Ma tu, Gerusalemme, lo vali tutto questo dolore?

Scrivo queste righe lontano dalla ‘mia’ Gerusalemme. E mi costa persino definirla mia, Gerusalemme, una città che non ho amato sino a che non ho deciso di lasciarla. Fino a che, chiudendo la porta della casa in cui ho vissuto per quasi dieci anni, non ho versato le prime lacrime per Gerusalemme. Scrivo queste righe lontano dalle strade di Gerusalemme, dove si consuma e si consumerà una guerra per lei, per la città considerata fin troppo santa. Vale dunque, ciò che scrivo, meno di quello che scrivono i colleghi giornalisti e i cittadini-giornalisti, i fotografi coraggiosi e i possessori di un telefonino che sono sul campo, per le strade di Gerusalemme, di Ramallah, di Nablus, di Betlemme, di Haifa.

Conosco le pietre di Gerusalemme come non conosco quelle di Roma, dove pure sono nata. Conosco gli occhi dei ragazzi e delle ragazze, israeliani e palestinesi. Li conosco come giornalista, e soprattutto come madre. Ho imparato quello che non sapevo attraverso gli occhi di altre donne, madri, madri e professioniste, madri e basta. Ricorderò sempre un articolo di Joharah Baker, bravissima giornalista palestinese e madre di due bambini, abitante di Gerusalemme a pochi metri dalla Spianata delle Moschee. Penna acuta, la mia amica Joharah descriveva in un articolo del 2010 sul portale Miftah il dolore, il senso di impotenza delle madri palestinesi. “Come ogni altra madre palestinese che vive nei territori occupati, una delle paure assillanti e onnipresenti è di non essere capace di proteggerlo, mio figlio. Israele non ha il diritto di privare i nostri bambini dell’infanzia”. Parlava degli arresti dei minori, anche di 12 anni, degli interrogatori, dei bambini che si facevano la pipì addosso.

La decisione così singolare di Joharah, di parlare della sua esperienza difficile, dolorosa, di madre, mi ha sempre colpito, e mi ha fatto entrare in una stanza poco illuminata della società gerosolimitana. Da allora, ho sempre aggiunto lo sguardo di madre a quello della giornalista e dell’analista di cose mediorientali. Non come una diminutio, bensì come un arricchimento così prezioso da avermi concesso di interpretare in modo diverso la città.

Il dolore di Joharah e delle sue sorelle non l’ho mai dimenticato. È arrivato sin dentro la mia pièce teatrale, Cafè Jerusalem. E c’è soprattutto oggi, pungente, acuto. Un dolore che non pensavo di provare, ma che per fortuna mia e della mia saldezza morale è arrivato. È giunto guardando il video di un bambino palestinese di 12 anni, ferito da un poliziotto israeliano a Pisgat Zeev, un insediamento illegale israeliano a Gerusalemme est. Un luogo che conosco, non lontano da un supermercato di quelli frequentati da israeliani e palestinesi. Occhi smarriti, spaventati, terrorizzati. Quel bambino forse capiva cosa gli stava succedendo. Stava morendo, dissanguato, mentre attorno a lui gli urlavano insulti, gli auguravano di morire. Una crudeltà rara quanto profondissima. La perdita del senso morale, dell’umana compassione.

[Aggiornamento del 13 ottobre: Ci sono fonti che dicono che il bambino palestinese del terribile video di Pisgat Zeev è stato ferito, e non è morto: ricoverato in gravi condizioni, ma non in pericolo di vita, all’ospedale Hadassah di Gerusalemme. Ucciso invece il ragazzino di tre anni più grande. Entrambi accusati di aver accoltellato e ferito gravemente un coetaneo israeliano]

Sono scioccata, ancora adesso. Non riesco a digerire la disumanizzazione. Non riesco a comprendere come si possa agire in una realtà che per alcuni è diventato un videogioco. E gli esseri umani un bersaglio. Un bambino di 12 anni, sospettato di aver accoltellato un ragazzo israeliano, diventa un bersaglio. Lo si giustizia come nel far west. E i comunicati ufficiali igienizzano persino la lingua: neutralizzato, è il termine più usato. Non ‘ucciso’. ‘Neutralizzato’. Non c’è neanche l’assunzione di responsabilità che un termine come ‘uccidere’ comporta.

Su questo video, su questa immagine iconica quanto quella di Aylan, il bambino morto sulla spiaggia turca, non so se ci saranno o ci siano state discussioni dentro le redazioni dei giornali. Registro che, invece, ha avuto più attenzione la foto di un avvocato palestinese che colpisce un lacrimogeno e lo getta indietro verso i soldati israeliani: forse per la sua valenza calcistica, la foto è arrivata sulle pagine online dei nostri quotidiani. Pregherei quanto meno i colleghi di repubblica.it di correggere l’errore. Con i suoi colleghi, l’avvocato palestinese si stava scontrando con gli israeliani non a Gerusalemme, bensì a Ramallah. Basta leggere e tradurre correttamente la didascalia dell’Associated Press. E basta conoscere le strade, i pendii, i panorami.

L’avvocato palestinese, con la sua toga, segnala una cosa diversa, rispetto a quella che ha colpito i miei colleghi. Ricorda gli avvocati che erano scesi a piazza Tahrir, al Cairo, tra il gennaio e il febbraio 2011. La sua presenza dice che la Guerra di Gerusalemme coinvolge da parte palestinese tutti i giovani, i bambini, i ragazzini, gli universitari, quelli che un lavoro ce l’hanno già. È una battaglia disperata per la sopravvivenza, e non finirà presto. Una battaglia di cui si vede una parte, ingiustificabile, che è quella degli accoltellamenti per mano palestinese verso gli israeliani. E non si vede l’altra parte, ingiustificabile, delle esecuzioni a sangue freddo da parte degli israeliani verso i palestinesi, a rischio di essere uccisi per uno sguardo male interpretato, come sostengono i famigliari di molti ragazzi ammazzati in questi giorni. Le due versioni hanno pari peso, sia su un giornale sia in un’aula di giustizia.

Sui giornali israeliani, per esempio sul centrista Yediot Ahronot, già qualcuno si chiede se le esecuzioni extragiudiziali in corso a Gerusalemme non abbiamo introdotto la pena di morte (stile far west) in Israele. Spero che le stesse riflessioni arrivino tra i nostri opinionisti.

2 commenti su “Ma tu, Gerusalemme, lo vali tutto questo dolore?

  1. Cara Paola,
    è così difficile in questi gironi, ma forse sempre, a scuola cercare il modo di “conoscere” la realtà, questa realtà, come tante altre. Cercare il modo di tradurre i brandelli di mondo (è purtroppo proprio il caso di dirlo, brandelli) che vedo in uno scambio vero con gli studenti è davvero difficile. Insieme a loro ed a voi, quelli come te, si cerca di definire un confine della realtà basato su fatti (scienza) che acquisiti con fatica, stupore, dolore (coscienza) possano contribuire a disegnare percorsi di vita autentici, combattivi, non desolati. Spesso affiora la sensazione di non avere parole per dirlo questo mondo, così come è

  2. gent. ma Paola, le tue parole mi toccano profondamente nel giorno in cui leggo che nemmeno i cadaveri saranno restituiti alle loro famiglie. Ho pensato ad Antigone, ma ora penso alla madre che non potrà seppellire suo figlio e penso alla dis-umanità che ci pervade: e noi occidentali incapaci anche di “raccontare” quello che avviene e PERCHE’.
    con stima miriam gagliardi vicenza

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