Scontri alla Porta di Damasco. Cosa dice la grammatica di Gerusalemme

Issawiya, A-Tur, Silwan, Wadi Joz, i quartieri di Gerusalemme est vicini alle mura antiche  dove  più sono concentrati, almeno negli ultimi quindici anni, i coloni israeliani. E poi la porta di Damasco e quella di Erode, sino a via Salah Eddin, il cuore commerciale palestinese di Gerusalemme. E ancora più a nord, dentro la Cisgiordania, a Ramallah e al muro di separazione, i fuochi sono accesi vicino al terminal di Qalandia e al campo profughi da cui il terminal prende il nome. La tensione arriva fino al cosiddetto DCO, il checkpoint dei vip, degli internazionali e dei giornalisti. Si sposta a sud, ad Al Khalil/Hebron, e a nord, a Tulkarem.

La mappa degli scontri a Gerusalemme e per Gerusalemme segue direzioni conosciute. I luoghi sono spesso gli stessi degli scontri che si ripetono a corrente alternata tra i palestinesi e i soldati israeliani. Cambiano gli anni, cominciano a cambiare le generazioni, ma la geografia del confronto non si modifica. Semmai, si approfondisce. Perché le cause sono sempre lì, intoccabili da 54 anni: l’occupazione di una parte della città di Gerusalemme. E perché va avanti senza sosta la vera e propria costruzione a tavolino dello scontro.

Le violenze recenti, che in un crescendo prevedibile sono dilagate nelle zone della città dove è facilissimo accendere micce, hanno diverse cause. Quella più superficiale, quella che può fare più notizia quando la notizia bisogna darla come un panino da fast-food, è che gruppi di ragazzi israeliani dell’estrema destra suprematista e razzista abbiano deciso una marcia verso Gerusalemme est per reagire alle molestie messe in atto dai ragazzi palestinesi ai danni di coetanei ortodossi. Schiaffi sul tram. Il tutto, amplificato da Tik Tok.

Violenza tra ragazzi, adolescenti, poco più che ventenni? Troppo facile liquidare quello che sta succedendo come l’eruzione di uno scontro tra tifoserie rivali, anche se così sembra dalle cariche e controcariche dei gruppi che si confrontano. Quello che è successo giovedì è stata, a leggere le testimonianze e a guardare i video che inondano twitter, la pianificazione preordinata dell’accensione di una miccia. Miccia sotto la paglia asciutta di cui Gerusalemme è tappezzata. E spegnerla sarà l’ennesimo esercizio difficile nella storia recente della città che ancora ricorda i terribili mesi del 2015, la violenta reiterata, i morti ammazzati, una ferita per nulla rimarginata.

Cominciamo da giovedì sera. Giovedì. In sostanza, il fine settimana, sia per gli israeliani, sia per i palestinesi musulmani. Come già era successo negli scorsi anni, adolescenti israeliani si riuniscono nella zona di Zion Square, a Jaffa street. Da quando la strada è stata chiusa al traffico delle automobili ed è percorsa solo dal tram, è di fatto una lunga zona pedonale. I ragazzi urlano ‘Morte agli arabi’, ‘Mavet Aravim’. Lo fanno spesso. Ma non ci sono solo loro. Ci sono anche quelli che di anni ne hanno di più. Come Benzion Gopstein, il leader di Lehava, una organizzazione di estrema destra che si è tentato più volte di mettere fuori legge in Israele. Gopstein e sua moglie, Anat, vivono a Kiryat Arba, la colonia israeliana alla periferia di al Khalil/Hebron dove viveva ed è sepolto Baruch Goldstein. Per chi non se lo ricorda, era il terrorista del movimento Kach di Meir Kahane che entrò nella moschea Ibrahimi e ammazzò ventinove fedeli che pregavano durante il ramadan, scaricando loro addosso i proiettili di un fucile automatico Galil. Correva l’anno 1994, e da allora cominciarono gli attentati suicidi compiuti da Hamas.

