La “notte cosmica” dei ragazzi di Algeri. Adlène Meddi finalmente in italiano

Due libri. Quello a sinistra, letto, anzi, divorato due anni fa in pochi giorni. L’originale, in francese, pubblicato da una delle più belle case editrici algerine, Barzakh. Autore, Adlène Meddi, scrittore, giornalista, analista raffinatissimo della realtà politica algerina. Il libro a destra, il coronamento di un desiderio: vedere “1994” di Adlène Meddi sugli scaffali delle librerie e delle biblioteche di casa italiane. “1994” esce oggi in italiano, in questo tempo di pandemia, forse anch’esso cosmico a suo modo. La Stanza del Mondo, la collana di hopefulmonster, pubblica  la versione italiana del noir di uno degli scrittori e degli intellettuali algerini più interessanti. Il primo libro di Adlène Meddi in Italia e in italiano. La mia recensione a “1994” di Adlène Meddi era stata pubblicata su “minima & moralia” nel gennaio del 2019. La riscriverei nello stesso modo. E’ per questo che ve la ripropongo oggi.

In una “notte nazionale”, in una “notte-cosmo”, uomini e ragazzi si muovono circospetti, come ombre in cerca di salvezza, sicuri – però – di non Continua a leggere

Ah, già, la paura dell’islamismo…

E’ durato solo qualche giorno il periodo di grazia. Per qualche giorno, almeno per qualche giorno, i grandi (e piccoli) soloni del conflitto di civiltà vero e presunto ci avevano graziato dal sollevare la questione dell’islamismo mentre i ragazzi tunisini erano in piazza e – in appena 12 ore – riuscivano a cacciare uno dei presidenti autoritari del Medio Oriente e Nord Africa. Storditi da quella massa di ragazzi, di giovani, da quella folla non violenta e disarmata che pone fine a uno dei regimi autoritari (e amici dell’Occidente), i soloni ci hanno messo qualche giorno a ricomporsi, e a ripensare ipotesi e strategie per reagire a un evento che non avevano messo in conto.

Ora, invece, son tornati all’attacco. “Non fidatevi della piazza araba”, titola uno dei commenti sulla stampa italiana. Uno dei tanti, in cui si dice chiaro e tondo che, però, attenzione, sì, belli i ragazzi che sfidano il potere. Però ora rischiano di essere ostaggio dei barbuti, degli islamisti. E poi c’è la sicurezza del Medio Oriente (quale Medio Oriente?), la nostra sicurezza. Sicurezza, sicurezza. Paura. State attenti, ragazzi, potrebbero rubarvi la rivoluzione, come fecero i khomeinisti a Teheran nel 1979…

E’ bello come la storia venga tirata, come una coperta striminzita, per coprire il fallimento di una teoria (lo scontro di civiltà) e di un assioma (la fine della Storia) che hanno impedito a molti analisti e storici di fare la cosa più semplice, datata, classica: guardare la realtà, farsi sommergere dalla realtà, ri-catalogarla, e interpretarla. Secondo questa tesi [sic] la rivoluzione iraniana sarebbe stata scippata dai khomeinisti per colpa di laici un po’ naive. Una tesi [sic] che dimentica quello che successe prima del 1979, i decenni del regime di Reza Pahlavi, la presenza occidentale, la corruzione. Tutti elementi che hanno fecondato, e non poco, la rivoluzione del 1979. Ma già, Reza Pahlavi era il baluardo dell’Occidente e dei proventi petroliferi delle Sette Sorelle. Così come Zine al Abidine Ben Ali (ZABA, per i ragazzi di Tunisi, Bizerta, Sousse, Sidi Bouzid) era il baluardo dell’Occidente in Nord Africa, e l’albergo di centinaia di aziende medie e piccole che avevano delocalizzato per il basso costo del lavoro di un tunisino. Ben Ali era assieme a una piccola pattuglia di presidenti di lunga durata, rinnovati in elezioni plebiscitarie, in barba a quei parametri di democrazia occidentale che vorremmo esportare. Talvolta – come in Iraq – sui fusti dei cannoni. O magari in Iran, con qualche bombardamento aereo. Ora, quegli stessi presidenti sentono il fiato sul collo di un inverno che ricorda una Primavera lontana. Nessuno sa, nessuno potrà prevedere se la l’Inverno tunisino coinvolgerà gli altri regimi. In Libia si ha notizia di qualche timida manifestazione e di qualche scontro. In Algeria, nei giorni scorsi, si sono dati fuoco due giovani. In Giordania si manifesta contro i prezzi alti. In Egitto, per ora, si tace e si osserva, con apprensione. Il 2011, dice un mio amico inviato di guerra americano, uno dei più grandi conoscitori della regione, potrebbe avere il mondo arabo in prima pagina.

L’unica reazione – invece – che la strategia occidentale ha saputo mettere in campo in oltre trent’anni, nel mondo arabo, per contrastare l’avanzata dell’islam politico è stata solo questa. Sostenere regimi non democratici ma considerati laici. Una strategia miope e perdente, come ha dimostrato non solo la Tunisia, ma per esempio l’Algeria, per niente normalizzata. La spinta dell’islam politico risponde a precise necessità delle popolazioni arabe: non solo di tipo socioeconomico, come la risposta alla disoccupazione, alla crisi economica, alle imposizioni dell’IMF, ma di tipo culturale, come la necessità di riconquistare un’identità propria che – attraverso i codici e le tradizioni religiosi – diventa un pilastro, una colonna sulla quale poter poggiare la propria casa. Che questo ci piaccia o meno (a me, laica e di sinistra, può piacer poco), l’islam politico è riuscito a rispondere a queste necessità. Soprattutto quando, dall’altra parte, la risposta è stata autoritaria, verticistica, distaccata dalla realtà e dalla strada araba.

Vi era un modo, soprattutto a metà degli anni Zero, verso il 2005, per riuscire a venire a capo di una situazione difficile. Ed era coinvolgere l’islam politico (in primis i Fratelli Musulmani egiziani, ma non solo loro) in una cornice istituzionale ben precisa, che facesse emergere quelle ali pragmatiche dell’islamismo riformista (non salafita) che chiedevano di entrare nel gioco democratico. La reazione, da parte della strategia occidentale targata Bush, dei soloni di casa nostra, è stata quella della chiusura completa, dell’isolamento dell’islam politico, anche di quello pragmatico. In Tunisia, in Egitto, in Palestina. Con risultati pessimi, caotici, imprevedibili. I settori pragmatici sono stati isolati, all’interno dei movimenti dell’islam politico riformatore (i Fratelli Musulmani). E l’emarginazione ha fatto fiorire – all’ombra dei regimi laici che li hanno lasciati crescere in funzione anti-Fratellanza – movimenti sempre più diffusi di impronta salafita, radicale, e sempre più vicina al jihadismo. Ve ne sia reso merito, cari soloni, alla vostra strategia mediatica che ha messo insieme Fratelli Musulmani e jihadisti, FIS e qaedismo, democristiani con la mezzaluna e salafiti. Ma per favore, non date la colpa ai ragazzi di Tunisi. Loro cercheranno di fare del loro meglio, e soprattutto cercheranno di fare in modo che la loro rivoluzione giovane non sia sequestrata, ancora una volta, dai vecchi.

Quello che possiamo fare noi, occidentali, è ancora una volta interrogarci sui nostri errori da apprendisti stregoni che tentano di controllare e guidare la vita degli altri. Di milioni, decine di milioni, centinaia di milioni di persone. Tutte fuori dai nostri confini, al di là del Mediterraneo. Pedine da usare per le nostre delocalizzazioni economiche. Pedine che buttiamo a mare, però, quando provano a uscire dalla disperazione e arrivano sulle nostre coste, su mezzi di fortuna. I ragazzi di Tunisi, ricordatelo, sono quello che chiamiamo clandestini quando arrivano a Lampedusa. Li abbiamo resi disperati, invece di ascoltare quello che avevano da dire e che hanno messo, quando possibile, sul web. Loro sono lì da anni, a urlare. I soloni se ne sono accorti solo ora. E non sanno che fare.

Il logo, ovviamente, se lo sono inventato loro, i ragazzi tunisini. Gira su internet, e sui social network.

