Il lavoro di “comprendere” nell’Egitto di oggi

Condivido anche qui, sul mio blog, l’intervento che ho fatto ieri nella Sala Magna dell’Università degli Studi di Palermo nella cerimonia di conferimento del titolo di Benemerito alla memoria di Giulio Regeni, alla presenza (a distanza) dei suoi genitori, Paola Deffendi e Claudio Regeni, e dell’avvocata Alessandra Ballerini.

Il video della cerimonia è online, qui.

“La vita, nel sistema, è permeata in modo capillare di ipocrisia e di bugie: il governo dei burocrati è definito governo popolare; la classe operaia è resa schiava nel nome della classe operaia; la totale degradazione dell’individuo è presentata come la sua liberazione finale; privare il popolo dell’informazione è definito come rendere quell’informazione disponibile; l’uso del potere di manipolazione è chiamato controllo pubblico del potere, e l’abuso arbitrario del potere è definito osservare la legge; la mancanza della libera espressione diventa la più alta forma di libertà; le elezioni farsa diventano la forma più alta di democrazia. E siccome il sistema è prigioniero delle sue stesse bugie, deve falsificare tutto. Il passato, il presente, il futuro. Le statistiche. Pretende anche di non possedere un apparato onnipotente di polizia senza principi. Pretende di rispettare i diritti umani. Pretende di non perseguire nessuno”.

Sono  le parole di Vaclav Havel, nel suo celebre Potere dei Senzapotere, scritto oltre 40 anni fa, nel 1978.  Perché ho scelto le parole di un uomo di teatro, un intellettuale, un cittadino dell’allora Cecoslovacchia, il simbolo della dissidenza dell’Europa orientale e poi presidente del suo Paese, per provare a raccontare l’Egitto in cui Giulio Regeni era andato a condurre la sua ricerca sul campo?

Queste parole, dedicate ai regimi post-totalitari dell’Europa orientale, sono un vestito tagliato su misura anche sul sistema di potere dell’Egitto degli ultimi decenni. Non solo il regime guidato dal 2013, dal golpe militare dell’estate 2013, da Abdel Fattah al Sisi.  Ma anche il precedente sistema di potere guidato da Hosni Mubarak, durato quasi 30 anni e via via sempre più incancrenito. Una struttura complessa di potere contro la quale, un 25 gennaio, proprio un 25 gennaio, è iniziata la più imponente e sorprendente protesta popolare mai verificatasi, in questi numeri, nella storia egiziana.

Era il 2011. Tutti ricordiamo i milioni di egiziani scesi per le strade e per le piazze del Cairo, di Alessandria, di Ismailia, e di tutte le città del Paese. Il 2011 è l’esplosione della protesta, la rivoluzione intesa anche come insurrezione. Ma dietro, prima di piazza Tahrir, c’è anche una storia di proteste sindacali, di opposizione, di dissidenza soffocata dalla repressione della polizia e dei baltagiyya, i membri dei famigerati servizi di sicurezza egiziani. Ci sono le proteste nel 2007 e 2008 in una città industriale come Mahalla el Kubra, nel Delta, cui i nostri giornali non dedicano praticamente neanche un trafiletto. Il nome della città  sconosciuto ai più, ma che credo  che Giulio Regeni, il ricercatore Giulio Regeni, avesse incontrato negli studi preparatori alla sua ricerca sul campo, al Cairo.

Perché, ci ricorda Paola Deffendi, una delle ultime volte il 4 febbraio 2020 nell’audizione alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, “Giulio era andato al Cairo come ricercatore. Non era andato al Cairo perché gli piaceva girare tra le bancarelle dei venditori, con tutto il rispetto per le bancarelle. I mesi al Cairo dovevano essere un approfondimento sul campo di una ricerca molto più ampia, storico-sindacale. Lui era lì come ricercatore”. E fino al suo rapimento, tortura e uccisione, nessun ricercatore, nessuno studioso né italiano né di altri Paesi era stato oggetto di pressioni e ritorsioni pesanti, tanto da mettere in gioco la sua incolumità. Men che mai di “tutto il male del mondo”, per ripetere le parole di Paola Deffendi.

È stata la prima volta. Non era mai successo prima. E da allora le cose sono cambiate in misura significativa. A dirlo è Khaled Fahmy,  storico egiziano di livello internazionale, con un percorso lungo nelle migliori università del mondo. Uno storico, un accademico che ha fatto lavoro sul campo e frequentato a lungo gli archivi egiziani.

