Mona Seif: mio fratello Alaa è ridotto a “uno scheletro”

“Quello che ho visto oggi è uno scheletro con la testa rasata di mio fratello”. E’ forse la frase che, tra tutte quelle scritte e pronunciate ieri da Mona Seif, dice nella sua durezza tutta la realtà del calvario di Alaa Abd-el Fattah. Una realtà di cui non abbiamo foto. “Tutte le volte che passavo le cuffie a mia madre così che potesse parlare con lui (i colloqui in carcere si svolgono con un vetro spesso che separa il prigioniero dai suoi familiari, costretti a parlare attraverso un interfono), poggiavo lo sguardo sul suo corpo che sta scomparendo”, scrive Mona Seif, dopo la visita al penitenziario di Wadi al Natrun. “Avrei solo voluto poter scattare una foto con il mio cervello e diffonderla ovunque, mostrarvi com’è Alaa oggi dietro una spessa lastra di vetro, così che possiate vedere con i vostri occhi la realtà di questi bugiardi orribili che controllano la nostra vita e il nostro futuro”.
I bugiardi sostengono che Alaa non stia facendo lo sciopero della fame, giunto oggi al giorno 170. Oltre cinque mesi e mezzo di privazione del cibo per preservare la dignità e combattere per la libertà. Non solo la libertà di Alaa, ma quella di decine di migliaia di persone, molte costrette a lunghi anni di detenzione preventiva. Nelle ultime settimane – forse anche sotto il peso dello sciopero della fame di Alaa Abd-el Fattah – il regime egiziano ha liberato con il contagocce alcuni prigionieri. Salvo poi, com’è successo ieri con Sharif al Rouby – riarrestarli.
E se il regime egiziano, che sta vendendo gas naturale come mai prima d’ora, nasconde la verità e priva Alaa delle visite consolari e delle visite mediche, noi non siamo meno complici delle pesantissime violazioni dei diritti umani in Egitto. Condivido le parole di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. “Ogni giorno che passa e le autorità egiziane e britanniche (Alaa ha anche passaporto UK) non fanno nulla è un giorno colpevole.”
Cosa sta facendo il governo britannico per salvare la vita di un suo cittadino, condannato ingiustamente in violazione dei suoi diritti? Cosa sta facendo la premier Liz Truss, che lo scorso giugno si era presentata di fronte al parlamento britannico, allora nella sua veste di ministra degli esteri, per confermare che il governo stava esercitando pressioni sulle autorità egiziane?
Alaa era lui, lo stesso di sempre “nello spirito: ridendo, parlando, ascoltando le nostre storie e condividendo battute su tutti noi (la famiglia), ascoltando mamma che gli raccontava dettagli sulle notizie dal mondo, chiedendo a me i dettagli sugli altri prigionieri, sugli amici che sono stati rilasciati”. E’ ancora Mona Seif che descrive una visita che deve essere stata allo stesso tempo un conforto e uno strazio.
Come cantava Fabrizio De André, “anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”. Coinvolti, corresponsabili, colpevoli. Perché con chi viola l’essere umano e i suoi diritti ci facciamo affari.

C’è bisogno, soprattutto ora, di non interrompere la catena del digiuno solidale per tenere viva l’attenzione su Alaa e sui 60mila prigionieri nelle carceri del regime egiziano e sullo stato delle violazioni dei diritti. Chi vuole aderire, e partecipare al digiuno scriva una email a info@invisiblearabs.com.

Il digiuno solidale a staffetta per Alaa continua, dunque.

Oggi domenica 18 settembre digiuna Filippo Landi – giornalista, inviato speciale, corrispondente, per 30 anni in RAI. Del Medio Oriente e del Nord Africa li conosce gli esseri umani, la terra e le città. E’ stato corrispondente dal Cairo e successivamente da Gerusalemme.