Marocco e atleti – la fuga delle gambe (già una ventina di anni fa)

Al Marocco degli atleti avevo dedicato qualche pagina del mio Arabi Invisibilipubblicato or sono quindici anni fa, nel 2007. Calciatori e mezzofondisti. L’ispirazione mi era venuta dalla realtà, ovviamente. Vedere con i miei occhi le centinaia, migliaia di ragazzi che giovavano a calcio nell’enorme spiaggia pubblica di Casablanca. Spiaggia oceanica, affacciata sull’Atlantico. E come non essere affascinata da questa massa di ragazzi che non aveva niente se non una spiaggia? Dietro di loro, dietro la corniche, Casablanca, le sue periferie infinite, le contraddizioni di un modello di sviluppo e di governo.

Buona lettura! Da allora, mi sembra cambiato molto poco, nei nostri stereotipi e nella nostra gestione delle migrazioni.

Stasera, comunque, forza Marocco.

dal capitolo quarto di Arabi Invisibili, “Gli svizzeri del Medio Atlante”

“Il problema del Marocco, da qualche anno, è quello di una emigrazione sempre più qualificata. Fuga dei cervelli, certo, e quando si parla di cervelli vuol significare sia quelli che continueranno a far ricerca nelle università occidentali, sia tecnici specializzati e professionisti che hanno trovato e troveranno il proprio futuro fuori dai confini nazionali. Quando –  però – si parla di emigrazione qualificata e pagata  dollari sonanti,  non sono tanto i cervelli a far la parte del leone, nel caso marocchino. Sono piuttosto le gambe. E fuga delle gambe è il termine con il quale sono stati ribattezzati i trasferimenti in massa, fuori dal paese, degli atleti. Non solo e non tanto i calciatori. Pochi fortunati, tra le centinaia che ogni pomeriggio affollano la grande spiaggia atlantica di Casablanca, sfogo dell’adolescenza della più vivace tra le metropoli marocchine, gigantesco teatro per una singolare rappresentazione: una lunga teoria di partite di calcio infinite, che si perdono nella brezza dell’oceano.

A fuggire, però, sono soprattutto le gambe dei campioni di atletica leggera marocchini, dispersi ai quattro punti cardinali come ennesimi emigranti. Privilegiati, certo, eppure emigranti come gli altri ignoti che arrivano da noi per fare i muratori o i vucumprà. Cercano un lavoro dignitoso, pagato bene, meglio di quanto si possa permettere la federazione nazionale di Rabat.

Achraf Tadili, mito del Quebec canadese, nonostante sia nato a Casablanca nel 1980. E il maratoneta Khalid Khannouchi, emigrato negli Stati Uniti nel 1992 dalla natia Meknes. Oppure Mohammed Mouhrit, campione mondiale di cross-country, cittadino belga. E poi Abderrahim El Houzy, Driss El Himer, Hind Chrif Dehiba, Hassan Lahssini, Rkiya Maraoui. Nomi noti a chi si occupa di atletica. Mezzofondisti, fondisti, maratoneti, tutti nati in Marocco ma diventati grandi lontano dall’Atlante. La lista degli esuli con buone gambe è molto lunga. E ad accaparrarseli, negli anni più recenti, sono stati soprattutto i paesi del Golfo. Bahrein in testa, la cui squadra è composta in buona parte da atleti nata a cavallo delle Colonne d’Ercole:  Abdelkabir Laïrabi, Abdelhak Lgourch,  Rachid Khouya, e poi i maratoneti Mustapha Riad e Nadia Jafini.

Ma è soprattutto uno l’acquisto che vale al Bahrein i tanti soldi investiti. Rachid Ramzi, campione ai mondiali di Helsinki 2005 degli 800 e dei 1500 metri, un’impresa che non era riuscita a nessuno dai tempi delle Olimpiadi di Tokyo del 1964. I 1500 metri, in Finlandia, li ha vinti davanti a un suo conterraneo, Adil el Kaouch, che però correva sotto la bandiera del Marocco. Una sconfitta doppiamente amara, per i suoi ex concittadini.

Il caso di Ramzi, classe 1980, è quello tipico di molti atleti marocchini. Un paradigma per i tanti ragazzi che ci hanno provato con il sogno di diventare un campione alla Aouitta, e all’inizio hanno trovato le porte aperte. Anche le autorità sportive marocchine, com’è ovvio, si sono accorte da anni che quello dei mezzofondisti è un tesoro, una gallina dalle uova d’oro che permette al Marocco non solo di avere prestigio nelle gare internazionali. Ma anche di aumentare il proprio peso specifico. La federazione, dunque, è la prima interessata ad avere campioni.

Negli anni passati, però, i burocrati dell’atletica sono stati accusati di una gestione fallimentare – tra nepotismo e incapacità di valutare e valorizzare le promesse – che ha fatto scappare molti campioni all’estero. Se, infatti, all’inizio le porte sono aperte per tutti, si richiudono prontamente quando, agli ottimi risultati, si sommano per esempio gli infortuni. Ed è proprio quello che è successo a Rachid Ramzi, promessa del mezzofondo. Già agli esordi, Ramzi si fa subito notare tanto da vincere il campionato marocchino.  Poi – nel 1999 – il ginocchio dà grossi problemi. Ma la federazione marocchina non lo assiste, non copre il costo dell’operazione ormai necessaria, e lo stipendio è troppo basso per affrontare l’intervento chirurgico. Continua a correre, anche se i risultati sono forzatamente inferiori alle aspettative. Fino a che, nel 2001, non incontra il destino a Ifrane. Nella Svizzera marocchina, insomma. In quella parte del Medio Atlante che i corridori amano perché altitudine e clima ne fanno una pista naturale ottima per allenarsi. A Ifrane sta il mito di cui Ramzi dovrebbe essere il successore, il grande Hicham el Guerrouj. E sta anche Khalid Boulami, medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, nella nuova veste di allenatore e talent-scout.

A Ifrane, Rachid Ramzi viene a sapere che il Bahrein cerca atleti da naturalizzare e da far correre sotto la bandiera e l’inno del regno del Golfo. Deluso dalla federazione marocchina, che non lo valorizza, Ramzi va a Manama nel 2002, viene impiegato nelle guardie reali, ha uno stipendio buono, e può continuare ad allenarsi nella patria Ifrane. I nuovi committenti, soprattutto, gli pagano quell’indispensabile operazione ai legamenti crociati e al menisco in Germania senza la quale Ramzi non può volare. Da allora, Rachid inanella successi, ai Giochi Asiatici, a Roma – dove il mito  Guerrouj arriva solo ottavo. E infine Helsinki, le note dell’inno del Bahrein che accompagnano il marocchino Ramzi sul podio più alto, e la vittoria “rubata” che scatena polemiche senza fine in Marocco sulla gestione della federazione di atletica e sulla conseguente “fuga delle gambe”. Il Marocco fa autocritica, e cerca di tenersi i suoi gioielli. Quelli che il resto del mondo, invece di respingere alle frontiere, sulle coste, a Ceuta e Melilla o sulle spiagge spagnole, si contende e corteggia a suon di assegni.”