La vitamina dei deboli e la globalizzazione

Ieri pioveva, a Roma. Eccome se pioveva. Il classico nubifragio romano, in una giornata già di per sé epocale, storica, straniante. C’era una conferenza internazionale sulla libertà religiosa e la coesistenza pacifica, al ministero degli Esteri, organizzata dalla Farnesina e dall’ISPI, a cui hanno partecipato anche alcuni dei nomi che avete trovato spesso su questo blog. Fabio Petito, Silvio Ferrari, Paolo Branca, Massimo Campanini, Issandr el Amrani the arabist, e via elencando…Bella conferenza, molto (troppo?) densa. Quattro sessioni, una maratona dalle 9 e mezza alle cinque di sera, chiusi dentro l’enorme palazzo bianco sul Tevere. San Pietro è così vicina, ma noi romani non ci facciamo mai caso… Diamo per scontato che sia lî, eterno e immanente.. La notizia storica è arrivata come un brusio, attorno all’enorme tavolo a quadrilatero, tra giornalisti, docenti universitari, esperti di questioni religiose. C’è voluto tempo per ricomporre tutto, e cercare di concentrarsi – di nuovo – su dialogo, diritti, Mediterraneo.

Gesto profetico, atto rivoluzionario, quello di Benedetto XVI. Perché la Chiesa si muove con questi gesti che cambiano la strada. Le dietrologie sugli scandali e i veleni oggi, francamente, mi sembrano l’ennesima dimostrazione di un Paese decadente.

Ieri mi hanno chiesto, alla conferenza, il testo della mia breve, brevissima relazione. Eccolo.

Ringrazio anch’io, e molto, gli organizzatori di questa conferenza, ringrazio il ministero degli Esteri che ci ospita, e l’Ispi che è sempre attento a cogliere in tempo reale ciò che gli eventi ci dicono. E ringrazio Fabio Petito e Silvio Ferrari per la base di discussione che hanno elaborato, una base di discussione che, perlomeno per quello che riguarda questa sezione, definisce già – secondo me – i punti di debolezza della politica e della strategia occidentali verso quel pezzo di mondo in cui ho vissuto per oltre 12 anni.

Sono convinta che – nei fatti – l’atteggiamento occidentale (anche quello europeo) verso le sponde sud ed est del Mediterraneo sia ancora intriso di tutte le categorie che fecondano gli studi postcoloniali nei dipartimenti universitari di Stati Uniti e Regno Unito. Che, cioè, non si sia ancora andati oltre la vecchia lettura dicotomica sulla modernità e/o la modernizzazione del mondo arabo, quando si tratta di interpretare le tendenze politiche, di rappresentanza politica. Modernità = movimenti laici e vicini al modello occidentale. Antimodernità = movimenti che poggiano su identità e cultura religiose profonde, cosi lontane dal nostro modello da poter essere inglobate nella politica internazionale solo se si avvicinano alle nostre categorie culturali.

Eppure il tempo corre, e scorre, come ci hanno dimostrato sia l’inizio dirompente del secondo risveglio arabo, sia le successive dolorose transizioni costituzionali e democratiche in corso. Secondo risveglio arabo che, ancora oggi, nonostante quello che sta succedendo, non si può leggere come una rivolta voluta e interpretata dai protagonisti laici, lasciando ai protagonisti islamisti – un settore talmente diviso e cmplesso e diversificato che riunirlo sotto una unica definizione è già di per sè un errore, il ruolo di aver approfittato delle rivoluzione.

La questione è più complessa, e una lettura semplificata di quello che sta succedendo negli ultimi due anni, e in tutte le elezioni vinte negli ultimi vent’anni dai partiti e movimenti islamisti, nasce a mio parere, almeno in parte, da una mancata o carente comunicazione tra l’accademia e le istituzioni preposte a definire la politica estera dei paesi europei.

E per spiegare lo strabismo con cui spesso, nei circoli politici e anche istituzionali, si è letto ciò che succedeva nel l’islam politico, prendo spunto da due citazioni contenute nella base di discussione per lanciare almeno alcuni dubbi sul modo in cui abbiamo letto, da questa sponda, cosa stava succedendo in diversi contesti, dall’Algeria alla Palestina, dentro l’islam politico. Le due citazioni, illuminanti, sono quella di Jurgen Habermas e l’altra di Regis Debray. La sensibilità post-laica, post-secolare di cui parla Habermas credo sia una chiave di lettura interessante, quando si cala nelle enormi periferie del Cairo così come nei campi profughi di Gaza. È allora che si capisce, nei fatti, perché la religione può rivelarsi strumento per curare le patologie della modernizzazione. Essere cioè, la vitamina dei deboli di cui ha parlato Regis Debray, e non l’oppio dei popoli.

Per mia costituzione, mi piace calare le interpretazioni teoriche illuminanti dentro realtà che conosco, com’è in questo caso la realtà mediorientale. E allora si, è vero, leggere la presenza dei movimenti islamisti nelle enormi alienanti periferie del Cairo o negli umilianti campi profughi di Gaza vuol dire andare oltre la lettura riduttiva che è diventata invece la vulgata su media non solo italiani. Una lettura che ha non poco influenzato anche circoli politici e istituzioni.

La lettura riduttiva dice che i movimenti islamisti si sono diffusi negli strati più poveri emarginati alienati della popolazione attraverso il lavoro sociale. In sostanza, il welfare parallelo è stato strumento precipuo per il proselitismo. Verissimo. Ma questo è solo un particolare della fotografia, tanto per citare uno spot pubblicitario su se stesso trasmesso ossessivamente da Al Jazeera international. Il dettaglio è il proselitismo. L’immagine allargata è altro, e parla di conservazione della struttura sociale, di un sistema di puntelli culturali ed etici che hanno evitato la frammentazione della comunità dovuta – appunto – alla alienazione. Questa immagine dice che coniugare Dio con l’impegno politico ha consentito di far mantenere coesi pezzi di società arabe che si stavano disgregando a causa di condizioni socioeconomiche durissime. Figlie di un modello economico considerato parte integrante della modernità e della modernizzazione.

Pensare, però, che questo atteggiamento conservatore dal punto di vista dei mores, dei costumi, delle tradizioni, dello stesso impianto sociale sia di per se stesso un atteggiamento anti-moderno è il vero vulnus della vulgata occidentale. La realtà è molto più complessa. Fabio Petito: la religione è considerata, in alcune aree, la voce più alta di resistenza contro un modello omogeneo di globalizzazione.

Perché, per esempio, non pensare che la presenza islamista diffusa nelle aree sociali più dimenticate non abbia a suo modo calmierato la rabbia e la rivolta? Non abbia evitato fiammate di violenza – non violenza religiosa, ma violenza sociale? Non è una provocazione, ma è un dubbio che mi sono posto, visitando luoghi dove l’umanità dolente vive.

La battaglia dei movimenti islamisti contro la frammentazione sociale attraverso un recupero dei pilastri della fede è, certo, anch’essa solo un dettaglio della fotografia. L’immagine complessiva ha dentro molto altro, ma mi piaceva mostrarvi uno scatto fotografico come questo, per far comprendere quanto la nostra lettura, da questa sponda, sia stata alcune volte lontana dalla realtà.

Realtà che ovviamente, oggi, mostra problemi serissimi, soprattutto in Tunisia e in Egitto, soprattutto sul piano costituzionale, nella difesa non solo della libertà religiosa. La libertà religiosa, infatti, si difende solo se la si inserisce dentro il cesto di tutte le libertà. I diritti si difendono non singolarmente, ma come sistema di diritti.

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