Pace e guerra

Eccola, la copertina. La copertina di Marcella Onzo, che ancora una volta ha dato la sua arte a un mio libro per ragazzi, tra pochi giorni nelle librerie. Dopo Gerusalemme. La Storia dell’Altro (uscito nel 2019, pochi mesi prima della pandemia), ora è la volta di Pace e Guerra. Proteggere i diritti e costruire la democrazia, sempre per Feltrinelli Kids.

Non vi nascondo che l’argomento e i destinatari di questo libro mi hanno fatto sentire il peso della responsabilità tutto sulle spalle. Non è facile parlare di guerra alle ragazze e ai ragazzi, a entrambe, con una particolare attenzione alle ragazze. Ancora più difficile parlare di pace, perché la pace si fa con il nemico, perché la pace non è normalizzazione ma è pace giusta. Perché se si vuole la pace bisogna prepararla, la pace. Ogni giorno. Vuol dire, anzitutto, proteggere la democrazia, gli strumenti della democrazia, la struttura della democrazia, l’impianto, il palazzo della democrazia.

Spero che il libro vi piaccia, e piaccia soprattutto alle nostre figlie, ai nostri figli, a coloro che abiteranno questo mondo fatto di umani e non-umani.

 

Sinan Antoon in Italia!

Sinan Antoon ha scritto un libro necessario. Un libro che costringe a immergersi in ciò che la guerra cancella. Non la nostra memoria, ma tutto ciò che consente alla memoria di costruirsi. Noi, gli esseri umani, i non-umani, le piante, le cose. E’ così che Sinan Antoon, uno dei più grandi scrittori arabi di questi tempi, prende tutto ciò che sorregge la memoria e lo racconta “in quell’istante”. Nel minuto in cui viene cancellato. Parlano così – tra gli altri – tappeti e album di francobolli. Raccontano di vite, di case, delle abitudini quotidiane. L’Archivio dei Danni Collaterali, appena pubblicato da hopefulmonster editore, nella traduzione di Adina Barbaro, parla di Baghdad vent’anni fa, quando l’Iraq subì l’invasione angloamericana. Potrebbe parlare allo stesso modo di Kyiv.
Sinan Antoon sarà prestissimo in Italia, ospite del Salone Internazionale del Libro di Torino, in un incontro venerdì 19 maggio su “Decolonizzare il racconto del mondo”, assieme a Ubah Cristina Ali Farah e a Patricia Evangelista. E poi a Bologna il 22 maggio alla Fondazione Gramsci.
E a Roma il 23 maggio alla Feltrinelli di via Appia. Incontri che non sarebbero stati possibili senza la rete composta da persone e fondazioni e librerie che si sono subito messe a disposizione per accogliere Sinan Antoon.
Tutti i dettagli nelle locandine e negli inviti. Una occasione imperdibile per ascoltarlo. Venite!

 

45 parole, e un “dress-shaming” ben costruito

45 parole. 300 battute. Una breve risposta a una domanda, in una intervista di quasi 23mila battute. 11 cartelle di intervista. Fuori dal gergo tecnico dei giornalisti, una intervista di oltre dieci pagine, a tutto campo, su diseguaglianze, nazionalismi, politica europea sulle migrazioni, precariato, cambiamenti climatici, leadership e gruppo. E ci scassano i cabasisi (il grande maestro Camilleri mi perdonerà dal cielo e dalla sua tomba al Cimitero acattolico di Roma per la citazione…) da giorni per l’armocromista? Io lo definirei un bel body-shaming, una derisione del corpo raffinata e crudele ai danni di Elly Schlein. Personaggio pubblico, politica, leader. Un body-shaming preceduto da vignette e caricature molto pesanti sui tratti somatici della nuova leader del PD.

Ho aspettato giorni per leggere l’intervista, colpevolmente per mancanza di tempo. Eppure, questo ritardo credo sia stato importante. È ormai difficile, infatti, risalire in superficie quando sei travolta dalla corrente del vociare dei social, della rabbia, del “dalli alla radical-chic che usa l’armocromista mentre la gggente crepa di fame”.

Quindi, 45 parole hanno fatto più rumore della lenzuolata di intervista piena di temi e di risposte. Succede. Per chi fa questo mestiere, succede. Basta una battuta dell’intervistato, e hai fatto lo scoop. Basta un sì o non un no, neanche 45 parole.

Eppure… eppure. È uno scoop, questo? Come si veste Elly Schlein è uno scoop? Io credo sinceramente di no. Lo dico perché ho una sensibilità molto alta sull’argomento, visto che da vent’anni mi occupo di Medio Oriente, Nord Africa, regione araba, abbigliamento segnato dalle fedi (non solo l’islam…). E lo dico anche nella veste della figlia di un sarto educata, dunque, all’”abito che fa il monaco”. Perché l’abito lo fa il monaco, nella percezione degli altri, nella (in)sicurezza di chi lo indossa, nella riconoscibilità, nella definizione dei ruoli. Solo che, a correnti alternate, l’abito lo si nota oppure no. Lo si vuole notare oppure no.

Di rado, per esempio, si è detto qualcosa sull’abbigliamento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Abbigliamento impeccabile, di alta scuola sartoriale. Quella scuola di altissimo artigianato per cui siamo famosi nel mondo. Le giacche che indossa il presidente cadono a pennello. Fateci caso, sulle spalle e soprattutto sulle maniche, nonché su collo e bavero: ci faccio caso perché mio padre me lo aveva insegnato. Riesco ancora a distinguere, seduta di fronte alla tv, se un uomo politico indossa un abito di confezione industriale o uno tagliato e cucito da un sarto, su misura.

Nessuno, per esempio, ha fatto un esercizio così attento sul modo in cui Giorgia Meloni ha cambiato radicalmente il suo modo di abbigliarsi. Colori fermi, nessun tessuto fantasia. Colori fermi buoni per le telecamere. Colori accesi il giusto, molto americani nella percezione, nonostante il fatto che ci siano capi firmati Armani. Eppure questo cambiamento importante, nell’abbigliamento, nell’acconciatura dei capelli, nel trucco, è stato così rilevante da essere parte della strategia politica costruita, appunto, su di lei come personaggio politico.

Nel caso di Elly Schlein, invece, il “dress-shaming” è arrivato subito. Subito perché, prima della sua vittoria sorprendente alle primarie del PD, Elly Schlein non si era per niente soffermata sul proprio vestiario, a mio parere. Al contrario, tanto il suo modo di vestirsi era marginale nella sua strategia politica, che io stessa mi sono sentita chiedere, nelle chiacchierate pre e post-primarie: “ma perché non si veste meglio? Dovrebbe farsi consigliare un abbigliamento migliore”. Forse qualcuna o qualcuno a Elly Schein, dopo la vittoria, lo ha detto:  bisogna curare di più l’immagine, nell’era dell’immagine politica.

E così, ecco scoppiare il piccolo petardo dell’armocromista (confesso la mia ignoranza, non conoscevo l’esistenza di questa professione). E subito dopo l’altro piccolo petardo: perché ha dato l’intervista a Vogue? Allora, questa è la conferma che è una radical-chic. In questa trappola ci sono caduta anche io, a dire il vero. Ed è il motivo per cui l’intervista me la sono voluta leggere.

Perché Vogue? La risposta più semplice sarebbe: perché no? È una bella rivista, intelligente, godibile. Si occupa di moda, uno dei comparti più importanti del made in Italy, un settore tra i più rilevanti dal punto di vista del lavoro, del numero di lavoratori, delle professioni coinvolte. E in più, proprio per la questione del tipo di abbigliamento precedente alla vittoria, perché no Vogue? Magari Vogue avrebbe dato uno spazio maggiore per un pubblico diverso, che in genere non legge l’intervista alla nuova leader del PD, così diversa dai precedenti leader del PD. E in effetti, undici cartelle di intervista sono tante… quale testata avrebbe potuto ospitare un ritratto a tutto campo come quello firmato da Federico Chiara?

In una delle fasi peggiori che vive la stampa italiana, soprattutto quella cartacea, una intervista di tale ampiezza, per una rivista che va oltre l’elettorato del PD e l’elettorato che ha votato Elly Schlein, è stata a mio parere una buona scelta. Una delle poche possibili, peraltro.

Leggetevela, comunque, l’intervista. Non si paga, è online, è bella. Ed è anche la foto, con quello sguardo timido che dice molto, anche sul modo di vestirsi.

Bella Ciao, il nostro inno globale

L’ultima volta, in ordine di tempo è stato a Tel Aviv sabato scorso, il sedicesimo sabato delle proteste contro il governo di destra di Benjamin Netanyahu. “Bella Ciao” cantata dai dimostranti israeliani ebrei, per la precisione nella parte del Blocco antioccupazione. E qualche mese prima, come in un tam tam silenzioso e non organizzato all’interno del paese scosso dalla rivoluzione del movimento “Donna.Vita.Libertà” contro il regime teocratico, “Bella ciao” è stata cantata nella versione in persiano e postata online.

E ancora, negli anni recenti, le note del canto popolare italiano sono state riprodotte dai palestinesi, dai siriani (anche sugli spalti dello stadio di Latakia), dagli egiziani nelle piazze della rivoluzione, dagli algerini nelle strade di Algeri durante la sollevazione, lo hirak del 2019.

Sono solo alcuni tra gli esempi possibili. Gli infiniti esempi possibili che vanno  ben oltre il Medio Oriente, il Nord Africa e il Mediterraneo, e si spingono fino a Taiwan. Il web è inondato di video registrati live nelle manifestazioni, o in studio in Iran, o in una casa a Gaza. Complice, certo, la Casa de Papel, che ha rimesso in circolo e “risignificato” un canto politico – Bella Ciao – che già all’estero era arrivato, negli ultimi decenni del Novecento, dalla Jugoslavia alla regione araba. La famosa serie tv spagnola, poi divenuta fenomeno globale grazie alla distribuzione su Netflix, ha irraggiato Bella Ciao come una biglia dentro il flipper digitale. Ma non ne ha tolto neanche un granello della sua valenza e potenza politica. Anzi, al contrario, ne ha fatto di nuovo, e in modo rinnovato, un canto per tutte le resistenze. Per tutte le liberazioni. Ne ha fatto un inno globale.

Non è, d’altro canto, un fenomeno unico. I canti politici, le poesie politiche vivono una vita propria e che si rinnova nel passaparola. Sia nell’”orbe terraqueo” digitale. Sia nel chiuso di una cella, in una prigione. È, per esempio, il percorso e il destino di alcuni canti politici arabi che hanno segnato la vita di prigionieri siriani, palestinesi, libici, e via elencando. Il canto si chiama Dighi Dam (“دغي دام”), come mi ha spiegato Nabil ben Salameh, storica voce dei Radiodervish e studioso di etnomusicologia. È un canto che si espande e si modifica a seconda di chi lo ha – per così dire – ereditato da un altro prigioniero, lo canta, se ne appropria, lo cala dentro la sua condizione. Il canto come canovaccio sul quale ricamare i propri sentimenti e la resistenza.

Buon 25 aprile. Buona festa della liberazione a tutte le lettrici e i lettori.

Nasce Lettera22 (il mook), ma solo con il vostro aiuto

👇 E’ cominciata il 5 aprile la campagna di crowdfunding per Lettera22, la nuova rivista di giornalismo narrativo e disegnato. E’ un’idea che realizzeremo anche per celebrare i 30 anni della prima associazione indipendente di giornalisti specializzata sulle tematiche internazionali, politiche e culturali, sorta in Italia. La mia richiesta di sostegno non fa solo parte del mio incarico come presidente di Lettera22: è una richiesta che si fonda sulla necessità, oggi più di ieri. di sostenere un giornalismo indipendente che vada in profondità e riesca a spiegare le complessità dei luoghi.
✅ Quello che ci proponiamo di fare è un mook, un periodico ibrido tra il “magazine” e il “book”, che si compra come un giornale e si legge come un libro.
✅ Al suo interno troverete lunghi reportage scritti e disegnati, frutto di un giornalismo rigoroso e generoso, di scavo profondo, lento ruminare, narrazione calda e riflessiva tra testo e immagini.
👉 Il sommario del numero zero è pronto, ma per realizzarlo, per stamparlo e sfogliarlo ci serve il vostro aiuto.
Per sapere di più del nostro progetto e per sostenerci, è sufficiente collegarsi alla nostra pagina su Produzioni dal basso! https://sostieni.link/33434
È passato solo un giorno dal lancio della campagna di crowdfunding per la nuova rivista di Lettera22 e siete stati già in tanti a darci fiducia e sostegno. Abbiamo superato il primo “simbolico” gradino dei mille euro. Un traguardo che non ci saremmo aspettati di raggiungere in così poco tempo.
Grazie davvero, intanto! 🙂
La strada è ancora lunga. Nelle prossime settimane sfoglieremo insieme a voi il numero zero, offrendovi anticipazioni su storie, autori, illustratori e molto altro. Continuate a seguirci e a sostenerci sul Produzioni dal basso 👉 https://sostieni.link/33434

Israele. Scontro totale tra poteri dello Stato

Crisi costituzionale formalmente aperta, in Israele. Lo scontro tra sistema giudiziario e governo, già in corso da tre mesi, è arrivato alle lettere ufficiali con firme e timbri. Il Rubicone è stato varcato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, a capo di un esecutivo di estrema destra, che giovedì sera ha affrontato di petto la questione. “Quando è troppo è troppo”, ha detto, riferendosi all’accordo sul suo conflitto di interessi, legato ai processi che lo vedono indagato per corruzione. “Fino ad ora ho avuto le mani legate”, ha detto il premier, dopo che la Knesset aveva approvato una delle prime leggi della controversa riforma giudiziaria, quella che protegge il leader israeliano dal poter essere estromesso dal potere proprio per i processi in corso.

Netanyahu ha dunque scelto il muro contro muro, e la risposta della procuratrice generale di Israele, Gali Baharav Miara, non si è fatta attendere. È arrivata attraverso una lettera a Netanyahu, inviata mentre il premier si trova a Londra per il terzo viaggio europeo nel giro di tre settimane, lontano dalle proteste che diffuse in tutte le città israeliane (e persino in alcune colonie) contro quello che viene definito il “golpe” in atto da parte dell’esecutivo. La procuratrice generale definisce il coinvolgimento del primo ministro in una riforma di carattere costituzionale come “illegale e segnato dal conflitto di interessi”. Significa, nei fatti, che una qualsiasi legge approvata dalla Knesset, sostenuta da questo governo e considerata di carattere costituzionale sarebbe considerata nulla? L’uso del termine “illegale” sembra significare proprio questo, e fa entrare la crisi costituzionale israeliana in un terreno incognito di cui non si riescono a prevedere gli sviluppi.

Gli sviluppi a brevissimo termine mettono, per esempio, in gioco la stessa tenuta del governo Netanyahu. Il premier ha poco tempo, infatti, per portare a termine il piano di rivolgimento istituzionale e costituzionale. Lo si comprende non solo dalle pressioni sempre più ad alto volume del sistema di sicurezza israeliano, a partire dai servizi di intelligence e dai disagi evidenti nelle forze armate. Lo si comprende ancor [il resto dell’analisi qui, sul sito di Lettera22].

L’immagine è da un tweet di Bonot Alternativa. Credit: Inbal Orfaz.

Palestina. Una questione di parole?

la conferenza del 14 marzo 2023 alla Sapienza di Roma

Dall’inizio dell’anno sono stati commessi numerosi atti di violenza nei Territori palestinesi occupati, da parte delle forze di sicurezza e dei coloni da queste appoggiati: nei primi due mesi e mezzo del 2023 oltre 30 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane e nelle ultime due settimane abbiamo registrato nuovi attacchi e arresti indiscriminati. Nel frattempo, la società civile palestinese è sempre più oggetto di provvedimenti repressivi.
Se al centro del dibattito non si porranno la protezione dei diritti umani e il rispetto delle norme del diritto internazionale umanitario, se non si accerteranno le responsabilità per i crimini di diritto internazionale, l’impunità che le autorità israeliane continuano ad accordare alle proprie forze di sicurezza produrrà solo ulteriori spargimenti di sangue.
Ne parleremo il 14 marzo dalle 15.30, presso l’Università La Sapienza di Roma, facoltà di Giurisprudenza – Aula Calasso, Piazzale Aldo Moro, 5.
ecco il parterre. Molto contenta di aver partecipato.
Francesca Albanese, Special Rapporteur on the Situation of Human Rights in the Palestinian Territory occupied since 1967;
Paola Caridi, giornalista e scrittrice.
Luigi Daniele, Senior Lecturer presso la Nottingham Law School;
Leila el Houssi, docente di Storia e istituzioni dell’ Africa;
Tina Marinari, coordinatrice campagne Amnesty International Italia.
e a moderare, con la solita accuratezza e il solito garbo:
Alessandra Fabbretti, giornalista presso l’agenzia Dire.

Perché Nablus. Perché ora

Nablus. L’antica Neapolis, “città nuova”. Non è un caso sia immortalata in Giordania nei mosaici bizantini di Umm Rasas, meraviglioso, e semi-sconosciuto, sito archeologico sotto protezione Unesco. È – nella rappresentazione dei mosaicisti – tra Gerusalemme e Sebastia, altra città determinante nella storia del Medio Oriente e uno dei luoghi in cui si dice sia conservata la testa di San Giovanni Battista, al di sotto della locale moschea. Di questa storia antica ci si dimentica, quando le notizie che arrivano dalla Cisgiordania schiacciano tutto, città ed esseri umani, dentro un gorgo profondo e oscuro.

Nablus diventa, così, un luogo senza storia, senza la dignità della sua storia, impressa in ogni pietra di una città vecchia tra le più belle dell’intera regione. Tra le più belle, e le più martoriate, di tutta la Palestina.

Potrebbe sembrare un dettaglio inutile, persino indelicato, in queste ore, ricordare Nablus come Neapolis, oppure come il punto di passaggio più importante tra Gerusalemme e Damasco in epoca ottomana. Eppure è un dettaglio a suo modo necessario, in una narrazione che rende non solo tutto l’Oriente, ma anche le città palestinesi – come ben descriveva il più famoso e rimpianto intellettuale palestinese, Edward  Said – un posto senza storia. Dunque, dentro quel gorgo profondo e oscuro del permanente orientalismo. Dunque, affogate in uno stereotipo che non rende giustizia alla realtà, storica e quotidiana.

Nablus è, a seconda delle narrazioni, un covo di terroristi, una città fuori dal controllo delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, un luogo in cui le operazioni delle forze armate israeliane sono necessarie. Non c’è contesto. Non c’è attenzione al linguaggio, alle parole usate e da utilizzare.

Eppure, se non bastasse la cronaca dolorosa di questi ultimi giorni, mesi, anni, un film come Paradise Nowdi Hani Abu Assad dovrebbe almeno far riflettere. Di sicuro, deve far riflettere di più e meglio di quanto faccia Fauda, la serie Netflix che tutto appiattisce sullo scontro armato tra due soggetti, Israele e Palestina, che sembrano dotati nella rappresentazione di uguali mezzi e uguale forma istituzionale.

In questa sindrome da Fauda si perde, invece, il contesto. Nablus è una città sotto occupazione israeliana dal 1967. Israele è, da allora, potenza occupante sottoposta a precisi doveri sanciti dal diritto internazionale: non costruire nelle zone occupate, fornire gli occupanti della possibilità di vivere in dignità. La Cisgiordania, Nablus compresa, è invece testimone di violazioni già stigmatizzate da decenni, in primis la costruzione di colonie in cui vivono, a oggi, oltre mezzo milione di israeliani.

In più, per il processo di Oslo Nablus è zona A, come le altre città palestinesi della Cisgiordania. Le forze armate israeliane non ci dovrebbero mettere piede, poiché sono le forze di sicurezza dell’ANP a dover gestire l’ordine pubblico.

Così non è, da anni. Nablus è stata circondata per settimane, di recente, con la chiusura del checkpoint di Huwwara. E le incursioni dell’esercito israeliano, a Nablus e a Jenin, sono continue, sempre più ricorrenti e sempre più sanguinose. Nel 2023 sono già 61 i palestinesi uccisi, una media di oltre un morto al giorno. La narrazione israeliana è che le forze di sicurezza dell’ANP non riescono più a controllare le città della Cisgiordania settentrionale, e che le incursioni sono necessarie per “neutralizzare” i gruppi armati, spesso non più controllati neanche dalle fazioni palestinesi. La narrazione palestinese è che i gruppi armati, e non solo quelli armati, reagiscono all’occupazione della Palestina.

Il disagio, però, è ormai diffuso. Tra gli analisti israeliani, tra quelli europei e americani. Persino Tony Blinken, il segretario di Stato americano, ha cercato di raggiungere un accordo con Bibi Netanyahu per far diminuire il numero di operazioni dei nuclei speciali dell’esercito israeliano. Accordo raggiunto, dicono le fonti ben informate. Peccato che l’accordo sia saltato appena tre giorni dopo la sua definizione. D’altro canto, non è la prima volta che succede, nella lunga storia dei rapporti tra Netanyahu e l’amministrazione di Washington. La storia ricorda un simile sgarbo di Netanyahu nel 1997 a Madeleine Albright: in quel caso, riguardò il via alla costruzione della colonia di Har Homa, che ora – forte di decine di migliaia di abitanti – chiude il legame tra Betlemme e Gerusalemme.

A trovarsi in forte imbarazzo sono persino centri studi legati alle comunità ebraiche americane, come lo Israel Policy Forum, che reso pubblica la sua posizione sulle incursioni nelle zone A della Cisgiordania, soprattutto a Nablus, città dove il raid del 22 febbraio – compiuto in pieno giorno e nell’apertura dei mercati nella città vecchia – ha lasciato in quattro ore 11 morti (tra cui civili), oltre cento feriti e distruzioni pesanti.

Forse non è superfluo aggiungere che il sanguinoso raid di Nablus è avvenuto all’indomani dell’approvazione, alla Knesset, della riforma giudiziaria che mette a dura prova l’assetto democratico dello Stato di Israele e che viene contestata da settori sempre più estesi dell’opinione pubblica. A schierarsi con parole durissime è oggi anche Amos Schocken, lo storico editore del quotidiano liberal Haaretz.

Ecco quello che Schocken scrive ai suoi lettori:

Israel’s newly empowered right wing, discarding its liberal right heritage, has swung towards nationalism, illiberalism and authoritarianism. We now have a serving prime minister who is simultaneously the subject of an ongoing criminal trial, and hoping to evade justice. We have a government pushing to undermine the rule of law in Israel, to end the separation of powers, the independence of the courts and judges, and to crush freedom of expression.

It is incumbent upon us to fight these policies and even worse proposals taking shape among members of the governing coalition. This fight must be informed by the unparalleled, and unafraid, reporting and analysis that has been our mission for over a century.

At Haaretz, our dedicated journalists are on the ground every day working to defend a free and democratic Israel.

L’immagine è di Paola Caridi

L’analisi è pubblicata sul sito di Lettera22