Così presto? – i grazie dopo la festa

Cosa ci faccio qui? Per meglio dire: già sono arrivata qui? Ma non è troppo presto? Questi 60 anni sono un po’ difficili da digerire. Non solo per me, a giudicare dalla reazione di molti dei miei coetanei (italiani). A molti di noi, dell’annata 1961, sta stretto quel numero che ricorda un giro di boa verso la vecchiaia. Come se pensassimo a noi stessi come permanenti, senza passato e futuro, dentro l’eterno presente in cui abbiamo rinchiuso noi stessi. Non è che si pensa di rimanere eternamente giovani, no. Ma si pensa a un tempo infinito in cui si può sognare, costruire, inventare, lottare, avere futuro. E sorridere.

Poi lo schiaffo del tempo arriva, ben assestato. E che schiaffo!

Eccomi a sessant’anni, e come dice la mia amica Annamaria, non cambia niente rispetto al giorno prima. E come dice il mio amico Eric, è un tempo bellissimo. Che inizia con festeggiamenti travolgenti, trasformando le limitazioni della pandemia in un affetto intimo e virtuale allo stesso tempo. L’intimità riconquistata è stata vissuta con la mia famiglia, presente, presentissima nella cura di una giornata molto speciale. Presentissima anche quando arriva con una telefonata e un mancato arrivo a sorpresa perché c’è un appuntamento importante, con un vaccino, appunto. Presentissima anche quando arriva su uno schermo, in differita da Londra, con l’augurio per 120 anni. L’affetto virtuale ha dato la giusta importanza alla mia vita nomade, costantemente nomade, grazie agli amici che dai quattro canti del mondo – complice la tenacia di Filippo – hanno inviato i video dei bei capitoli della mia vita.

Cito qualche fiore, solo per dare un accenno del mazzo variopinto di fiori di campo che mi è arrivato. Quattro canti del mondo davvero, compresa la terra Gadigal del popolo Eora, da cui Lucia ha mandato il suo videoaugurio. E compresa la mia Gerusalemme, con i volti degli amici carissimi del capitolo più profondo dei miei 60 anni (taale, habebti: torno, torno, appena finirà la pandemia. mi mancate tutti). E compresa la mia Sicilia, dove Evelina è riuscita a darmi della santa e Alessandra della generosa, Samantha è riuscita a trovare un simbolo come il gelso, che mette tutto insieme, e Rossana è riuscita a dare a una scelta le parole e il senso. Per concludere con Roberto, che ha dato compiutezza a tutto con i suoi versi perfetti: “tanti auguri a te/tanti auguri a te/tanti auguri cara Paola/tanti auguri a te”, recitati con tono solenne da Joevito già in attesa di uno scudetto rasserenante.E Aurora, che mi ha regalato una rosa.

Centinaia di grazie, di pensieri per chi mi ha pensato, di ricordi travolgenti.

Auguri ai miei coetanei che hanno visto un uomo passeggiare sulla Luna quando erano bambini, che sanno che tutto è possibile e che non bisogna avere paura, ed è per questo che sognano ancora a 60 anni. Auguri a Zagor, che pure lui è convinto di non invecchiare mai. Auguri soprattutto al mio coetaneo speciale, Amnesty International, nato come me di maggio. Al Muro di Berlino, pure nato nel 1961, auguravo di crollare, così è successo. Spero succeda presto per tutti gli altri muri, di cemento e di carta.

La foto: è il soffio su una candelina che non si vede, su una torta mimosa che non si vede, accanto a una bottiglia di champagne che non si vede.

PS colpevole: i video e gli audio di auguri mi sono stati inviati a raffica e alcuni li ho scoperti solo oggi, a due giorni dal mio genetliaco.Così, mi sono persa l’audio-augurio della mia Louise, compagna di avventure inenarrabili e di scelte coraggiose. A lei la palma del colpo bassissimo, perché le lacrime sono state tante. Non me le aspettavo, parole così belle.

 

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