La letteratura araba a Torino

Al posto del Paese ospite d’onore, una nuova formula che offre un focus allargato e traversale su realtà culturali che superano le rigide divisioni degli Stati nazionali. A criteri puramente geopolitici subentrano più ampi criteri geoculturali. La letteratura come patria, come rifugio, come portatrice di diritti, come luogo deputato al dialogo, al confronto con l’altro. Non una semplice vetrina, ma un’occasione di scambio, un comune discorso in progress da opporre alle semplificazioni e ai pregiudizi. Continua a leggere

Gli scaffali (vuoti) di Ryadh ospiti a Torino



La vera notizia saranno gli scaffali dello stand (presumibilmente imponente) dell’Arabia Saudita, il paese ospite del prossimo Salone del Libro, edizione 2016. E cioè: ci saranno libri, su quegli scaffali? E quali tipi di libri? La domanda non è peregrina, visto che in Arabia Saudita vige la censura, soprattutto sulle opere d’arte. Un esempio su tutti, citato qualche mese fa da una delle riviste d’informazione online  più interessanti, Al Araby. L’esempio è quello di Abdo Khal, lo scrittore saudita  che vinse l’edizione 2010 dell’International Arabic Fiction Prize, uno dei più importanti premi letterari arabi, di certo il più conosciuto in Occidente. Abdo Khal vinse con un romanzo pubblicato non a Ryadh, bensì a Beirut e Bagdad. E sì, perché Abdo Khal, di suoi libri vietati in Arabia Saudita, ne ha almeno otto.

Non è l’unico, Abdo Khal. Non è l’unico, non è l’ultimo, non è neanche il caso più grave di violazione della libertà di espressione, e dunque anche di scrittura. Raef al Badawi, blogger ormai noto, ha rischiato la pena di morte per apostasia, e solo le campagne internazionali in sua difesa gli hanno risparmiato sinora alcune delle mille frustate a chi è stato condannato. Per aver scritto, per aver pubblicato, soprattutto per aver aperto un sito considerato pericoloso. Forse perché si chiama Saudi Liberals. In sua difesa non è scesa in campo solo Amnesty International. È sceso in campo anche PEN International, l’organizzazione internazionale degli scrittori.
Censura, e che censura! Pene corporali di cui abbiamo dimenticato l’esistenza (per fortuna). Pena di morte in vigore, e comminata spesso, in Arabia Saudita, attraverso decapitazione (chissà perché, ci fa impressione solo se a decapitare sono quei terroristi dell’ISIS…). E poi violazioni quotidiane dei diritti umani, civili, di genere.
In un paese, l’Italia, che si tenta di far diventare islamofobo, nulla o poco si dice su quello che devono penare le donne saudite. Anche quelle ricche, come le sorelle Olayan, tra le più ricche (ricchissime) del Paese. Muovono conglomerati, multinazionali, imperi economici, ma non possono guidare. E quelle che così ricche non sono, vanno in galera se provano a sfidare il divieto di guida, com’è successo soprattutto dal 2011 in poi. Ci sono veli e veli, insomma. Veli che dovremmo additare a simbolo di sottomissione. E veli che dovremmo ignorare, se serve al manovratore.
Singolare, dunque, che il Salone del Libro di Torino abbia scelto l’Arabia Saudita come paese ospite dell’edizione 2016. Non per i sauditi, beninteso, le prime vittime del regime. Ma proprio per il regime… Quale cultura porterà al Lingotto? La cultura saudita, o la cultura degli Ibn Saud, della famiglia reale, della retriva interpretazione wahhabita dell’islam, della polizia religiosa, dei clerici ultraconservatori? E con chi avranno a che fare, i funzionari del Salone? Con Abdo Khal e con gli altri scrittori e le altre scrittrici costretti a pubblicare fuori dai confini sauditi, oppure con la burocrazia del ministero della cultura, cioè con i censori? La risposta è scontata: i censori decideranno chi portare a Torino. Come successe con l’Egitto di Hosni Mubarak, che ora sembra tornato in auge tra chi, opinionista o direttore di testata, proclama la necessità della Realpolitik.
Ero al Salone di Torino edizione 2010, invitata come esperta di mondo arabo, e c’era Ala al Aswani, proprio quando era paese ospite l’Egitto. Aswani non volle essere parte della delegazione ufficiale, lui dissidente. Era lì come individuo, e trattò  con il disprezzo che meritavano i funzionari del ministero della cultura, lo stesso ministero che aveva censurato molte sue pagine. E ora noi, intellettuali, dovremmo avallare la letteratura e la cultura scritta proposta da un altro ministero della cultura, di un paese in cui vige una censura diffusa, capillare, durissima?
Qual è il fine? Mostrare che l’Arabia Saudita è un buon alleato dell’Italia e delle sue imprese economiche?
Oppure c’è anche altro? Sono tempi, questi, in cui è il cliché a vincere, per avallare scelte geopolitiche, se non dubbie, almeno miopi. E allora, è necessario mostrare non gli arabi, quelli veri e dunque invisibili. È necessario mostrare lo stereotipo dell’arabo. Che il miglior arabo è quello ricco, non certo il profugo siriano, palestinese, e fra un po’ yemenita. Meglio lo sceicco ricchissimo, il petrosceicco vestito di bianco, tutto oro e opulenza, a cui serve mostrare a sua volta un mecenatismo  in campo artistico e culturale. Tanto ridondante da coprire altre scelte dal punto di vista politico e militare.
Avallare la macchietta alla Totò è molto più semplice che indagare ciò che è successo in campo letterario nel mondo arabo nell’ultimo decennio. E per altro verso, non solo all’Arabia Saudita, conviene mostrare un altro volto del mondo arabo. Per far dimenticare le rivoluzioni, e soprattutto far dimenticare chi, tra cui l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo,  ha messo in campo tutta la propria influenza strategica ed economica per distruggere il secondo Risveglio arabo. Un risveglio culturale e sociale che comprendeva, e comprende, semi artistici diversi, quelli — appunto – che il regime di Ryadh censura.
Bastava chiedere ai tanti arabisti che studiano la regione araba. Ai tanti che dall’Italia se ne sono andati, e che sono esperti della materia a livello internazionale. Bastava chiedere a loro, per evitare una pessima figura. Ma forse, proprio a loro non bisognava chiedere, per evitare di sentirsi fare domande scomode. La prima, la più importante: perché?