Lehava è contro l’assimilazionismo e i matrimoni misti tra israeliani e palestinesi, che a dire il vero sono una rarità. Così come Gopstein, secondo i giornali israeliani, è a favore della messa a fuoco di chiese e moschee. La chiamata alla marcia di Lehava funziona, in un’atmosfera che risente dei risultati delle quarte e più recenti elezioni politiche israeliane. Le prime consultazioni che hanno ammesso un movimento della destra estrema nella Knesset e decretato l’ingresso di uno dei personaggi più noti, Itamar Ben Gvir, aperto sostenitore anche di Lehava. Centinaia di manifestanti sono arrivati alla porta di Damasco, in sostanza il cuore della Gerusalemme palestinese. Sempre al grido di ‘Morte agli arabi’. Gli scontri sono scoppiati subito. La guardia di frontiera israeliana ha compiuto molti arresti di palestinesi, ne ha feriti un centinaio, la notte è stata segnata da fuochi, spari di lacrimogeni, botte, pestaggi da entrambe le parti, violenze.

E non è finita. Si sapeva già che il copione si sarebbe ripetuto di venerdì. Venerdì di ramadan, per i palestinesi musulmani che hanno riempito la Spianata delle Moschee, negli ultimi anni sempre più al centro delle rivendicazioni e della politica dell’estrema destra israeliana. Venerdì inizio dello shabbat, per gli israeliani ebrei. Anche la notte di venerdì è stata segnata da fuochi, petardi, lacrimogeni, urla, sassaiole che sono arrivate sino alla Porta Nuova, l’ingresso nel Quartiere cristiano della Città Vecchia, generalmente risparmiato dagli scontri. Le strade sono piene.

Dettagli, si dirà. No. Questa è la grammatica di Gerusalemme, quando scoppia la violenza. Una grammatica che occorre conoscere nei dettagli anche per individuare i segni di cosa è successo, di cosa succederà, e perché.

Uno dei dettagli minori che mi ha colpito è la rabbia contro la sorveglianza. Le telecamere che invadono in maniera capillare la città, e soprattutto quella parte di città, sono state distrutte, bruciate, messe fuori uso. Le sassaiole si sono concentrate, su via Salah Eddin, contro uno dei simboli dell’occupazione, il tribunale distrettuale, l’autorità israeliana nel cuore della parte palestinese. D’altro canto, gli israeliani hanno fatto sapere all’Autorità Nazionale di Mahmoud Abbas che non concederanno mai ai palestinesi di votare a Gerusalemme per le elezioni previste per maggio (si terranno mai?). E uno dei seggi è proprio a via Salah Eddin.

È un caso che la marcia di Lehava si sia tenuta proprio in questi giorni? A me sembra proprio di no. Non solo perché è in ballo la questione delle elezioni politiche palestinesi e del voto a Gerusalemme. Di ragioni ce ne sono tante, per accendere la miccia proprio ora.

Una ragione riguarda proprio la pressione dei coloni israeliani per acquisire case nel cuore dei quartieri palestinesi e spaccare, in questo modo, il tessuto urbano e sociale. Anch’essa una pratica che va avanti da anni. In ballo, in queste settimane, sono alcune case di Sheikh Jarrah, proprio accanto all’albergo più famoso e di charme di tutto il Medio Oriente, l’American Colony. La campagna internazionale contro il tentativo dei coloni si sta diffondendo, e a sostegno delle famiglie palestinesi di Shaikh Jarrah è arrivato anche il governo giordano, che ha fornito i documenti di proprietà e le corrispondenze per evitare l’esproprio. Sì, il governo giordano, proprio quel governo al centro del più intricato scontro familiare e politico all’interno della casa reale hashemita, che – è bene ricordarlo – è anche custode dei luoghi santi di Gerusalemme e della Città Vecchia, in quanto inserita nella lista UNESCO dei luoghi patrimonio dell’umanità in pericolo.

C’è, però, anche una ragione tutta interna alla politica israeliana. Aumentare la tensione a Gerusalemme, negli ennesimi giorni difficili del dopo-elezioni, è uno strumento politico di pressione. Bibi Netanyahu non è riuscito a formare per ora la coalizione (gli servono, appunto, i voti dell’estrema destra) ed è sotto processo. Le altre coalizioni sembrano impossibili, e avrebbero comunque bisogno dei voti dei partiti arabi. Fumo negli occhi, per gli anti-assimilazionisti di Lehava…

Da ultimo, un altro dettaglio che rende necessario un aumento della tensione a Gerusalemme. Riguarda gli Stati Uniti, che anche con l’amministrazione Biden non hanno spostato di un centimetro il sostegno totale a Israele. Qualcosa, però, si muove all’interno delle comunità ebraiche statunitensi. Pochi giorni fa si è tenuta la conferenza virtuale di JStreet, l’associazione ebraica progressista che si oppone alla conservatrice AIPAC. Ebbene, l’argomento della discussione, in apertura della prima giornata, ha preso spunto dalla morte ormai conclamata della soluzione dei due Stati come immaginata dal processo di Oslo. Se quel processo è morto, la riflessione si sta concentrando sull’idea della confederazione tra due Stati, Israele e Palestina, come immaginata già da un decennio da Meron Rapoport e dal suo “A Land for All”. Con tutto ciò che una confederazione vuol dire. Un’idea che per gli estremisti di destra israeliani, e non solo per loro, è inaccettabile. Vorrebbe dire riconoscere i palestinesi, la Palestina e l’idea che a quella terra appartengono entrambe le comunità.

 

Tante cose dice la grammatica di Gerusalemme. Basta conoscerne le regole e i dettagli.

 

Non sono a Gerusalemme. Ma tutto si sta svolgendo ‘sotto casa’: a poche decine di metri dalla ‘mia’ casa, nei luoghi quotidiani della mia permanenza decennale a Gerusalemme.

2 commenti su “Scontri alla Porta di Damasco. Cosa dice la grammatica di Gerusalemme

  1. Gentile signora Caridi, solo un piccolo appunto.
    Questa storia non comincia giovedí. Sono almeno tre settimane che il tiktok e l'instagram palestinesi sono pieni di mini video rimbalzati dal tiktok israeliano, in cui ragazzini che parlano ebraico, generaralmente vestiti da "nazional-religiosi", importunano e pestano palestinesi a Yaffa street – quella specie di zona di confine tra Gerusalemme Est e Ovest.
    É una storia che va avanti da molto tempo ma quella di filmarla su tiktok é un fenomeno dell'ultimo mese, pare. Molti amici hanno diffuso sui social media le loro esperienze sull'ambiente sempre piú ostile a Yaffa street. Sulle pagine social frequentate primariamente da Israeliani ebrei, i fatti di giovedì e venerdì sono interpretati nella
    maggior parte dei casi come una scandalosa evidenza che gli israeliani non possono andare dove vogliono nella loro stessa capitale. Quindi c'è, a livello di percezione dal basso e di mobilitazione, una dimensione territoriale molto forte.
    D'altronde, marce della destra a Gerusalemme est, da damascus gate alla spianata delle moschee, con lanci di oggetti, aggressioni a cose e persone e grida di morte agli arabi non sono cosa nuova; ogni anno il giorno della Naksa (Jerusalem day), e in certi periodi anche a cadenza mensile, o in occasione di alcune festività. Solo che lì il governo prende misure drastiche -ovviamente in favore dei suoi- e chiude completamente le zone interessate all'accesso da parte dei palestinesi. In questo caso il governo ha deliberatamente lasciato il pogrom (perchè è un pogrom) svolgersi.
    Grazie per il suo prezioso lavoro

    1. grazie! sì, certo, è da anni che si intensificano le marce, la caccia al palestinese su Jaffa street, la territorializzazione. Non è un fenomeno nuovo, e i terribili mesi del 2014-2015 sono lì a ricordarcelo. Ma ogni volta, allo stesso tempo, è diversa dalla precedente: si forma in giorni e giorni di tam tam (stavolta su Tik Tok) e poi scoppia in strada.

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