Orientalismo alla Pasolini

L’ho visto colpevolmente in ritardo, il viaggio che Pier Paolo Pasolini compie in Israele e Palestina nel 1965. Un viaggio di cui abbiamo una traccia incredibilmente interessante nei Sopralluoghi in Palestina, un documentario in cui Pasolini descrive in prima persona la sua sorpresa nel percorrere i luoghi evangelici. E’ il sopralluogo necessario per poi girare il suo Vangelo secondo Matteo.

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Devo ancora elaborare tutto ciò che ho visto con gli occhi di chi come me, abitante di Gerusalemme per dieci anni, riconosce i luoghi. Luoghi trasformati dal tempo, annullati addirittura dal tempo (la strada dia Gerusalemme a Gerico, pezzi interi di deserto distrutti per far posto a un’autostrada), piegati dal tempo della politica.

Un elemento, però, mi ha profondamente turbato. Disturbato. Un orientalismo misto a una descrizione sommaria e ideologica della realtà che Pasolini visitava. Moderni e solo moderni gli israeliani, che attraverso la buona modernità avevano trasformato il paesaggio. E poveri gli arabi (solo arabi, mai chiamati palestinesi), definiti – anche con tenerezza – straccioni, sottoproletariato. Nessuna profondità di analisi, nessun riferimento alla guerra, nessuna complessità nell’avvicinarsi a una realtà conosciuta in maniera sommaria. E quando Pasolini visita le diverse cittadine (persino Betlemme), mai che si interroghi su quegli edifici che con tutta evidenza sono borghesi. No, gli arabi sono solo i possibili personaggi di un film di là da venire, gli unici a poter incarnare gli ebrei del tempo di Gesù.

La delusione è fortissima, perché lo iato tra il Pasolini raffinatissimo conoscitore della realtà italiana (e della politica e della società) e il Pasolini orientalista è così profondo da lasciarmi attonita.

3 commenti su “Orientalismo alla Pasolini

  1. I "Sopralluoghi in Palestina" possono lasciare interdetti per chi si aspetta un reportage giornalistico o un'analisi storica. Ma con Pasolini il punto di partenza cambia profondamente. Perché Pasolini parla "en poète" e usa un lessico 'pasoliniano' che piega il significato italiano a una propria semantica. E' vero: gli israeliani sono i 'moderni' e gli arabi sono i 'poveri': ma per Pasolini la modernità è un disvalore e la povertà è un valore. Ricordo a memoria che dica a un certo punto di sentirsi più vicino ai secondi rispetto ai primi. Poi, certamente, non li chiama 'palestinesi' ma 'arabi': non sono uno storico, ma sarebbe da verificare se fosse comune nel 1965 usare la parola 'palestinesi': da una mia veloce ricerca, per esempio, nell'archivio del "Corriere della sera" (il quotidiano principale nell'Italia di allora), praticamente la parola è inesistente e si parla solo di arabi. Se non vado errato (ancora: non sono uno storico), la ricostruzione del nazionalismo palestinese avviene poco dopo, quando Arafat costituisce l'OLP: solo da allora, se non sbaglio, quel popolo ha cominciato a riconoscersi come orgogliosamente palestinese in sé e per sé. Mettici poi, ovviamente, il peso della disinformazione e della propaganda israeliana, che per esempio poteva contare sulla retorica socialista dei kibbutz, e mettici anche la mediazione di quel viaggio fatto da Pasolini, e cioè il clero cattolico, che – a intuito – credo che pensasse di poter sopravvivere blandendo i vincitori a scapito degli oppressi: meglio gli ebrei (a cui proprio in quei giorni il Concilio tolse l'accusa di "deicidio") che gli arabi, visti teologicamente non come parenti (gli ebrei) ma come traditori (Maometto sta all'inferno). Lo sguardo di Pasolini va insomma contestualizzato e al tempo stesso compreso a partire da Pasolini. Che su questo argomento conosceva poco sicuramente, e male. Non gli interessava proprio, se non come spunto poetico (scrisse anche delle poesie su "Israele", che per lui era spazio simbolico, quasi astorico, del riconoscimento della Diversità). Infine, aggiungo che nel '67 si schierò dalla parte di Israele e del suo diritto alla difesa contro l'Unità, pur chiamando "stupido" il sionismo e non lesinando critiche a Israele e solidarietà alla popolazione oppressa dei "giordani" (così erano definiti i palestinesi). Insomma, Pasolini è difficile tirarlo per la giacchetta (come avrei voluto anch'io a proposito della Palestina!), e soprattutto dimenticare il perno del suo pensiero, cioè la contraddizione come esercizio critico, nel quale ci sta dentro ammirazione e condanna per Israele e amore da occidentale 'orientalista' per gli arabi-giordani-palestinesi.

  2. Eh sì Cara Paola ricordo di esserci rimasta male anche io, quando qualche anno fa l'ho visto! Io che adoro Pasolini! Che delusione, soprattutto per quel senso di superiorità bianca contro quei poveri giovani di Nazareth (cito a memoria che so di avere scarsa) "sul cui viso non è passato Gesù " ignorando la Cristianità orientale. Poi però ho fatto vedere il documentario a alcuni amici palestinesi che invece hanno avuto reazioni molto meno viscerali delle mie e mi hanno aiutato a contestualizzare, a capire il tempo intercorso, la forza della propaganda di allora che in effetti a vederla oggi è ancora forte ma incrinata! In fondo penso che Pasolini fosse stato malamente accompagnato e che se ci fosse stato insieme a lui un frate di quelli che conosciamo noi sarebbe stato diverso!!

  3. L'OLP viene fondata nel 1964, e non da Arafat (leader di Fatah, un gruppo all'interno dell'OLP, e che prese il potere ben dopo il 1967, nel 1969). Ma l'idea che a Pasolini si possa perdonare uno sguardo ingenuo su Israele e Palestina non può passare: uno che scrive su una cosa si deve informare, oppure scrivere su qualcos'altro (purtroppo questo è un male diffusissimo in Italia oggi); né è convincente l'idea che al tempo poco se ne sapesse: Eichmann fu processato e condannato nel 1960-61 e Hannah Arendt pubblica La Banalità del Male nel 1964, e non è pensabile che con tutto lo scalpore che fecero il processo ed il libro, Pasolini ne fosse all'oscuro oppure che sia giustificabile non essersene informato. Sull'uso del termine 'arabo' anziché 'palestinese', dovrebbe andare da se che i palestinesi stessi non si descrivevano come 'arabi', e che quindi la pubblicistica italiana fosse colpevole nel non are altrettanto – e dire che Pasolini poraccio solo i giornali aveva come fonte mi sembra un insulto all'intelligenza di Pasolini. Quindi, Pasolini orientalista rimane per omissione o per commissione. Purtroppo.

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