Da Jan Palach a Mohammed Bouazizi

Non pensavo di trovare conferma alla mia tesi che lega il dissenso eurorientale con quello arabo sul più importante portale tunisino dell’opposizione, nawaat.org, sino a ieri impossibile da vedere in Tunisia, per la censura che strangolava tutto il web nazionale. Astrubal, su nawaat.org, traccia addirittura una linea rossa che unisce un ragazzo di Praga, Jan Palach (che la mia generazione si ricorda ancora oggi come fosse successo appena ieri), con Mohammed Bouazizi, il ragazzo di Sidi Bouzid, un ambulante, che si è dato fuoco a dicembre. Dal suo sacrificio, come allora, è iniziata la web-rivoluzione tunisina. E continuo a chiamarla tale perché solo un mezzo potente come internet è stato non solo brodo di coltura, ma rete, collegamento, agorà per migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia di ragazzi. Se è vero che a Facebook, in un paese di oltre 10 milioni di abitanti, sono abbonati due milioni di tunisini, questa ipotesi ha senso. Ha senso perché anche Mohammed Bouazizi, da Sidi Bouzid, era abbonato, e a Facebook – racconta Astrubal – aveva affidato qualche riga. I suoi ultimi pensieri.

Mohammed Bouazizi come Jan Palach. Il dissenso che si fa gesto disperato. Eppure, rimane dissenso e contagia chi era già stato esposto, per anni al virus. Per così tanti anni, da far ricordare all’autore dell’articolo su nawaat.org che il dissenso via web aveva già avuto altri morti e altri martiri. Il primo, il più importante, Zouhair Yahyaoui, il creatore di TuneZine, il primo web-magazine che fece provare a Yahyaoui prigione, tortura e morte. Da samizdat su macchina da scrivere e ciclostile, a e-samizdat affidati al vento di internet: la linea rossa continua, è quella di un dissenso che non si può reprimere più di tanto, perché la pentola – dice una mia amica che ha scelto di rimanere a Tunisi – poi alla fine scoppia.

Detto francamente, non mi aspettavo che un paragone del genere mi arrivasse direttamente sullo schermo dal web tunisino. Non mi aspettavo che la memoria di Jan Palach avesse traversato il Mediterraneo…

Solo nel mondo arabo, per spiegare ciò che succede, si citano poesie. E’ nell’animo arabo, nella cultura popolare, nei sentimenti. Marwan Bishara, il più importante analista politico di Al Jazeera, cita il più grande poeta tunisino per spiegare come mai questa Web-Rivoluzione del Gelsomino sia stata così veloce e impossibile da fermare.

The simplest and perhaps the most accurate answer was “provided” almost a century ago by Tunisian poet Abu Al-Qasem Al-Shabi (Schebbi), in his Defenders of the Homeland which became the most popular verse in Arab poetry, and used in the Tunisian national anthem: “When people decide to live, destiny shall obey, and one day … the slavery chains must be broken.”

Andrei più avanti di Bishara, e aggiungerei anche che nel mondo arabo non si può mai prevedere quando la pentola scoppierà, quando le catene si romperanno. Un giorno succede, con un ragazzo disperato che si dà fuoco. Che non fa il kamikaze, ma diventa l’esempio che non si deve avere più paura, perché non si ha nulla da perdere se non una vita disperata. Ma non si potrà mai prevedere quando. E se avrà successo. Mentre scrivo, i ragazzi dei paesi accanto, soprattutto dell’Algeria e dell’Egitto, scrivono virtualmente ai tunisini, onorano  il loro coraggio, si chiedono perché mai loro – sinora – non lo abbiano avuto. Io non so se l’effetto domino andrà in scena ora, tra un anno, tra cinque. Se dovessi collegare la vecchia storia dell’Europa dell’est, il giovane Jan Palach al giovane Mohammed Bouazizi, direi che l’effetto domino sarà presto. Come effetto domino ci fu tra anni Cinquanta e Sessanta.

Credo, però, non sia importante mettersi con una palla di vetro e tentare di auscultare il futuro. Meglio leggere il recente passato e il presente. E da dieci anni quelle generazioni di Bouazizi dicono che non ce la fanno più, che sono rimaste inascoltate dai propri regimi autoritari così come da un Occidente sordo e vigliacco, che preferisce fare grandi accordi e delocalizzare piccole imprese. Senza pensare a chi, giovane, in quelle imprese, sarà impiegato per un tozzo di pane. I think tank delle aziende italiane o francesi che avevano investito in Tunisia avrebbero fatto bene a studiarsi non solo i numeri della società e dell’economia tunisine, ma anche il web che chiedeva libertà, prima di investire un euro nel modo in cui sono stati investiti. Per poi non lamentarsi se, sul web, persino ai turisti viene chiesto di non venire più. Perché la Tunisia, così come l’Egitto, non è un grande resort sul mare. E’ molto altro, nascosto agli occhi indifferenti dei vacanzieri.

Succederà qualcosa – e presto – in Egitto, in Algeria, persino in Giordania dove ieri migliaia di persone sono scese per strada contro il carovita? Chissà, chissà… Non ho mai amato gli aruspici, soprattutto quelli che prevedono a tavolino. Dico solo che bisognerebbe studiare. E avere l’umiltà di ascoltare gli “invisibili“, i miei invisibili, che da anni parlano, e chiedono rispetto.

Oggi festeggio la web-rivoluzione tunisina, con una gioia doppia. Ovviamente per i miei invisibili. Domani ci occuperemo, da analisti, del futuro incerto della Tunisia. Futuro incerto causato non dai ragazzi del web, ma da un regime autoritario, corrotto e sostenuto a spron battuto, sino all’ultimo, da tutto l’Occidente. Europa, Francia, Italia comprese. Il baluardo laico del Maghreb… Parleremo allora di una rivoluzione sostenuta da tutto lo spettro politico dell’opposizione, dai comunisti di Hamma Hammami ai Fratelli musulmani in esilio di Rachid al Ghannouchi (che ho ascoltato a una conferenza londinese sull’islam politico). Parleremo di futuro, di costituzione, di elezioni, di quadro politico, di esercito. Ma per ora, oggi, mi godo il sapore di una piccola rivoluzione inattesa, corale. E giovane.

Effetto Domino tra gli invisibili

All’apparenza, nulla dovrebbe unire l’attentato di Capodanno alla Chiesa dei Santi di Alessandria d’Egitto con la rivolta iniziata a dicembre a Sidi Bouzid e diffusasi ora sino alle strade di Tunisi. Un attentato sanguinoso con una rivolta di ragazzi per il pane e le rose? Non può essere. Il filo rosso che le unisce, però, c’è. E non è quello che succede nelle piazze, nelle strade di Sidi Bouzid o Alessandria d’Egitto, quanto piuttosto quello che succede nei palazzi presidenziali, nelle stanze nascoste dei regimi al potere a Tunisi o al Cairo.

Zine el Abidine Ben Ali, così come Hosni Mubarak, sono i nostri campioni di moderatismo. Sono i migliori alleati dell’Occidente. Prevengono l’ascesa dell’islam politico. Conservano la stabilità dei loro paesi, come se stabilità fosse sinonimo di ibernazione, di congelamento della democrazia. Poi, nei giorni del breve inverno nordafricano, si scopre che né Egitto né Tunisia sono paesi stabili. Che un attentato sanguinoso a una chiesa ortodossa di Alessandria nasconde non solo e non tanto tensioni settarie, quanto una mancata riforma del regime per trasformarlo in una vera, sostanziale democrazia. Alaa al Aswani, che ho intervistato per l’Espresso (sul numero ancora oggi in edicola), dice che “il regime non è innocente”, perché ha consentito all’islamismo radicale salafita di fecondarsi, in funzione anti-Fratelli Musulmani. Una cosa nota da tempo, non solo agli studiosi di politologia egiziana, ma a tutta quella fascia di uomini e donne a metà tra il giornalismo e l’analisi della politica internazionale che tentano di mostrare all’Occidente che il mondo arabo lasciato vivere (sopravvivere) in queste condizioni non è un fattore di stabilità per noi. Al contrario.

Stesso dicasi per la Tunisia. Sono anni che sento ripetere non solo ai politici italiani, ma all’uomo e alla donna della strada che “però, almeno la Tunisia ci protegge dai fondamentalisti, e il velo è vietato per legge, e Ben Ali è laico”. Laici sono anche moltissimi dei blogger, moltissimi dei ragazzi per le strade della rivoluzione del gelsomino che infiamma la Tunisia. E allora cos’è successo? Cos’è che non abbiamo capito? Francamente, e personalmente, noi – nel senso di quella terra di mezzo tra giornalismo e analisi – avevamo già capito, a mo’ di Cassandre. E’ solo che non ci avevate ascoltato (sulla Stampa di oggi, c’è un mio articolo sui blogger, da dove sono nati, perché sono cresciuti).

