrice egiziana dalla sua casa cairota, nel quartiere di Zamalek. “La casa di mia madre”, precisa. Una delle più note esponenti della diaspora egiziana in Gran Bretagna, commentatrice del Guardian, autrice di romanzi densi e affascinanti, Ahdaf Soueif è stata la voce narrante della rivoluzione del 25 gennaio 2011 sulle grandi tv britanniche. E ha lasciato, per buona parte di questo ultimo anno, la villetta silenziosa di Wimbledon, dove la sua doppia anima – egiziana e inglese – si mescola in ogni angolo.

“Intendiamoci, la determinazione degli attivisti di Tahrir è quella di decentralizzare. Per esempio, quando pensano alla riforma delle forze di sicurezza, o a quella dei consigli locali che, liberati dalla presenza degli uomini del vecchio regime, dovrebbero avere un ruolo importante”, precisa l’autrice de Il Profumo delle Notti sul Nilo (Piemme). “Il Cairo, però, rimane il cuore della rivoluzione. La città si è ripresa la sua centralità dopo che per anni il potere l’aveva abbandonata al suo destino, chiuso a doppia mandata nei quartieri-bene, nelle città satellite, nelle macchine nere dei cortei ufficiali. Addirittura, trasferito a Sharm el Sheykh”. Perché era a Sharm che Mubarak riceveva i suoi ospiti stranieri, e convocava i summit internazionali. Non nella capitale, megalopoli da venti milioni di abitanti, un quarto della popolazione egiziana.

“Al Cairo era stata tolta autorità. La città era stata lentamente uccisa, salvo poi – con la rivoluzione – ritornare al centro del paese. E ora, come si è visto durante i 18 giorni di piazza Tahrir in cui si è dispiegata la prima parte della thawra, è tutto un fiorire. Di arte, di attività, di vita”. Nonostante la violenza degli ultimi mesi.

La sua Cairo lasciata morire, decaduta. La città della sua infanzia, adolescenza, gioventù. La città popolata dalle donne della sua famiglia: forti,  appassionate. Ahdaf Soueif narra se stessa, l’intellighentsjia egiziana, i dettagli della Cairo di un tempo, assieme a una rivoluzione epica. E non ancora conclusa.

Una rivoluzione di ragazzi. Dei suoi ragazzi. A piazza Tahrir c’è suo figlio, Omar Robert Hamilton, regista di corti e documentari che con altri attivisti di Tahrir ha creato un collettivo per la produzione e la distribuzione di video su YouTube, mosireen. Ci sono i suoi nipoti, i figli di sua sorella Leyla e di suo cognato Ahmed Seif al Islam, entrambi figure storiche dell’opposizione. Figlio e nipoti sono, anzi, tra gli attivisti di punta. Mona Seif, che si batte contro i tribunali militari. E soprattutto Alaa Abdel Fattah, a buon titolo una delle figure carismatiche di Tahrir. Un ruolo che, però, a lui sta stretto, nonostante il paese si sia mobilitato, lo scorso autunno, quando un tribunale militare lo ha messo in galera per due mesi, da fine ottobre a Natale, e la sua famiglia è stata a suo modo adottata dalla rivoluzione. “Mi fermavano per strada”, racconta. “Mi chiedevano se ero la zia di Alaa. Mi lasciavano regali per lui. Come quel signore che mi ha fermato, ha aperto il suo portafogli, e ha tirato fuori una piccola foto di sua figlia, dicendomi: ‘Gliela dia, perché è la cosa più preziosa che ho’. Mi chiedevano come stesse sua moglie Manal, unìaltra degli attivisti di Tahrir, Manal Hassan, che stava per partorire il piccolo Khaled”. E lo ha partorito, Khaled, mentre suo padre era in prigione. Il primo neonato della rivoluzione di Tahrir, il più giovane ad avere già un account twitter.

“Alaa, mio nipote, non è un leader. Lui si definisce, semmai, un facilitatore. Uno che riesce a tirar fuori quello che la strada vuole. D’altro canto loro, gli attivisti più conosciuti, non potrebbero imporre quello che pensano alla piazza”.

Ahdaf Soueif è orgogliosa degli shabab, dei ragazzi. A loro ha già passato il testimone, senza remore. E ha dedicato il libro.

“Sono diversi da noi. Diretti. Estremamente sicuri di se stessi. Sanno perfettamente ciò che vogliono. Hanno  una precisa coscienza politica, e non sono per nulla ingenui. Certo, li abbiamo tirati su noi: un ruolo che ci riconoscono, con estremo garbo, quando ci dicono che senza la nostra dissidenza non sarebbero dove sono ora”. Nonostante questo garbo, però, Ahdaf Soueif sa perfettamente che a far la rivoluzione sono stati i ragazzi, e non loro, gli ex giovani. “Mi si spezza il cuore”, dice commossa. “Perché sono loro a rischiare. Sono i ragazzi i martiri, gli shuhada di questa rivoluzione. Hanno perso la vita, gli occhi, sono rimasti mutilati. Su questo, l’atteggiamento dei genitori dei martiri è lo stesso: E’ per il loro coraggio che non si può tornare indietro. Perché non siano morti invano”. Un atteggiamento, quello di Ahdaf Soueif, che si può descrivere come romantico? “E allora? Che cosa c’è di male a essere romantiche? Pensi  alle richieste semplici, chiare di Piazza Tahrir. Le tre parole che hanno segnato la nostra rivoluzione. Pane, libertà, giustizia sociale. Se questo vuol dire essere romantiche, sì, allora lo sono”.

Questa è la versione lunga dell’intervista che ho fatto ad Ahdaf Soueif, pubblicata ieri sul Domenicale del Sole24Ore. Quello di Ahdaf Soueif è un libro da leggere, tutto d’un fiato. E si può anche commuovere, come io ho fatto. Per ora è in inglese, ma spero che lo si traduca anche in italiano: il racconto di Ahdaf è uno di quelli che non si può perdere, in un periodo in cui tutti vogliono scrivere – e non sempre a proposito – della rivoluzione egiziana. Il suo viaggio attraverso il Cairo, tra flash-back e i racconti dietro le quinte della thawra, è il racconto di una generazione, di un passaggio di testimone, di una Cairo (sempre al femminile, sempre “she” per Ahdaf Soueif, nella foto scattata a Tahrir lo scorso anno da suo figlio Omar Robert Hamilton) devastata dal regime. Una Cairo in cui, però, rimane la forza di resistere alla propria distruzione, simboleggiata dagli alberi polverosi che hanno commosso tutti noi, amanti di quella città.

Per la playlist, la scelta è obbligata. Umm Kulthoum, El Hob Kollo.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *