Da Kherrata ad Algeri

A Kherrata, nel distretto di Béjaia, “evitare il centro storico in questo momento a causa di una manifestazione pacifica dei cittadini della località. Siate prudenti”. Il messaggio compare sulla pagina twitter di “Info Trafic Algerie” il 16 febbraio, all’una. Alcune centinaia di persone erano scese per strada per protestare contro l’ipotesi di un quinto mandato presidenziale di Abdel Aziz Bouteflika, il capo dello Stato algerino in carica da venti anni.

L’uomo della normalizzazione dopo il decennio nero della guerra civile si vuole ricandidare alle elezioni in calendario tra poche settimane. Nonostante abbia 81 anni e le sue condizioni di salute siano molto precarie.

Se ne parla, a dire il vero, da  mesi, da quando la questione delle elezioni presidenziali dell’aprile 2019 è divenuta questione politica centrale. La ricandidatura di Bouteflika per un quinto mandato significa confermare il sistema di potere algerino. Bouteflika, ormai, non compare in pubblico se non molto raramente. E sempre sulla sedia a rotelle. Negli ultimi tempi non ha potuto neanche ricevere personalità straniere in visita ad Algeri. A novembre, in occasione della festa nazionale, le sue condizioni sono apparse estremamente fragili, tanto da far partire riflessioni sulla stampa sulla sua salute e sul necessario ricambio al vertice delle istituzioni.

Una sua uscita di scena, però, significherebbe non solo un altro presidente della Repubblica, ma un cambiamento profondo nel sistema di potere algerino. Un cambiamento che, all’interno del sistema, nessuno vuole.

Così, il 10 febbraio, le voci sul quinto mandato vengono confermate ufficialmente. Bouteflika si ricandiderà, ma prima andrà in Svizzera per controlli medici di routine. L’annuncio, col senno di poi, è la goccia che fa traboccare il vaso di un disagio politico, sociale, culturale che serpeggia da tempo. Non solo per la crisi economica (la svalutazione del dinaro algerino è solo la punta dell’iceberg di una situazione difficile). È come se il tempo sia congelato, ad Algeri, dove la tensione tra i diversi settori sociali e culturali – sgrossando, laici e islamisti – dei primi anni dopo la fine del decennio nero sembra ora stemperata. Per lasciare il posto, però, a una insoddisfazione evidente nei confronti della gestione del potere, con le accuse di corruzione che corrono di bocca in bocca.

È in periferia che si svolge una delle prime manifestazioni contro un possibile quinto mandato di Bouteflika. Non ad Algeri, ma  a Kherrata, cittadina del nord del Paese, lontana dal centro e allo stesso tempo nel cuore della memoria nazionale. Nel 1945, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, venne compiuto uno dei massacri più efferati da parte del colonialismo francese.

Lo scorso 16 febbraio centinaia di persone scendono dunque in piazza a Kherrata, senza un partito, una formazione politica alle spalle a organizzare la manifestazione. Qualche tweet mostra le foto della dimostrazione. Le informazioni nazionali sul traffico ne danno notizia, in quella che sembra un’informazione neutra, di servizio, per aiutare gli automobilisti. È però il segnale che, per più di un algerino, la misura è ritenuta colma.

A confermare che nel paese  il disagio si sta rapidamente trasformando in protesta, è quello che succede pochi giorni dopo. Il 22 febbraio. Di venerdì, come spesso accade nel mondo arabo. Alla fine della grande preghiera, all’uscita delle moschee, succede l’imponderabile. Quello che nessuno avrebbe potuto prevedere. Non sono centinaia, in piazza. Sono migliaia, decine di migliaia. Alcune associazioni per la difesa dei diritti umani parlano di 800mila in tutta l’Algeria, in tutti i distretti, in tutte le città più importanti, da quelle costiere a quelle dell’interno. Nella sola Algeri, dove le manifestazioni sono vietate dal 2001, si parla di centomila persone per le strade. Le foto, le immagini scattate dai reporter algerini e dai manifestanti, sono impressionanti. Fiumi di persone nei luoghi nevralgici della capitale, dalla casbah alla cornice, ai boulevard dell’Algeri coloniale, sino ai viali che conducono ai ministeri. Uomini e donne, di tutte le età e delle provenienze sociali. Dalla borghesia agli ultras delle squadre di calcio, dai ragazzi delle periferie agli intellettuali. Senza bandiere di partito. Ma con la bandiera algerina. Tante bandiere algerine. Una folla composta, pacifica, imponente.

Le forze dell’ordine non reagiscono, in sostanza. Tutto si conclude, il 22 febbraio, nella maggior parte dei casi in maniera composta. La sensazione è che tutti siano rimasti inebetiti: chi è sceso in piazza e chi faceva parte delle forze dell’ordine. Travolti, tutti, dal numero dei partecipanti. Dalla massa.

Anche l’informazione internazionale rimane senza parole. Pochi i lanci di agenzia. Praticamente inesistenti, la sera del 22 febbraio, le notizie sui siti. Se non qualche riga su Al Jazeera, che comunque decide di tenere bassa la notizia. C’è chi non capisce cos’è successo ad Algeri. Chi pensa sia un abbaglio, una di quelle cose che piacciono ai giornalisti e agli osservatori innamorati delle rivoluzioni arabe. Chi ritiene sia il caso di aspettare.

I giornalisti algerini, invece, la notizia la capiscono. Eccome. La capiscono fino in fondo i giornalisti indipendenti, quelli che scrivono per siti e testate internazionali. La capiscono anche i giornalisti del servizio pubblico. Tanto da cominciare, subito, a esprimere il proprio disagio quando le emittenti di Stato decidono di non parlare di quello che è successo per strada, in uno scollamento totale tra la realtà del 22 febbraio e l’informazione sul 22 febbraio. Cominciano le prime dimissioni, in dichiarata protesta, dalla radio e dalle testate. Cominciano le lettere dei sindacati di settore contro il silenzio dei media. Cominciano anche le manifestazioni dei giornalisti, una in concomitanza con lo sciopero degli studenti universitari. Una in programma il 28 febbraio.

Nel frattempo, si continua a scendere in piazza. Lo fa, il 23 febbraio, Mouwatana, il movimento che dovrebbe riunire le opposizioni e che non è ancora riuscito ad esprimere un candidato per le presidenziali. È un successo a metà, sia per il numero di persone che aderiscono alla chiamata di Mouwatana, piuttosto esiguo, sia perché la polizia ha nel frattempo rafforzato la sua presenza e riesce a frammentare la manifestazione con diverse interposizioni. È la conferma che chi è sceso in piazza ha una profondissima disaffezione verso la politica considerata vecchia e stantia.

È un tempo sospeso. In attesa di quello che potrebbe succedere. E soprattutto della reazione delle persone più vicine a Bouteflika.

Uno dei banchi di prova è quello degli studenti universitari. Le manifestazioni sono state programmate per martedì 26 febbraio, nel solito tam tam attraverso i social che non è stato scalfito dalle frequenti interruzioni e malfunzionamenti di internet che vengono segnalate da più fonti. E martedì gli studenti manifestano. All’interno dei campus, all’inizio, perché i cordoni di polizia impediscono sia l’uscita degli studenti dai cancelli, sia l’ingresso dei giornalisti nelle città universitarie e nelle facoltà. Dimostrazioni pacifiche. Ancora una volta – com’era successo soprattutto a piazza Tahrir in Egitto – una delle parole più usate e gridate è ‘silmiya’, pacificamente, senza violenza. Fiori vengono offerti ai poliziotti, come già nei giorni precedenti.

I cordoni, comunque, non funzionano dappertutto. Gli studenti sciamano per le strade, sugli snodi delle tangenziali, nelle città. Le manifestazioni sono in tutta l’Algeria. E nel pomeriggio, ad Algeri, gli studenti universitari si uniscono a quelli liceali, invadendo rue Didouche Mourad, il cuore commerciale della capitale, una delle strade simbolo della storia contemporanea algerina.

Ancora una volta in massa, ragazzi e ragazze. Anche la mobilitazione studentesca è riuscita. Ora tutti sono (siamo) in attesa di vedere ciò che succederà venerdì I marzo, l’altra giornata di protesta già programmata. Certo, non ci sarà l’effetto sorpresa del 22 febbraio. Da una parte, si avverte non solo la riscoperta del proprio orgoglio e della propria dignità, ma una gran voglia di riprendersi la politica. “Siamo una repubblica, non una monarchia”, è stato uno degli slogan più usati. Assieme a quel canto da stadio che, in maniera sorprendente, è arrivato nella strada algerina: Fbladi dalmouni è nata in Marocco, a Casablanca, tra i tifosi del Raja. E si è poi irraggiata con una rapidità sorprendente. Nel mio Paese soffro per l’ingiustizia, dice il canto da stadio. E qualcuno, per le strade algerine, l’ha preso a prestito.

Dell’altra parte del fronte, di ciò che potrebbe decidere l’entourage di Bouteflika non si sa molto. Se non quello che, ieri, ha detto colui che ha guidato le sue ultime campagne elettorali, Abdelmalek Sellal. Bouteflika si ricandiderà il 3 marzo, l’ultimo giorno utile. Non l’offerta di un negoziato, né di un ramoscello di ulivo, verso una massa ancora magmatica che ha deciso di esprimere il suo dissenso in piazza. E che non sembra avere intenzione di rientrare dentro le case, gli uffici, le aule.

La bellissima foto è di
©Lydia Saidi, dalla sua pagina 
Facebook

 

 

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