Ricominciamo da Mille?

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Oggi mi sono accorta che mille persone hanno condiviso in questi ultimi tre giorni su Facebook il mio #iononsonoinguerra. Non è un manifesto. È una presa di posizione, e se qualcuno/a l’ha condivisa è perché si è sentito a disagio, in questi giorni. Si è sentito trascinato, volente o nolente, in una guerra prossima ventura decisa a tavolino. Una guerra prossima ventura per la quale bisogna preparare l’opinione pubblica europea, com’era già successo nel 2003. Una guerra di cui dunque, ahimè, fa parte la cattiva informazione che è stata diffusa in ogni dove, e in particolare in Italia.

No. Io non sono in guerra. Non sono in guerra con l’Islam, non sono in guerra con gli arabi, non sono in guerra con i rom, con i migranti, con chi crede e/o con gli atei. Non sono neanche in guerra con gli ignoranti, ma di certo mi scontro con gli ignavi narrati dal sommo Dante (Questi non hanno speranza di morte,/e la lor cieca vita è tanto bassa,/che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte) che agli ignoranti danno spazio per spargere notizie false nelle case degli italiani, attraverso un pubblico tv che è in questo incolpevole.

Credo sia finalmente l’ora di iniziare un dibattito interno tra i giornalisti italiani. Una discussione molto franca e molto dura sulla qualità delle informazioni che passano attraverso giornali e tv e radio. Non ho né voglia né tempo per elencare le inesattezze, le falsità, le vere e proprie castronerie che ho sentito e letto in questi giorni, da parte spesso di una compagnia di giro di intervenuti che non hanno le basi culturali su argomenti complessi. In salotto tv da cui spesso sono stati esclusi gli studiosi universitari, i più importanti esperti di regione araba, di islamologia, di storia del Medio Oriente. Passate così, le informazioni sbagliate, pubblicate così, senza un minimo di quel filtro necessario che è la cultura.