Scusate lo sfogo, ma mi fa male, nelle viscere, vedere la disperazione nei ragazzi che si danno fuoco. Mi fa male, nelle viscere, vedere il sangue su una chiesa di Alessandria d’Egitto. Si poteva evitare, a essere meno miopi, più coraggiosi, a essere meno ignoranti. A non seguire, soprattutto, le chiarine dello scontro di civiltà, di una Realpolitik senza fondamento che dovrebbe guidare i nostri passi diplomatici. La vera Realpolitik, quella di stampo brandtiano, prevedeva altro. Prevedeva coraggio e capacità di analisi. Nel rapporto col mondo arabo, sono mancate entrambe queste qualità.

L’Egitto dovrebbe traghettare alla democrazia da anni, forse decenni. Hosni Mubarak è al potere da quasi 30 anni. Le accuse di brogli nelle elezioni partono almeno dal 2000. Nel 2005 la gente è stata  costretta a entrare nei seggi dalla finestra, con una scala di legno, per poter votare. I poliziotti lo impedivano, al secondo e al terzo turno, perché i Fratelli Musulmani, presentatisi come indipendenti, stavano vincendo troppo. E qualche mese fa ci sono state altre elezioni, e con un eufemismo si potrebbe dire che hanno avuto qualche problemino.

Tralascio di dire qual è la situazione di giornalisti, blogger, oppositori. Mi chiedo solo: è questa la stabilità che vogliamo, nel colosso del mondo arabo? E non si può far niente per aiutare il processo democratico, in un paese dove la presenza di capitali europei e americani, di aiuti umanitari, di progetti di sostegno è enorme?

Vogliamo continuare con gli esempi, e parlare di Algeria? Esattamente 19 anni fa, gennaio 1992, vi fu un golpe bianco ad Algeri. Perché aveva vinto l’islam politico. Abbiamo digerito – chissà, forse anche aiutato – la sostanziale cancellazione del voto democratico e consegnato l’Algeria a una guerra civile devastante, sanguinosa, conclusasi con la ‘normalizzazione’ di Bouteflika. Poi si scopre, qualche settimana fa, che tutta questa normalizzazione non è che abbia quietato gli animi. Bastava andare ad Algeri, come ho fatto poco più di un anno fa, invitata alla Fiera del Libro, per annusare altro. Sono tornata da Algeri, e tutti mi hanno sentito pronunciare una strana frase. “Quella è una città che sprizza violenza da tutti i pori. Una città crudele”. Strana frase, visto che sono stata accolta benissimo, che non ho avuto brutte avventure, che sono stata trattata con la cortesia tipica del mondo arabo. Eppure, la tensione si sentiva. Si sentiva che quello non è un paese pacificato: è un paese diviso, spaccato, dove c’è un di qua e un  di là. Come 19 anni fa. Con una guerra civile e una normalizzazione di mezzo.

Ah, poi c’è la Palestina. La vittoria di Hamas nel 2006, sancita da poco meno di mille osservatori internazionali. La finestra di opportunità non l’abbiamo colta, e ora ci ritroviamo nel mezzo di un caos difficilmente risolvibile, con la macchia dell’Operazione Piombo Fuso che è schizzata anche sulla nostra camicia immacolata, di difensori strenui della democrazia. E come se non bastasse, mi sento dire da mesi che nei circoli diplomatici si ammette di aver sbagliato, tra 2005 e 2006, quando si è deciso di isolare Hamas dopo il successo elettorale. Bella prova!

Se volete continuo, ma lo sfogo è già durato troppo. Da veri apprendisti stregoni, stiamo allevando i mostri. E poi non dite che era colpa degli arabi. Loro ci hanno provato, a spingere per la democrazia, declinata alla laica o alla islamista. Non ci è piaciuto. Ma prima, per favore, cerchiamo di capire chi sono i protagonisti di questa vicenda. Cerchiamo di non mettere nella stessa barca i fratelli musulmani con i salafiti, islam politico con  jihadismo. E’ una questione di vocabolario, dunque di sostanza.