La prova che è vivo

La prova che Alaa è vivo arriva dalla dichiarazione emessa ieri dall’ufficio del procuratore generale egiziano. Alaa è stato convocato per rispondere su una denuncia presentata dallo stesso Alaa sulla tortura esercitata su di lui (credo si tratti di una presentata nel 2019). Alaa ha richiesto la presenza delle autorità consolari del Regno Unito in quanto cittadino britannico. A quel punto l’interrogatorio si è interrotto in quando il detenuto non ha presentato prova – sic! – della sua cittadinanza britannica. Come se un prigioniero se ne andasse in carcere con il proprio passaporto in tasca, passaporto britannico peraltro emesso ad aprile, mentre Alaa si trovava già da due anni nell’inaccessibile carcere di massima sicurezza di Tora al Cairo.

Unica nota positiva per la sorella, Mona Seif, è che la dichiarazione pubblica della procura generale conferma che Alaa è vivo. E questa è la cosa più importante. La famiglia risponderà oggi punto per punto alla dichiarazione del procuratore, ma già è evidente che le autorità egiziane nascondono i fatti e, soprattutto, sono imbarazzati dalla vicenda di Alaa, dal suo sciopero della fame che supponiamo continui a fare e che oggi è arrivato al giorno 119.

Che Alaa sia cittadino britannico è stato comunicato formalmente alle autorità egiziane. A confermarlo è il suo avvocato, Khaled Ali, ex candidato alla presidenza della repubblica egiziana e l’allievo più caro del padre di Alaa, Ahmed Seif al Islam. Il passaporto britannico di Alaa fa parte del cosiddetto fascicolo del detenuto. L’immagine che ho scelto per questo post è, appunto, la fotocopia del passaporto britannico di Alaa che l’avvocato Khaled Ali ha messo a corredo di un suo post su Facebook.

Come se non bastasse, la sorella di Alaa, Mona Seif, ha messo sui social la notizia che Boris Johnson avrebbe chiamato personalmente il presidente egiziano Abdelfattah al Sisi per sottoporgli il caso di Alaa. Quindi, anche al-Sisi sa che Alaa è cittadino britannico. Ma non lo sa la procura generale…

Se non fosse una vera e proprio tragedia, per Alaa, la sua famiglia, i sessantamila prigionieri nelle carceri egiziane, sarebbe l’ennesima farsa che si compie sui diritti umani.

Il digiuno solidale continua. Oggi digiuna per la seconda volta Beatrice Merz, fondatrice e direttrice della casa editrice hopefulmonster editore, che ha pubblicato “Non siete stati ancora sconfitti”, la selezione di scritti di Alaa Abd El Fattah, nella traduzione dall’arabo in italiano di Monica Ruocco. E digiuna per la seconda volta Lia Quartapelle, responsabile Esteri del Partito Democratico, deputata e componente della Commissione permanente dei diritti umani nel mondo in Parlamento. Chi vuole aderire,può mandare una email a info@invisiblearabs.com