Il primo natale del nuovo tempo

 

Ho sempre pensato alla casa come a un camper. Non alla sua immobilità, quanto all’essere rifugio per noi che, per lavoro e vita e curiosità, siamo in movimento. Un luogo all’interno del quale rinchiudersi per sentirsi protetti. E salvi.

È una sensazione che provano molti tra quelli che, come me, hanno vissuto fuori dalla propria città d’origine. Soprattutto chi ha scelto di vivere oltre i propri confini, in luoghi in cui ha dovuto fare la giusta fatica nell’ambientarsi. È per questo, forse, che il tempo presente (tempo dell’attesa, tempo sospeso, tempo in bilico, tempo senza senso del futuro, tempo eternamente presente) non lo sento come un tempo confinato. Perché è tempo trascorso nel rifugio che, per me, è da decenni ormai anche il luogo del lavoro.

Se penso ai capitoli che ho vissuto, alle tante case in cui ho passato il fluire quotidiano dell’esistenza, conservo – di ognuno di quegli ambienti – il bel sentimento di essere stata accolta.

Non sempre sono stati luoghi belli o comodi, ma luoghi dell’anima sì. Certo.

Ora sono dentro l’album di immagini della memoria. La stube di Budapest. Il letto sul soppalco, a Firenze. La luce dalle persiane al piano terra. La stanza (triste) con la stufa a carbone a Bonn. Il frigorifero con i piani rigidamente suddivisi, recintati, tra gli studenti della casa che dava sui binari della ferrovia. Il lungo balcone, al Cairo, circondato da palme, manghi e flamboyant. La luce dalle persiane. La polvere. L’oro della Cupola della Roccia nello studio di Gerusalemme. Il bianco abbacinante, e poi il rosa del tramonto sulle montagne della Giordania. Le cucine. Piccole, a loro modo sempre organizzate e sempre simili, perché la misteriosa grammatica della cucina diventa, per chi sceglie di fare la nomade da una casa all’altra, un modo di vivere.

Delle case, di quasi tutte le case, ci si porta appresso un segno. Serve per il collezionismo dei ricordi? Chissà. La nostalgia è di per sé un sentimento fortunato: significa che si è stati bene, in quelle stanze, tanto bene da conservarne i segni e portarseli appresso in valigia.

La memoria delle case, in questo indimenticabile (ahimè) 2020, risale a galla come se fosse una pallina di plastica che si tenta di spingere sott’acqua. Più è continuo e ripetuto l’imperativo del rimanere a casa, del rinchiudersi, del confinarsi, del non uscire, più si condensa la riflessione su come ci si sente dentro casa. Se si ha la fortuna di avercela, una casa.

Ed è proprio qui, nell’idea che avere una casa sia già di per sé una fortuna, che si arena il sentimento di starci bene, nelle proprie stanze. O almeno di avere l’ardire di raccontarlo. Perché mai come oggi dai tempi della seconda guerra mondiale, almeno qui in Europa e in genere in un Occidente largo e confuso, il tema delle disuguaglianze è divenuto chiaro. Chiarissimo.

Non che non fosse evidente prima, ma la pandemia – in questo senso, come le guerre – è  un coltello che taglia di netto, e definisce chi ha e chi non ha. Chi può continuare la sua vita con pochi danni, e chi perde tutto, o quasi tutto. Insomma, chi può permettersi di comprarsi da mangiare e passare il natale a casa con i suoi cari, pochi veri cari, e chi non sa come potrà pagare affitto e bollette. Chi sente la casa come il rifugio, chi come un peso impossibile da sopportare.

Lo sapevamo già che era troppo furioso il nostro fare, scriveva Mariangela Gualteri a marzo in una poesia che è già la storia di questa pandemia. Sapevamo già che la furia del nostro fare era il passo che avevamo scelto di tenere. Un passo perfettamente aderente al modello, sempre più crudele e feroce, del capitalismo ultima maniera in cui abbiamo nuotato e che abbiamo contribuito a costruire e consolidare. Ci siamo illusi che non si potesse né trasformare in qualcosa di meglio, né combattere. Come qualcosa di ineluttabile: il sole che sorge e tramonta, il ritmo delle stagioni. Così allo stesso modo, come fosse qualcosa di ineluttabile, abbiamo continuato nei giorni dell’Avvento 2020 ad assimilare spot pubblicitari su come ingozzarci meglio di leccornie e di merci. Come in attesa di un natale qualsiasi, tutto consumi e luci abbaglianti, abbiamo comprato e preparato, facendo segretamente a botte, nel nostro intimo, con la richiesta impellente di sobrietà.

Quando c’è un lutto, e questo è un lutto nazionale, il più pesante e inimmaginabile dalla seconda guerra mondiale, persino le luci di un grande bar nel quartiere Prati di Roma, tante, troppe, abbaglianti e impreziosite da un enorme fiocco rosso, stridono con quello che ci sta succedendo.

Me ne sono accorta passandoci accanto. Le luci, tante, troppe e abbaglianti, illuminavano la rimozione del dolore e del lutto collettivo. Era come se dicessero: siamo abbarbicati a ciò che siamo stati e abbiamo fatto finora; non ci ricordiamo più cos’è la coscienza di un dolore collettivo.

Non ci ricordiamo più, né il dolore collettivo né il senso della festa. Del natale. Sarà che per molti anni il mio natale è stato a Betlemme, in un clima freddo e umido, perfetta rappresentazione non solo della Natività, ma della crudele follia politica della questione israelo- palestinese. Sarà che il natale a Betlemme è spartano e fatto di poche cose. Sarà certo perché per noi giornalisti i giorni di festa possono trasformarsi spesso in un normale giorno di lavoro. Sarà per tutto questo che non faccio una tragedia per un rito che trova altre forme per dispiegarsi e che posso trasformare, a Roma, una cena della Vigilia in un pranzo della Vigilia, mettendo il bambinello nel presepe con il fuso orario di Sydney. Sarà per tutto questo che questo natale mi sembra, dolorosamente, più natale di tanti altri. Qui in Italia.

Perché il natale a casa tra pochi cari, seppure imposto per decreto e da molti non desiderato, ha avuto la potenza di uno schiaffo ben assestato. Risveglio amaro. I più pessimisti diranno che già domani non ci ricorderemo più del sapore aspro del natale 2020. I più realisti, me compresa, avvertono invece che nessuno di noi potrà tornare indietro, a prima della pandemia. Prima che un vento impalpabile riuscisse a riempire di granelli di sabbia gli ingranaggi di un sistema, di vita consumo e produzione, che stava già mostrando segni di cedimento strutturale.

Buon natale 2020. Compatibilmente.

 

 

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