Sabotare il proprio corpo per riaverlo


Da molti anni sento parlare, non solo dagli amici egiziani, di come il corpo umano sia il vero luogo del contendere, per i regimi autocratici e illiberali. Per le dittature. Il corpo dei rivoluzionari, il corpo dei subalterni, il corpo di chi grida e si ribella. Di chi, al contrario, rimane in silenzio per non essere punito, arrestato, incarcerato.

Il corpo di chi ha occupato le piazze, di chi ha partecipato alla rivoluzione, è stato tolto, portato via dalle piazze. Doveva essere nascosto all’occhio pubblico. Via, portato via. Rinchiuso in una bara o in una cella. Portato via il corpo dei rivoluzionari, è stato portato via il corpo della rivoluzione. La piazza. Lo spazio pubblico. Risignificato nel giro di pochi anni perché fosse igienizzato e facesse così perdere la memoria della rivoluzione. Il Cairo è l’esempio più lampante: il corpo della città doveva essere modificato, stravolto, com’è successo con piazza Tahrir, e Maspero, e tutti i luoghi che sono stati bonificati, sanificati, “ripuliti” dall’odore della rivoluzione.

In questo caso, nel caso del corpo urbanistico e architettonico, a essere portati via non sono stati solo i segni architettonici della città, ma chi avrebbe visto e parlato. I rivoluzionari, in primis. E i turisti, portati lontano dalla città viva e vitale per vivere qualche giorno di esotismo a buon mercato, una Disneyland antico-egizia che non comprende il farsi della Storia, il presente dell’Egitto..

Ieri ho letto una delle pagine più dolenti e belle sul corpo frammentato dal potere. L’ha scritta  che per Newslines Magazine  ha firmato What a Hunger Strike in Egypt Says About Power”. Parla di Alaa Abd-el Fattah e del suo sciopero della fame, oggi arrivato a 175 giorni. Parla, però, di tutti i corpi in prigione, tutti i corpi violati nelle prigioni egiziane, alla mercé dei loro aguzzini. Un testo molto bello, illuminante, che dovrebbe essere letto prima di recarsi a votare, domenica 25 settembre, in Italia per il nostro futuro. Oggi, per il digiuno solidale in corso in Italia da fine maggio, digiuna Tommaso Fontanesi, che ha studiato all’università di Bologna: ci unisce un’altra città, Gerusalemme, un altro corpo urbanistico.

Scrive Abdelrahman ElGendy, che in prigione è stato costretto a vivere sei anni, da quando aveva 17 anni, nel 2013, sino al suo rilascio nel 2020:

“Ogni volta, riconduco qualsiasi atto di assurda oppressione alla stessa idea: conquistare e controllare il corpo. I tentativi di farlo muovere o di nutrirlo, anche mentalmente, devono essere stroncati. Ogni battaglia combattuta all’interno delle mura [del carcere] ci ha visti dichiarare guerra per l’esercizio del potere sul nostro corpo.

[…]

Solo quando ho vissuto in prima persona il carcere e ho compreso le dinamiche del potere ho finalmente capito: i prigionieri fanno lo sciopero della fame non perché non possono più resistere [alla detenzione], ma perché l’unico atto di resistenza rimasto per reclamare il loro corpo è distruggerlo.

Potete privarmi di tutto: della famiglia, dei libri, di muovere gli arti, dei capelli, delle cure mediche, della luce del sole, dell’aria fresca. Potete incatenare il mio corpo e contenerlo al punto che non posso allungare le gambe o appoggiare la schiena a terra.

Ma non potete impedirmi di distruggerlo.

È sconcertante come gli scioperi della fame facciano infuriare gli oppressori quando si suppone che l’obiettivo finale sia lo stesso: distruggere il corpo del prigioniero.

E invece no. Sabotando il proprio corpo, si ottiene il contrario: si toglie loro, agli oppressori, l’unica cosa da cui dipende il loro valore e la si fa propria.

[…]

Rimembrare è un atto di “ri-membranza”.

Rimembrare significa comprendere con la massima chiarezza la lotta e i modi contorti in cui operano le menti degli oppressori. Si tratta di immortalare le storie di individui il cui diritto alla libertà di espressione è stato calpestato e di condividerle con il mondo in modo che altri possano partecipare a un’alleanza che mira agli stessi fini. Rimembrare riconosce che la distruzione di un corpo è una tragedia e la distruzione di un milione di corpi è un milione di tragedie – mai una statistica. Questo è l’unico modo in cui il grande corpo dell’umanità potrà veramente emanciparsi.

Questo è diventato il mio scopo: creare un percorso che permetta agli smembrati di essere rimembrati e di tornare interi, per onorare tutti i corpi frantumati dietro le sbarre. Questo include quelli che abbiamo perso, come Shady Habash; quelli che stanno ancora lottando, come Alaa e Douma e il mio più caro amico Ayman Moussa; e i corpi fisicamente liberati ma fratturati, che non sanno come ricucire i frammenti e recuperare le parti fatte a pezzi”.