Con gli arabi di fede cristiana

Dal mio eremo personale non volevo scrivere. Ma veramente no. Mi sono limitata, se così si può dire, a telefonare ai miei amici egiziani, musulmani, cristiani, alessandrini, cairoti, e sapere come va, come stanno, come stanno i loro parenti e amici, che aria si respira. Vorrei che lo facessero anche quelli che in questi giorni parlano (e spesso stra-parlano) del massacro di Capodanno nella chiesa ortodossa dei Santi ad Alessandria d’Egitto. E che soprattutto, quelli che straparlano, si chiedano veramente chi sono i cristiani d’Oriente.

Per superare l’ignoranza diffusa, consiglio caldamente la lettura di poche righe pubblicate da Alain Gresh (firma di punta di Le Monde Diplomatique, nato al Cairo, uno dei conoscitori più costanti e profondi dell’Egitto) sul suo blog, Nouvelles d’Orientes.

Les chrétiens d’Orient ne constituent pas une « ethnie » : rien ne les différencie de leurs compatriotes, ni la langue (à quelques exceptions près), ni la culture, ni la plupart des traditions. Ils sont une partie intégrante de l’Orient arabe et ils ont contribué de manière importante aux mouvements de renaissance du XIXe siècle, à la création du nationalisme arabe. L’affaiblissement de ce nationalisme, auquel l’Occident a largement contribué, a favorisé l’émergence d’un discours islamiste, aux tendances multiples, qui a amené chaque minorité à s’organiser sur un mode confessionnel (même s’il faut rappeler que, en Palestine par exemple, nombre de chrétiens ont voté pour le Hamas, y compris à Bethléem et que des non musulmans militent au sein du Hezbollah qu’ils considèrent être un mouvement de résistance).

Sì, ha ragione Gresh. I cristiani d’Oriente non sono un’etnia. E io aggiungerei, non sono la nostra longa manus, non sono un’appendice dell’Occidente, come spesso l’Occidente li ha voluti considerare, nel corso plurisecolare di rapporti duri in cui noi siamo stati gli apprendisti stregoni. Nelle crociate, nei vari tentativi coloniali, e nella nostra costante e influente presenza postcoloniale. Abbiamo usato i cristiani d’Oriente, magari come nostri alleati o come nostri servi. E anche oggi dimentichiamo, come descrive bene Alain Gresh, il loro contributo nel farsi anche teorico del nazionalismo arabo. Armeni a parte, i cristiani d’Oriente sono in massima parte arabi. Sono arabi di fede cristiana. E per favore, smettiamola di usarli come la punta di lancia di un conflitto di civiltà e di religioni che più di qualcuno (in malafede) usa da anni, per obiettivi tutt’altro che nobili. Conflitto che ha, insomma, scopi tutti politici, prosaici, di bassa lega.

Nessuno di quelli che straparla si è occupato in questi anni della democrazia egiziana, di un colosso instabile che non riesce a traghettare verso la democrazia, di un gigante i cui piedi da anni si stanno indebolendo perché non riesce a superare la questione di una rappresentanza politica reale. Il dibattito, nel mondo copto egiziano, è tanto profondo quanto è profondo dentro il mondo musulmano egiziano. Qualcuno se n’è accorto? Qualcuno si è accorto dell’incapacità di un regime considerato il migliore amico dell’Occidente di rispondere alle richieste del suo popolo? Democrazia, sviluppo, rappresentanza.

Le manifestazioni di solidarietà, in Egitto, non si possono reificare in dimostrazioni di massa in piazza. Semplicemente perché le manifestazioni sono vietate dalla legislazione d’emergenza in vigore – triste anniversario – da esattamente trent’anni. Molta gente, molto popolo, di fede musulmana, ha  dimostrato solidarietà in altri modi. Perché è vietato farlo in modi più espliciti, come le manifestazioni. Qualcuno, in Italia, se n’è accorto? Si è accorto che la mancanza di democrazia reale ha soffiato sul fuoco  e alimentato i settori salafiti? E che i settori salafiti non hanno subito la pesante repressione che invece il regime ha usato contro i Fratelli Musulmani, per decenni spina nel fianco di Mubarak, e prima ancora di Sadat, e prima ancora di Nasser?

Meditate, gente, meditate. E soprattutto pregate veramente per i copti d’Egitto.


la foto l’ho trovata (che novità) sul sito della LIbrary of Congress, nella collezione Matson. Alessandria d’Egitto negli anni Venti. Altri tempi, ma senza  far troppo i nostalgici e i retorici. Semmai, interroghiamoci sul perché sono cambiati, e quanta responsabilità abbiamo noi, dall’altra parte del Mediterraneo. Protettorato britannico, una guerra mondiale, investimenti economici….