La storia economica, sociale, istituzionale, politica dell’Egitto era, quando Giulio Regeni si è recato al Cairo, un oggetto di indagine accademica su cui si erano concentrati studiosi importanti, spesso non egiziani. Ne cito due per citarli tutti, entrambi all’interno di università statunitensi. Joel Beinin, il più importante studioso dei movimenti dei lavoratori, dei sindacati in Egitto dal Novecento sino a oggi. Asef Bayat, sociologo di fama internazionale,  lo studioso dei cosiddetti non-movimenti sociali. Della popolazione delle grandi aree urbane, come il Cairo appunto, dei subalterni, di quella umanità spesso dolente che anima le strade, i marciapiedi, gli spazi pubblici delle città neoliberiste come anche neoliberista è diventata la capitale egiziana. Una città, dice Asef Bayat, che dall’interno si è spostata fuori, nello spazio pubblico, dove la gente prova a sopravvivere, a sbarcare il lunario, a lavorare, a vivere, ad aspettare.

È la città in cui ha vissuto Giulio Regeni, in un quartiere, Doqqi, dove anche io ho vissuto tre anni, molti anni prima del 2016. A poche centinaia di metri dall’appartamento in cui aveva vissuto Giulio Regeni. Ho pensato spesso a questa coincidenza, e alla bella scelta che aveva fatto Giulio Regeni, di vivere in un quartiere in cui si affastellano i molti strati della complessa società egiziana. In cui il palazzo incompiuto si affianca al supermercato per la media borghesia, e il mercato all’aperto è a pochi metri dalle ville lussuose degli inizi del Novecento. La povertà, i subalterni, la vita cosiddetta informale accanto alle ambasciate e agli alberghi a cinque stelle.

Questi dettagli, i dettagli della vita e della storia sociale del Cairo prima e dopo la rivoluzione del 2011, sono a mio parere importanti per comprendere quanto questi temi fossero, e siano, parte determinante della storia dell’Egitto contemporaneo. Campo di ricerca di livello alto, studi su cui impegnarsi. Su cui fare ricerca seria, protetti dalla libertà di studiare, ricercare, comprendere, analizzare: allo stesso tempo carta deontologica e passaporto del ricercatore.

Sono dettagli tornati alla mente in questi giorni, rileggendo il bel libro di Paola Deffendi e Claudio Regeni con Alessandra Ballerini, Giulio fa cose (Feltrinelli), uscito l’anno scorso e di cui consiglio vivamente la lettura a chi ancora non l’ha fatto.

Leggo da Giulio fa Cose: “E’ un meccanismo, quello di gettare fango sulla vittima, che viene utilizzato purtroppo di frequente sia dalla politica sia dai media. Avviene anche da noi, non solo in Egitto. È un modo per allontanarsi dalla vittima, per non provare empatia, per scaricare su di essa tutta la responsabilità: “Se l’è andata a cercare”.”

Se l’è andata a cercare. E’ un’affermazione che suona ancora più violenta, crudele, deresponsabilizzante qui a Palermo, dove a sentirsela dire, come un rimprovero, sono state donne e uomini dello Stato che hanno pagato con la vita la volontà di guardare la realtà e affrontarla.

Gettare fango sulla vittima. Dire che se l’è andata a cercare per evitare di accusare il carnefice. È una pratica che, ahimè, ha colpito prima e dopo l’uccisione di Giulio Regeni, migliaia di egiziani, donne e uomini, professionisti, avvocati, medici, giornalisti, studenti, lavoratori, moltissimi tra loro giovani, che hanno sperimentato gli arresti arbitrari, le torture fino alla morte, le condanne capitali, gli ingiusti processi, le detenzioni preventive sine die in carceri di cui, attraverso le testimonianze, conosciamo le inumane condizioni. E nessuno potrà dire, neppure le autorità diplomatiche europee e occidentali al Cairo: noi non sapevamo.

Eppure, per gli egiziani, per quegli egiziani colpiti dalla repressione, l’uccisione di Giulio Regeni non è stata un numero, una delle migliaia di uccisioni di questi anni di violenza estrema e diffusa. Lo spiega bene Yasmine al Rifae, scrittrice egiziana, nata nel 1984, quattro anni prima di Giulio Regeni.

“Schiere di persone scomparse, uccise, troppe da contare, troppe di cui piangere la morte con il dovuto rispetto. Anche se combattiamo questa realtà, lo facciamo con la consapevolezza che sì, le morti come queste succedono. Ce lo aspettiamo. Ma Giulio non è di questo nostro mondo. Nel suo, di mondo, nel mondo della sua famiglia, le persone non vengono uccise, imprigionate,  non scompaiono a centinaia, mese dopo mese. La sua morte ci ha mostrato un oltraggio con una chiarezza che avevamo a lungo dimenticato”.

Yasmin al Rifae pubblica questo commento il 6 febbraio 2016 sull’unico giornale di opposizione, Mada Masr, diretto da una delle giornaliste e intellettuali più profonde, non solo dell’Egitto. Lina Attalah. Una di coloro che, come Giulio Regeni, aveva frequentato il Collegio del Mondo Unito di Trieste.

Continuo a pensare a Giulio Regeni ponendomi, non solo da cittadina ma anche da studiosa e da docente universitaria, la stessa domanda che mi sono posta sin dall’inizio, sin dal 2016. Una domanda a cui la politica italiana, le istituzioni, i funzionari pubblici italiani ed europei, tutti gli attori della nostra politica estera, continuano a non dare una risposta né coerente con i nostri valori costituzionali, né con la nostra dignità di comunità fatta di persone portatrici di diritti, né con i valori su cui si è costruito il processo di integrazione europea.

La domanda è sempre la stessa, la stessa che ho posto nel 2017, quando il governo italiano decise di mandare di nuovo in Egitto il nostro ambasciatore. Una decisione che ho contestato, da cittadina e da persona che ha conosciuto l’Egitto, perché la consideravo e la considero una scelta che, nel 2017 così come oggi, Roma aveva fatto senza aver ricevuto nessuna risposta consistente e provata sul rapimento, la tortura e l’uccisione di Giulio Regeni. Una decisione che, lo voglio sottolineare, avevo contestato pubblicamente, pur avendo apprezzato, a Gerusalemme, l’attività dell’allora console generale d’Italia Giampaolo Cantini, poi inviato al Cairo.

La domanda, oggi come allora, è la medesima. Quanto valgono la vita, la dignità, i diritti di un cittadino italiano? I  miliardi del nostro interscambio con l’Egitto? Le nostre fregate FREMM? La disponibilità egiziana a un accordo politico in Libia? A fronte di questo rimane pesantissima l’incapacità di difendere la dignità di Giulio Regeni e, in questo modo, lo Stato di diritto italiano. Che deve valere per tutti e per ognuno di noi. Per i cittadini italiani e per coloro che italiani non sono e che vivono nel nostro Paese.

Non difendere la dignità di Giulio Regeni mortifica anche il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo, nella regione araba, nel grande Medio Oriente.

La politica ha chinato spesso, se non sempre, il capo dinanzi ai rinvii del regime egiziano, sino a che non è arrivata la decisione da parte della magistratura italiana del rinvio a giudizio dei quattro agenti della Sicurezza Nazionale Egiziana per il rapimento, la tortura e l’uccisione di Giulio Regeni.

Gli adulatori della Realpolitik hanno spesso parlato di interesse nazionale. Ne ho diretta conoscenza. Loro lasciano intendere che l’interesse nazionale può anche passare sopra e oltre la vita e la dignità di un uomo. Io, invece, non ho usato volontariamente il termine “interesse nazionale” nel parlare della politica estera italiana. La ritengo una definizione anacronistica. L’interesse nazionale è sempre più una posizione miope rispetto al ruolo che qualsiasi Paese assume nel mondo. Siamo pienamente in un’epoca post-nazionale, oltre i confini dei singoli Stati. Ce lo hanno confermato i grandi cambiamenti occorsi negli ultimi anni, dall’emergenza climatica alla pandemia. Il vero “interesse nazionale” è legato in modo indissolubile alla difesa dei diritti degli individui, nel nostro Paese e nei Paesi con i quali veniamo in contatto: soprattutto su questo noi verremo giudicati dai popoli del Mediterraneo, dell’Africa, dell’America Latina, dell’Asia.

La miopia di una politica estera definita da un presunto e vecchio interesse nazionale viene resa  più evidente da quello che ci ha insegnato, con la sua storia e i suoi gesti, le sue parole e i suoi atti, Giulio Regeni, studioso, giovane studioso, appartenente a quella schiera spesso dimenticata di donne e uomini che si considerano – il termine è forse oggi abusato – cittadini del mondo e che, presumo, considerano il mondo non attraverso la lente dell’interesse, ma attraverso la lente dell’attenzione, del rispetto, dell’ascolto e dello sguardo poggiato sull’Altro.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *