Attacco alla libertà di ricerca, e ai campus

C’è una piccola storia nella grande storia. Nel grande contenitore rappresentato dallo Executive Order del 27 gennaio 2017, data ormai determinante in questo capitolo recente della storia statunitense, c’è la piccola storia che riguarda l’intellighenzia non solo araba, ma in generale mediorientale, in massima parte musulmana. Un ‘gruppo’ composto da chissà quante teste. Almeno da decine di migliaia di ragazzi, studenti, giovani studiosi, studiosi di una certa età. Complessa, composita, divisa come tutte le èlite intellettuali, l’intellighenzia araba studia e ha studiato nelle università occidentali. In buona parte, studia e ha studiato negli atenei statunitensi. Chi è rimasto, ha fatto carriera accademica, si è costruito una vita, ha dato linfa alle professioni, lustro alla medicina, alle scienze, alle discipline umanistiche, allo high tech. Chi è tornato, fa parte delle professioni, guida spesso imprese di altissimo livello, capaci di condizionare l’economia non solo nazionale. Chi è tornato, fa parte talvolta dei regimi, talvolta delle opposizioni e della dissidenza. Chi è tornato, ha dovuto magari rifar la valigia e decidersi per l’esilio politico e la diaspora.

L’intellighenzia araba, ma più in generale mediorientale, è dentro l’intellighenzia statunitense. È anche dentro le classi dirigenti. Di sicuro, dentro il vasto mondo dell’accademia dove, in questi ultimi anni, si è giocata una battaglia nascosta ai più, ma non a chi – su questa battaglia – ha incentrato molto impegno, e qualcun altro anche un discreto impegno finanziario. Al centro della battaglia, la ricostruzione storica e storico-culturale degli ultimi cento anni del Medio Oriente. Quella che in inglese viene definita narrative, la narrazione della storia, delle civiltà, della politica, dell’economia, dell’archeologia, della letteratura, del pensiero filosofico, delle teologie. Lungi dall’essere una questione solo e unicamente accademica, la battaglia per la narrazione della contemporaneità in Medio Oriente è stata questione politica. Sulle prime pagine dei giornali, molto raramente, sono arrivati i casi singoli. Il licenziamento di alcuni docenti, la mancata assunzione di altri, l’isolamento di altri ancora, le battaglie su conferenze prima annunciate e poi cancellate.

Negli anni più recenti, la battaglia si è concentrata simbolicamente sulla questione del BDS, sulla richiesta di molte unioni degli studenti e di associazioni di studiosi di aderire alla campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni verso quei prodotti e quelle società accusate di sostenere l’occupazione israeliana della Palestina. La lista degli episodi di confronto durissimo nelle grandi università americane è lunghissima. Ognuno di questi episodi meriterebbe un racconto a parte.

L’Executive Order colpisce anche questa piccola storia nella grande storia del #Muslimban. E la colpisce duramente. Toglie una parte dei protagonisti dal palcoscenico. Studenti, dottorandi, studiosi di alcuni tra i più importanti paesi arabi e mediorientali, e coloro che, avendo doppia nazionalità, saranno altrettanto respinti. Saranno colpiti egiziani, sauditi, emiratini, palestinesi con doppia cittadinanza, assieme a iracheni, siriani, iraniani, libici, yemeniti, sudanesi.

Cosa significa? Significa, certo, un impoverimento drastico del valore accademico di molte università. Significa, dunque, anche investimenti persi. Ragioni per le quali si stanno susseguendo da ieri, sui social e sul web in generale, dichiarazioni lunghe e dettagliate dei presidenti delle università americane che danno consigli di comportamento ai loro studenti e studiosi, assieme alla necessaria stigmatizzazione dell’Executive Order. Mai i presidenti degli atenei sono stati così chiari nel prendere posizione negli ultimi anni. Stavolta, è evidentissimo, è stato compiuto un gesto che lede nel profondo la democrazia americana, ed è solo un segno di quello che la presidenza Trump sta facendo e vuole fare all’interno degli apparati dello Stato per scardinare un sistema. L’esempio palese, è la grande purga dentro il Dipartimento di Stato, che ha mandato a casa tutti i diplomatici senior e lascia di conseguenza, da un giorno all’altro, la politica estera americana nelle mani della Casa Bianca, o meglio, nelle mani del ristrettissimo gruppo attorno a Donald Trump.

La questione della libertà accademica, di ricerca, di parola non è un dettaglio. È uno dei principali bersagli che l’Executive Order vuole colpire. Lo sanno bene gli studiosi che hanno firmato la petizione No Immigration Ban, lanciata lo stesso 27 gennaio e sottoscritto sino ad ora da 12mila docenti e ricercatori, ivi compresi decine di Premi Nobel. Firme pesanti, che danno conto del pericolo estremo per la democrazia. Dovremmo talvolta ricordarlo, noi in Italia, quando sottovalutiamo il caso di Giulio Regeni, ucciso perché faceva ricerca, e faceva ricerca nelle scienze sociali.

Ora proprio il mondo della ricerca si pone la domanda cruciale sul ‘che fare?’

Boicottare le conferenze accademiche negli Stati Uniti? Come farà per esempio la più grande associazione sugli studi mediorientali a livello mondiale, la MESA, a tenere la sua conferenza, visto che sarà impedito a molti dei suoi membri di arrivare in territorio americano e partecipare ai lavori? Si supplirà, in modo anche umiliante, con la videoconferenza?

Piccola domanda finale: come reagiranno all’Executive Order organizzazioni come Campus Watch e simili, legate alla destra israeliana e alla destra americana che la sostiene, tra le protagoniste della battaglia culturale nelle università?

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