Quanto a noi, abbiamo scelto di restare ai margini

Combattono, i residenti
del “centro”
per il titolo di
“l’uomo che rinuncia”
e “la vittoria”
di chi tradisce onestamente

Tutti i vincitori sono stati sconfitti
Quanto a noi
abbiamo scelto di restare ai margini

Nella nostra tradizione la libertà è data in appalto a un tiranno che crediamo
essere giusto se soddisfa determinate specifiche. Quello attuale negozia con noi
per “l’indipendenza nazionale”, il prossimo la cede in cambio della “prosperità”, e
un altro ancora potrebbe chiederci di rinunciare alla libertà in cambio della sicurezza
e della protezione, o per la tutela delle minoranze. Nella nostra tradizione, la
dignità è appannaggio dell’individuo oppure della nazione, mai di entrambi, e la
giustizia si trova nelle aule di tribunale oppure nel mercato, mai in entrambi.
Sono entrati in piazza con noi o prima di noi, non ricordo. Il massimo che chiedevano
era che la libertà fosse messa all’asta. Abbiamo detto che non ci dispiaceva
condividere le loro esperienze, ma che abbiamo conquistato la nostra libertà
con il sangue e non saremmo scesi a patti. Hanno chiesto: “Allora, qual è la vostra
esperienza?” Abbiamo detto: “Restiamo insieme per ottenere entrambe, dignità e
giustizia, e ogni tipo di libertà”. Hanno detto: “Siete grandi! Così dovrebbero essere
i giovani, avete stupito il mondo con la vostra saggezza… attenti a non lasciare la
piazza”. Poi hanno abbandonato la piazza… e noi.

Questo brano è stato scritto da due prigionieri di coscienza, rinchiusi anche in questo momento dentro il carcere di massima sicurezza di Tora, al Cairo. Rinchiusi da anni e anni dentro quella prigione, oltre le mura che nascondono i loro corpi al mondo.

I versi li ha scritti un poeta e un rivoluzionario, un uomo dal sorriso dolce. Si chiama Ahmed Douma. È dentro da otto anni (nel disegno di Gianluca Costantini, che tanto impegno dedica a non dimenticare i visi e i corpi dei prigionieri di coscienza egiziani).

La prosa che si accompagna ai versi lo ha scritto Alaa Abd-el Fattah, scrittore, informatico, intellettuale, rivoluzionario. Ha passato sette degli ultimi otto anni in cella, due di questi sette in detenzione preventiva. Lo hanno chiamato, questo brano, Graffiti per due: un testo di una forza rara prodotto da due prigionieri che i carcerieri avevano rinchiuso in celle solitarie e distanti, all’inizio e alla fine del corridoio. I prigionieri si scusano, anzi, con i loro compagni che hanno dovuto ascoltare di notte le loro urla, necessarie per discutere un testo dalla potenza artistica rara. Hanno gridato e riempito l’aria del carcere per costruire una composizione orale e cercare poi di metterla per iscritto, in un posto – quel carcere – in cui libri, carta e penna sono rivoluzionari tanto quanto la loro presenza a piazza Tahrir nel 2011.

Questa è una settimana importante, per Alaa Abd-el Fattah. Il prossimo 20 dicembre un tribunale d’emergenza al Cairo emetterà una sentenza senza appello su di lui, sul suo avvocato Mohammed Baqer (arrestato in un palazzo di giustizia mentre si trovava lì per difendere Alaa), e sul blogger Mohammed ‘Oxygen’ Ibrahim. La colpa: quella di pensare ed esprimere le proprie idee. Sentenza senza appello, in un tribunale d’emergenza in un Paese, l’Egitto, il cui regime sostiene di aver dichiarato concluso lo stato d’emergenza.

Queste righe fanno parte di alcune tra le pagine più belle – di certo le più teatrali ed evocative – di Non siete stati ancora sconfitti, i ‘quaderni dal carcere’ di Alaa Abd-el Fattah, pubblicati in italiano e in Italia da hopefulmonster editore, nella traduzione dall’arabo in italiano da Monica Ruocco, in contemporanea con l’edizione inglese di Fitzcarraldo.

È un libro necessario.

Non lasciamoli soli.

(è interessante, in questi giorni in cui si piange la morte di bell hooks, che un poeta rinchiuso da anni in prigione, Ahmed Douma, parli di sé e dei noi che erano a Piazza Tahrir come di persone che avevano scelto, in modo rivoluzionario, di rimanere ai margini)

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