La città in guerra

 

Il nostro occhio di spettatori distratti si è infine posato su Gerusalemme, la città dolente. L’occhio della gente che guarda i Tg, ascolta la radio, legge i giornali si è posato su Gerusalemme, la città senza pace. Il sangue ha toccato un luogo santo, una sinagoga, nel momento della preghiera, intimo e debole di fronte al cospetto del Dio. E la mano dell’uomo ha ucciso civili inermi. Tra gli ebrei di Gerusalemme, i più legati alla fede e a una lettura ortodossa del proprio essere religiosi. Due giovani palestinesi sono entrati, e hanno ucciso, armati di asce e coltelli. La mano violenta ha toccato un luogo della fede ebraica, in una deriva che è cominciata da tempo, da settimane e mesi, e che ha toccato – con violenza – i luoghi della fede musulmana. L’ultima moschea profanata, non lontano da Gerusalemme, è quella del villaggio palestinese di al Mughayyir, data alle fiamme poco prima che arrivassero i fedeli per la preghiera dell’alba.

Non è la prima volta che i luoghi della fede divengono, e non solo simbolicamente, campi di battaglia. Lo ha ricordato oggi David Grossman, nell’intervista pubblicata su Repubblica. Vent’anni fa, il 25 febbraio 1994, un colono israeliano, Baruch Goldstein, uccise con sventagliate di mitra 29 fedeli in preghiera, inermi, nella moschea Ibrahimi di Hebron. Violenza chiama violenza, sangue chiama sangue, provocazione chiama provocazione. In una spirale iniziata mesi fa, nutrita per anni e anni, ignorata con ignavia dalla nostra politica, italiana ed europea.

Si dice e si legge: è l’inizio della terza intifada. Chissà… Lo abbiamo detto e scritto per anni, che a Gerusalemme la tensione si stava alzando, e che si rischiava la terza intifada. Frutto dell’umiliazione, delle provocazioni continue, della rabbia compressa e dell’assenza di un futuro dignitoso, di una prospettiva. Ora, più che una intifada, è cominciata ed è in corso una guerra civile. Una guerra nella città. Una guerra per Gerusalemme. Non è una differenza da poco, ed è soprattutto una differenza che concentra lo scontro nella dimensione urbana. Gerusalemme è un mondo a parte, è ancora una sorta di corpus separatum, come cercò di strutturarla l’ONU, nel famoso piano di partizione del 1947. È una città non solo iconica, ma reale. Non solo mediatica, ma quotidiana. Una città della quale sono stati ignoranti i veri protagonisti: i suoi abitanti.

Chi vive o ha vissuto per tanto tempo a Gerusalemme ha temuto questo sangue e questa guerra. La attendevamo, con paura e con dolore. Aspettavamo che le cancellerie europee facessero qualcosa, dopo aver descritto nei dettagli – attraverso il rapporto annuale dei consoli – quello che in città succedeva. I fatti sul terreno dei coloni, sostenuti del governo israeliano, l’unico a detenere tutto il potere su Gerusalemme, hanno tolto speranza e destino a una componente ineludibile della società gerosolimitana: i palestinesi di Gerusalemme, un quarto della popolazione. I rapporti dei consoli hanno da anni messo in guardia sul rischio di una esplosione sociale e politica. Ed eccola, l’esplosione, paventata, temuta, e allo stesso tempo ignorata.

Nessuno può dire oggi, all’indomani della strage nella sinagoga di Har Nof, di non aver saputo che il rischio era lì, e che Gerusalemme stava esplodendo. Da settimane. Da mesi. I rapporti settimanali (settimanali!) dell’ufficio dell’ONU per le questioni umanitarie nel Territorio palestinese occupato, l’Ocha, hanno reso numeri e statistiche la guerra in atto. Dice l’ultimo rapporto settimanale, che aggiorna la situazione sino al’11 novembre, dunque prima della strage di Har Nof e della morte dell’autista palestinese trovato impiccato dentro un autobus israeliano nella stessa area:

“Since 1 July 2014, four Palestinian have been killed and 1,333 injured including 80 children by Israeli forces in East Jerusalem; during this period, three Israelis were killed and another 65, including 33 civilians, were injured by Palestinians in the same area.”

Traduzione, per chi non conosce l’inglese: “dal I luglio 2014, 4 palestinesi sono stati uccisi e 1333 feriti, inclusi 80 bambini, dalle forze israeliane a Gerusalemme est. Nello stesso periodo, 3 israeliani sono stati uccisi e altri 65, inclusi 33 civili, sono stati feriti da palestinesi nella stessa area”. È un bollettino di guerra. Ed è un bollettino di guerra che si sarebbe potuto evitare.

Gerusalemme può salvarsi, e avere un futuro dignitoso, solo se a tutti i suoi abitanti viene data uguale dignità, uguali diritti, uguale cittadinanza. Senza che una delle comunità prevalga sull’altra. Senza che una gestiva il potere e l’altra lo subisca. Uguale riconoscimento, della propria storia su quella terra. Israeliani e palestinesi sono parte della storia di Gerusalemme, l’uno non può escludere l’altro, se non sacrificando la verità. Gerusalemme ha un futuro se condivisa, e se condivisa ne è tutta la storia. Non solo quella del vincitore, non solo quella di chi amministra, ma quella di tutti i suoi abitanti. Israeliani e palestinesi.

Non è solamente una posizione idealistica. È tanto reale che lo stesso massacro della sinagoga di Har Nof contiene la memoria di una storia che va condivisa, perché se ne possano superare le ferite. È la storia, in questo caso specifico, di Deir Yassin, il villaggio palestinese teatro della strage compiuta dalle forze paramilitari ebraiche il 9 aprile 1948, durante la prima guerra arabo-israeliana. Furono uccisi decine e decine di civili palestinesi inermi, a seconda delle ricostruzioni storiche e giornalistiche si passa da un minimo di cento a una stima massima di 254. Deir Yassin è ora Har Nof e Givat Shaul. I resti del villaggio sono conservati, intatti ma invisibili ai più, nel centro di igiene mentale della città (chi ne vuol sapere di più trova una descrizione dettagliata nel mio libro su Gerusalemme). La memoria dei lutti del 1948 si sovrappone a un attentato terroristico dentro una sinagoga. Contro civili inermi in preghiera. Una violazione non giustifica una violazione, un delitto non giustifica un delitto. Al contrario, la spirale di violenza va fermata, ora, subito. E per far questo c’è bisogno di coraggio, di fermezza, e della determinazione a considerare il futuro di Gerusalemme un futuro condiviso, degno per tutti i suoi abitanti. Gli unici a soffrire e a pagare il conto della nostra vigliaccheria.

 

 

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