Non siamo ancora sconfitti

Nessuna notizia di Alaa. La famiglia non sa nulla di lui, delle sue condizioni, se è ancora vivo ed è sottoposto ad alimentazione forzata. Oppure se è già morto, dentro il carcere di Wadi al Natroun, a cento chilometri dal Cairo. Il silenzio è l’ennesima tortura sul corpo di Alaa e nei confronti della sua famiglia. Non è la prima volta: sono anni che le informazioni su Alaa sono fornite a corrente alternata, e solo quando la pressione continua, costante della famiglia costringe le autorità a dire, “concedere” qualcosa. Oggi, ora è però diverso. Di Alaa non sappiamo nulla, perché sapere significherebbe definire la responsabilità, la colpa delle autorità.

Nessuno sa niente, o almeno, nessuno dice niente.

Anche i governi coinvolti nelle pressioni – soprattutto il governo britannico e quello statunitense – nulla dicono sulle condizioni di Alaa. Dicono, però, di aver continuato ad esercitare pressioni per la liberazione di Alaa.

Liberazione da vivo, oppure da morto?

Da tre giorni, si è aperto nei fatti un altro capitolo nella storia di Alaa: in ogni caso, il suo sciopero della fame e della sete è stato interrotto da qualcosa che non conosciamo.

Per questo, anche il digiuno solidale a staffetta si conclude oggi. Dal 28 maggio scorso, ininterrottamente per 169 giorni, abbiamo accompagnato idealmente lo sciopero della fame di Alaa. L’atto di resistenza che Alaa ha esercitato privando il suo corpo del cibo per riprendere, in questo modo, il totale controllo di sé e del suo corpo, rinchiuso ingiustamente dentro una prigione da nove anni.

Oltre duecento persone, non solo italiane, hanno digiunato per Alaa, per rompere il velo di silenzio attorno all’azione e al destino di uno dei più importanti pensatori arabi. Il 9 novembre scorso, oltre cento persone hanno partecipato contemporaneamente al digiuno collettivo.

Interrompere la staffetta del digiuno solidale non vuol dire smettere di sostenere Alaa, seguire la lotta della sua famiglia per salvarlo, raccontare cosa succede a lui e agli oltre sessantamila egiziani dentro le carceri e alle decine di milioni di egiziani che vivono nella violazione palese dei più elementari diritti.

L’attenzione su Alaa, il sostegno ad Alaa sono gli stessi. Il suo caso è arrivato – ahimè tardi – sui media internazionali. La COP27 è già diventata la COP di Alaa, ed è lui, come ha scritto ieri Yasmin al Rifae sul New York Times, lo speaker più eloquente di una conferenza sul clima che è stato il più grande insuccesso del regime di Abdel Fattah al Sisi. L’insuccesso più grande e più mediatizzato. L’esortazione di Alaa, quella che dà il titolo ai suoi “quaderni dal carcere” è rimbalzata sui cartelli nelle manifestazioni, urlata nei sit-in, lanciata come hashtag sui social. Non siete stati ancora sconfitti. Non siamo ancora sconfitti.

Appuntamento, intanto, dopodomani, martedì 15 novembre: Radio3 Rai dedicherà ad Alaa molti momenti durante un’intera giornata di programmazione, come preannunciato con un tweet.

Non siete stati ancora sconfitti

Non siamo ancora sconfitti.