Asor Rosa. Il ricordo di una studentessa timorosa

Alberto Asor Rosa ci ha lasciato. Una delle colonne della critica letterario e dell’impegno culturale e politico è morto all’età di 89 anni, e io – come molti – non pensavo potesse morire. Non perché fosse un mito: non credo di averlo mai considerato tale, nonostante quel timore reverenziale che noi studenti avevamo nel parlare con lui. Non so a quanti studenti universitari Alberto Asor Rosa, il professor Alberto Asor Rosa, abbia insegnato letteratura italiana alla facoltà di Lettere della Sapienza di Roma. Immagino decine di migliaia in una carriera lunga, lunghissima. Io sono una tra loro.

Nel caso della mia generazione, eravamo ancora figli di un’Italia che credeva nell’ascesa sociale, nel valore dello studio e degli studi universitari. Davanti a noi, alla Sapienza, avevamo non solo docenti. Avevamo intellettuali che agivano e influenzavano le correnti di pensiero. Costruivano – ancora, allora – il sapere. Alberto Asor Rosa è stato uno di loro, per decenni.

Adesso, in queste ore in cui la Sapienza gli sta rivolgendo l’ultimo, dovuto saluto, posso solo condividere qualche ricordo di studentessa universitaria dei primi anni Ottanta. Inizio, però, con un ricordo recente: l’ultima volta che, per caso, ci siamo incontrati pochi anni fa a Mantova, a piazza delle Erbe, entrambi invitati al Festivaletteratura. Io ho riscoperto lo stesso timore reverenziale di allora. Asor Rosa mi ha riconosciuto, nonostante i decenni trascorsi, abbiamo scambiato qualche frase affettuosa sull’oggi e sull’allora. E questa, per me, è stata la conferma che quel percorso, “l’allora”, era stata una pietra rara incastonata nella storia di Lettera alla Sapienza. Come una volta ha raccontato Emanuele Trevi, ricordando Rocco Carbone in un incontro pubblico a Roma, è stato un tempo in cui lo scambio di pensieri e cultura è stato reciproco, tra studenti e docenti. Un tempo raro.

Del docente, del professor Asor Rosa, ricordo tre splendidi corsi, seguiti con assiduità, con gioia e con impegno. Avevo triennalizzato – come si diceva un tempo – Letteratura italiana. Nonostante avessi già scelto di laurearmi con Paolo Spriano in Storia dei partiti politici. Non volevo però spostare il peso del mio piano di studi solo sulle materie storiche. La mia, individuale bipartizione tra materie letterario-linguistiche e storiche era, forse, l’inconsapevole constatazione che così ero. E così sono. Avevo bisogno di entrambe per capire il mondo.

Il corso su Machiavelli fu meraviglioso. Quello sul Seicento – uno dei periodi più amati di Asor Rosa – fu semplicemente magnifico. Aggettivi altisonanti che non avrebbe per nulla amato, ma nella mia formazione quei corsi sono stati tra i più importanti.

Mi ero talmente appassionata del Seicento che per un momento, ma solo per un momento, avevo pensato addirittura di cambiare e provare a laurearmi con Asor Rosa. È stato solo un tentennamento passeggero, ero troppo concentrata sul nostro Novecento storico-politico per spostarmi. Eppure, quel secolo così dimenticato (almeno allora) mi intrigava a tal punto che per mesi mi appassionai a un romanzo, quello di Maiolino Bisaccioni sul Demetrio Moscovita. Chiesi anche ad Asor Rosa una malleveria per poter entrare alla Biblioteca Vaticana e studiarmi le diverse versioni del romanzo: l’ingresso era riservato solo ai laureandi, ma lui me la scrisse lo stesso. Una piccola bugia per aiutare una studentessa. Per me fu il segno di una stima che, per fortuna, ha influenzato la mia vita.

È così che, per me, Asor Rosa è stato il professore che mi aperto la mente, l’intellettuale profondissimo, il critico capace di costringerci a osservare oltre i cliché e studiare le fonti. Il professore che mi ha spinto a interessarmi di un tempo – il Seicento – allora considerato un tempo letterario minore, e a trovare ciò che ne faceva un tempo necessario per la storia della letteratura italiana e soprattutto per la sua fruizione sociale. Ricordo quindi le sue lezioni, il “Demetrio” e tutte le sue edizioni, la Biblioteca Vaticana e i bellissimi giorni. Ricordo, soprattutto, lezioni che erano “lectio”, e la sua ironia dura e raffinata. E mi dico fortunata, per quello che ho potuto apprendere.

Ho trovato in rete una foto di Asor Rosa scattata da Tano D’Amico, uno dei più grandi fotografi che questo nostro paese ha. Spero che Tano non si dispiaccia se l’ho messa qui per raccontare il professor Asor Rosa. Ha tutto ciò che io ricordo di lui, il sorriso, il loden, le scale della facoltà. E’ quel tempo, in bianco e nero.