45 parole, e un “dress-shaming” ben costruito

45 parole. 300 battute. Una breve risposta a una domanda, in una intervista di quasi 23mila battute. 11 cartelle di intervista. Fuori dal gergo tecnico dei giornalisti, una intervista di oltre dieci pagine, a tutto campo, su diseguaglianze, nazionalismi, politica europea sulle migrazioni, precariato, cambiamenti climatici, leadership e gruppo. E ci scassano i cabasisi (il grande maestro Camilleri mi perdonerà dal cielo e dalla sua tomba al Cimitero acattolico di Roma per la citazione…) da giorni per l’armocromista? Io lo definirei un bel body-shaming, una derisione del corpo raffinata e crudele ai danni di Elly Schlein. Personaggio pubblico, politica, leader. Un body-shaming preceduto da vignette e caricature molto pesanti sui tratti somatici della nuova leader del PD.

Ho aspettato giorni per leggere l’intervista, colpevolmente per mancanza di tempo. Eppure, questo ritardo credo sia stato importante. È ormai difficile, infatti, risalire in superficie quando sei travolta dalla corrente del vociare dei social, della rabbia, del “dalli alla radical-chic che usa l’armocromista mentre la gggente crepa di fame”.

Quindi, 45 parole hanno fatto più rumore della lenzuolata di intervista piena di temi e di risposte. Succede. Per chi fa questo mestiere, succede. Basta una battuta dell’intervistato, e hai fatto lo scoop. Basta un sì o non un no, neanche 45 parole.

Eppure… eppure. È uno scoop, questo? Come si veste Elly Schlein è uno scoop? Io credo sinceramente di no. Lo dico perché ho una sensibilità molto alta sull’argomento, visto che da vent’anni mi occupo di Medio Oriente, Nord Africa, regione araba, abbigliamento segnato dalle fedi (non solo l’islam…). E lo dico anche nella veste della figlia di un sarto educata, dunque, all’”abito che fa il monaco”. Perché l’abito lo fa il monaco, nella percezione degli altri, nella (in)sicurezza di chi lo indossa, nella riconoscibilità, nella definizione dei ruoli. Solo che, a correnti alternate, l’abito lo si nota oppure no. Lo si vuole notare oppure no.

Di rado, per esempio, si è detto qualcosa sull’abbigliamento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Abbigliamento impeccabile, di alta scuola sartoriale. Quella scuola di altissimo artigianato per cui siamo famosi nel mondo. Le giacche che indossa il presidente cadono a pennello. Fateci caso, sulle spalle e soprattutto sulle maniche, nonché su collo e bavero: ci faccio caso perché mio padre me lo aveva insegnato. Riesco ancora a distinguere, seduta di fronte alla tv, se un uomo politico indossa un abito di confezione industriale o uno tagliato e cucito da un sarto, su misura.

Nessuno, per esempio, ha fatto un esercizio così attento sul modo in cui Giorgia Meloni ha cambiato radicalmente il suo modo di abbigliarsi. Colori fermi, nessun tessuto fantasia. Colori fermi buoni per le telecamere. Colori accesi il giusto, molto americani nella percezione, nonostante il fatto che ci siano capi firmati Armani. Eppure questo cambiamento importante, nell’abbigliamento, nell’acconciatura dei capelli, nel trucco, è stato così rilevante da essere parte della strategia politica costruita, appunto, su di lei come personaggio politico.

Nel caso di Elly Schlein, invece, il “dress-shaming” è arrivato subito. Subito perché, prima della sua vittoria sorprendente alle primarie del PD, Elly Schlein non si era per niente soffermata sul proprio vestiario, a mio parere. Al contrario, tanto il suo modo di vestirsi era marginale nella sua strategia politica, che io stessa mi sono sentita chiedere, nelle chiacchierate pre e post-primarie: “ma perché non si veste meglio? Dovrebbe farsi consigliare un abbigliamento migliore”. Forse qualcuna o qualcuno a Elly Schein, dopo la vittoria, lo ha detto:  bisogna curare di più l’immagine, nell’era dell’immagine politica.

E così, ecco scoppiare il piccolo petardo dell’armocromista (confesso la mia ignoranza, non conoscevo l’esistenza di questa professione). E subito dopo l’altro piccolo petardo: perché ha dato l’intervista a Vogue? Allora, questa è la conferma che è una radical-chic. In questa trappola ci sono caduta anche io, a dire il vero. Ed è il motivo per cui l’intervista me la sono voluta leggere.

Perché Vogue? La risposta più semplice sarebbe: perché no? È una bella rivista, intelligente, godibile. Si occupa di moda, uno dei comparti più importanti del made in Italy, un settore tra i più rilevanti dal punto di vista del lavoro, del numero di lavoratori, delle professioni coinvolte. E in più, proprio per la questione del tipo di abbigliamento precedente alla vittoria, perché no Vogue? Magari Vogue avrebbe dato uno spazio maggiore per un pubblico diverso, che in genere non legge l’intervista alla nuova leader del PD, così diversa dai precedenti leader del PD. E in effetti, undici cartelle di intervista sono tante… quale testata avrebbe potuto ospitare un ritratto a tutto campo come quello firmato da Federico Chiara?

In una delle fasi peggiori che vive la stampa italiana, soprattutto quella cartacea, una intervista di tale ampiezza, per una rivista che va oltre l’elettorato del PD e l’elettorato che ha votato Elly Schlein, è stata a mio parere una buona scelta. Una delle poche possibili, peraltro.

Leggetevela, comunque, l’intervista. Non si paga, è online, è bella. Ed è anche la foto, con quello sguardo timido che dice molto, anche sul modo di vestirsi.