Mediterranea – Il gateau di Antonio e l’invasione dell’Iraq

Poteva essere, chissà, la metà di marzo. Marzo 2003.

Da giorni, da settimane, i tamburi di guerra suonavano e battevano sempre più forte. Tutte le mediazioni per evitare un attacco statunitense all’Iraq (all’Iraq, non solo a Saddam Hussein) si erano scontrate con una decisione politica e strategica già presa a Washington dalla presidenza di George W. Bush junior e condivisa con l’allora premier britannico, il laburista Tony Blair, considerato ora e persino oggi – chissà perché anche in Italia – il campione di una sinistra moderna.

Ci avevano persino provato due cardinali, inviati in fretta e furia da Giovanni Paolo II per scongiurare l’ennesima guerra in Medio Oriente, l’attacco a un paese centrale come l’Iraq, piegato da anni di sanzioni. I cardinali erano uomini che di mediazioni si occupavano da tempo. Il primo era uno dei più raffinati diplomatici vaticani, Pio Laghi, che aveva girato il mondo come nunzio apostolico. A Gerusalemme se lo ricordavano ancora bene. Il secondo, Roger Etchegaray, era considerato l’uomo delle missioni impossibili, per esempio nei Balcani quando la guerra in ex Jugoslavia era ancora nella fase dello scontro sanguinoso in Croazia, dove il cardinale si recò per celebrare messa a Osjiek sotto le bombe serbe.  E poi proprio in Iraq, a metà di febbraio del 2003, per consegnare nelle mani di Saddam Hussein un messaggio di pace del papa.

A pensare alle mediazioni di quelle settimane, sembra quantomeno singolare scegliere l’angolazione del Vaticano, e non soffermarsi invece su quell’inganno politico e mediatico insopportabile che fu il discorso di Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell’inizio di febbraio per tentare di avere il beneplacito delle Nazioni Unite: un discorso lungo sul disarmo dell’Iraq, diventato famoso per quella provetta di antrace sbandierata da un militare e uno stratega altrimenti raffinato come Powell e immortalata in una foto rimasta ahimè iconica.

Visto invece dal Cairo, tutto quel parlare in Occidente, le riunioni al di là dell’Atlantico, il Palazzo di Vetro…, tutto era dato per scontato. Non era scontata, invece, proprio la mediazione vaticana. Al papa, al papa bianco la strada egiziana dava credito, senza distinzione di fedi.

Per me che vivevo lì, dichiararsi italiana in quei giorni di estrema tensione voleva dire sapere di essere in certo qual modo protetta dal mantello di Giovanni Paolo II. Te lo diceva chiunque, per strada, che el baba stava facendo tanto per scongiurare la guerra. Non solo i copti. Tutti, soprattutto i musulmani. Un sentire che bisogna ricordare, oggi, per capire la grande festa che gli iracheni hanno fatto a un altro papa vestito di bianco, Francesco, successore di quel papa che ci aveva provato in tutti i modi, non solo a fermare la macchina della guerra d’invasione anglo-americana, ma anche ad affermare con durezza che non c’era nessuna motivazione religiosa per accendere i motori dei carrarmati statunitensi. Nessun benestare cristiano.

Negli stessi giorni, l’ambasciata statunitense al Cairo diceva agli americani presenti in città di fare scorte di bottiglie d’acqua, di rimanere in casa, di non mandare i figli a scuola e, in tono più morbido, il nostro ambasciatore, come tutti gli europei, aveva convocato all’Istituto italiano di cultura i connazionali per impartire i consigli per i giorni duri a venire. Non frequentare assembramenti, usare il buon senso.

C’era aria di guerra vicina, insomma. Di possibili tensioni in città. C’era aria di un prima e di un dopo. Poteva essere, appunto, la metà di marzo. Invitai gli amici a casa, tutti gli amici del Cairo, egiziani e internazionali, per passare assieme l’ultima sera del tempo di pace. Unica richiesta: ognuno e ognuna doveva cucinare il piatto più amato e portarlo alla festa. Sulla tavola della casa di Doqqi c’era quella sera un tripudio di pirofile e piatti da portata. Non me ne ricordo nessuno, ahimè. Salvo uno. Il gateau di Antonio. Anzi, il gattò di Antonio. Perfetto, a regola d’arte. Non me lo ricordo, però, per questo. Me lo ricordo perché Antonio mi ha consegnato la teglia di gattò con il sorriso compiaciuto di chi ha amato cucinare quel piatto. E con il tono malinconico di chi, funzionario delle Nazioni Unite che aveva, sì, girato bene il mondo, sapeva che veramente quella era l’ultima sera insieme del tempo di pace. I suoi sforzi, gli sforzi di chi, come lui, aveva cercato di usare sguardi multipli per capire cosa si potesse fare contro le diseguaglianze e le violazioni dei diritti, potevano essere buttati alle ortiche. Avrebbe affrontato, dopo, l’ennesima fatica di Sisifo, in silenzio e senza lamentarsi.

L’attacco a Baghdad iniziò nella notte tra il 19 e il 20 marzo del 2003.

L’Iraq di oggi è la conseguenza non solo del regime di Saddam Hussein, dei massacri che ha ordinato e della repressione della dissidenza. È la conseguenza di una strategia internazionale che ha affrontato i nodi contemporanei del Medio Oriente usando una strumentazione antica.

Io il gattò non lo faccio bene come lo fa Antonio. Ma il profumo del suo timballo di patate me lo porto appresso. E ci metto le mie variazioni.

  • 1 kg di patate
  • 2 o 3 tuorli
  • 2 o 3 albumi
  • Sale
  • Pepe
  • prezzemolo
  • Olio extravergine d’oliva
  • Formaggio a pezzetti
  • Salumi a pezzetti
  • pangrattato

Si fa bollire un chilo di patate in abbondante acqua e sale. Si passano le patate con il pelapatate o con un passatutto. Non si usa il minipimer, perché altrimenti viene una pappetta inguardabile e impossibile da gestire. Si aggiungono 2 tuorli d’uovo (a seconda della resa delle patate, potete anche aggiungerne un altro). E poi pepe, prezzemolo in dosi generose, i pezzetti del formaggio che avete, perché anche il gattò fa parte della grande cucina degli avanzi. Scamorza affumicata, mozzarella, formaggi stagionati, fate un bel mix. Ci vorrebbe il salame, ma io preferisco lo speck: anche in questo caso, guardate quello che avete in frigo. Se l’impasto è troppo consistente, potete aggiungere un po’ di latte. Io preferisco l’acqua e non metto neanche il burro, che in casa mia c’è molto raramente, ma aggiungo olio extravergine di oliva, quanto basta. Alla fine, aggiungete al tutto i 3 albumi che vi erano rimasti e che per un po’ sono stati passati in frigo o in freezer per rendere più semplice montarli a neve. Perché aggiungere gli albumi montati a neve con delicatezza all’impasto? Perché lo rende più morbido. Ungete  una teglia con l’olio, mettete un po’ di pangrattato, tanto quanto ne assorbe l’olio, e poi mettete l’impasto nella teglia, spolverizzate altro pangrattato e finite con un filo d’olio.

Al forno per una ventina di minuti a 180 gradi. Anche mezz’ora. Fino a che non si farà una bella crosticina.

Antonio mi perdonerà.

Gateau cucinato rigorosamente in teglia d’alluminio egiziana, acquistata al mercato di Doqqi. Sullo sfondo, una pubblicità vintage ritagliata da una rivista del Cairo. 

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