La più recente falsità l’ho sentita in tv, ma non è stata la prima volta che l’ho sentita in 15 anni che mi occupo di Medio Oriente e Nord Africa: che ci sarebbero un miliardo e trecento milioni di arabi. Forse arriveranno a 250 milioni, gli arabi, in massima parte di fede musulmana, in minima parte di fede cristiana o ebraica. Chi supera il miliardo, anzi, il miliardo e mezzo sono i musulmani, solo per un sesto arabi: gli altri cinque sesti sono indonesiani, indiani, cinesi, statunitensi, francesi, italiani, russi… Nessun giornalista ha ribattuto. Nessuno ha saputo dire che l’informazione era sbagliata. Forse nessuno lo sapeva, tra i giornalisti presenti.

Solo un caso, sulle decine di casi di disinformazione, o di vera e propria falsificazione delle notizie. Dove sono andati a finire i nostri doveri di informatori? Chi ci dà il diritto arrogante di de-formare le coscienze? Qual è il fine? La singola carriera di un/una giornalista, o il sostegno a una politica? Nel primo caso, saremmo solo di fronte a un tipico arrivismo di piccolo cabotaggio. Nel secondo caso, un settore del giornalismo italiano avrebbe abiurato a una delle sue regole imprescindibili: fare informazione, e non – viceversa – passare informazioni scelte e determinate da altri.

Un altro caso per tutti: la sfilata dei leader europei e non europei a Parigi, domenica scorsa. Avrei voluto ascoltare da parte di chi discettava negli studi televisivi di libertà qualche parola, qualche informazione sul comportamento dei singoli paesi rappresentati riguardo alla libertà di informazione ed espressione. Un consistente numero di Stati e regimi rappresentati in questa strana ‘coalizione globale in progress’ ha sulle spalle giornalisti in galera, giornalisti ammazzati, frustati, condannati. Sono spesso i regimi (vecchi e nuovi) che si sono opposti all’ondata del secondo Risveglio arabo del 2011, sbrigativamente definito una rivoluzione ad usum degli islamisti. E i giornalisti in studio non dicono nulla? Rappresentano al pubblico il supposto Bene contro il supposto Male, le forze (militari) del supposto Bene contro le forze del Male? Non distinguono, non descrivono la realtà nella sua completezza e complessità? E i giornalisti che sono andati a manifestare a Parigi, in nome e per conto delle nostre organizzazioni di categoria, cos’hanno da dire? Si sono mai occupati dei destini dei colleghi nei paesi e nei regimi non-europei?

Credo sia ora di parlarne, della nostra categoria, divisa tra chi appartiene alla casta e chi (soprattutto tra i giovani) si arrabatta ad arrivare alla fine del mese, sempre meno libero perché sempre meno tutelato. Credo sia ora di parlare della cultura e della preparazione nella nostra categoria, oltre i corsi di formazione. Credo sia ora di parlare della saldezza morale della nostra categoria. Non solo per il rispetto dovuto al pubblico che ci legge e ci ascolta. Ma anche per la dignità di chi questo mestiere lo fa secondo le regole.

La Colomba agli Invisibili

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Oggi pomeriggio – 2 luglio – mi danno un premio, a Roma. Un premio che, per la mia generazione, ha un buon sapore. È arrivato a sorpresa e, come tutte le buone sorprese, è ancor più gradito. Soprattutto perché è un premio che condivido ex aequo et bono con il mio blog, con questo blog. Dunque, una delle Colombe d’Oro per la Pace assegnate quest’anno dall’Archivio Disarmo, nella XXIX edizione del premio, va ex aequo et bono a me e al mio blog, con questa motivazione:

“Paola Caridi fondatrice di Lettera 22, riceve una delle Colombe d’oro della sezione giornalisti per aver dedicato la sua vita professionale a restituire dignità agli uomini e alle donne che hanno meno voce, vincendo gli stereotipi e le semplificazioni, con passione e sentimento.

Autrice di Arabi invisibili. Catalogo ragionato degli arabi che non conosciamo. Quelli che non fanno i terroristi. (2007) e Hamas (2009), entrambi editi da Feltrinelli, Paola Caridi collabora con le principali testate italiane Nel suo blog Invisible arabs, descrive quella parte del mondo che in Occidente si conosce con superficialità e spesso con la mente ingombra di pregiudizi”.

Per una piccola sfida personale – e cioè questo diario virtuale concentrato sul mondo arabo, sulla regione mediorientale, su un Mediterraneo troppo spesso banalizzato – è un riconoscimento inatteso. Che significa, però, che l’idea di partenza, decisa nel 2008 con l’apertura del blog, non era poi male: c’è un pubblico che attende di sapere qualcosa di meno stereotipato sul mondo arabo, ci sono uomini e donne (arabi) che attendono di essere descritti con la dovuta serietà e rispetto. Se anche soltanto sono riuscita a istillare qualche dubbio per incrinare un clichè trito e spesso in malafede, posso dire di essere felice e soddisfatta.

In fondo, con Lorella Zanardo condivido – credo – la stessa sana follia: sapere che non possiamo fare altrimenti, se non rompere lo stereotipo e dare nuova dignità, nel nostro piccolo, alle persone.

Quest’anno il Premio giornalistico Archivio Disarmo-Colombe d’Oro per la Pace è dedicato a Rita Levi-Montalcini, per sedici anni presidente della giuria. E a riceverlo sono quattro donne. Sono molto contenta, dunque, che una delle Colombe d’Oro sia stata assegnata a Lorella Zanardo, blogger e autrice del documentario Il corpo delle donne, un lavoro che ha significato così tanto, in un momento preciso della storia italiana, per spingere noi donne a una nuova, rinnovata presa di coscienza e – finalmente – un troppo atteso scatto di dignità.

Anche il Premio internazionale viene assegnato a due donne. Si tratta di Pacem Kawonga, attivista di DREAM, progetto per la cura dei malati di AIDS realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio e coordinatrice di uno dei centri della Comunità in Malawi e di Asha Omar, ginecologa somala laureata in Italia, che sei anni fa ha deciso di tornare nel suo paese. A Mogadiscio è direttrice dell’Ospedale “Giacomo De Martino” dove porta avanti un coraggioso impegno per la prevenzione delle Mutilazioni Genitali Femminili.

L’immagine è quella della Colomba di Banksy, apparsa all’improvviso a Betlemme. Mi sembra un buon modo di festeggiare, con quella che è diventata l’icona della banalizzazione delle parole e delle immagini. La colomba della pace è stata troppo spesso abusata, anche in questo caso stereotipata. È ora di ridare il valore e la dignità che le spettano.

Il brano della mia solita, personale playlist è il Kyrie Eleison di Michele Lobaccaro (cercatelo su internet, facile da trovare…), composto per la sua Messa Laica per don Tonino Bello. È in onore di un bellissimo viaggio che farà Papa Francesco tra qualche giorno, l’8 luglio. Papa Francesco intraprenderà un viaggio (il suo primo dall’elezione?) per andare a trovare chi ha deciso con coraggio un altro viaggio, colmo di disperazione e allo stesso tempo di speranza. Viaggio per la vita, talvolta – se non spesso – conclusosi con la morte. Il Papa a Lampedusa, dai migranti, dagli invisibili, è una di quelle notizie che sorprendono, ma poi mica tanto. Semmai conferma quello che pensiamo di Papa Francesco: un uomo che non dimentica (humani nihil a me alienum puto), un pastore.

Omar Salah, il fratellino di Bouazizi

E se dovessi scrivere il seguito di Arabi Invisibili? Un seguito cartaceo, intendo dire, ché quello virtuale non si è mai interrotto, fornendo a chi ha seguito il blog in questi cinque anni gli aggiornamenti non solo sugli eventi, ma sugli stessi protagonisti del libro che ho scritto di getto e pubblicato nel 2007. Una domanda del genere me lo sono certo fatta, negli scorsi anni, spesso in maniera inconscia, decidendo poi che quel volume è una storia a sé che non può trasformarsi in un sequel: una forma che, a dire il vero, a me non piace affatto.
La domanda – che mi è stata posta ieri da Elisabetta Bartuli nell’incontro di ieri a Palazzo Vendramin dei Carmini a Venezia – sottende, però, altro. E cioè se, a cinque anni di distanza, non vi sia altro di invisibile, nei paesi arabi, che verso il 2005 non era ancora emerso quel tanto da poterlo cogliere sulle strade, nelle piazze delle città.
Altro c’è, di invisibile. Senza dubbio. La domanda di Elisabetta, che il mondo arabo lo conosce da ben prima di me, è di quelle che mettono alla prova. E la mia risposta, non solo istintiva, non prende alla leggera l’argomento. C’è altro, di invisibile, che io non avevo colto allora, e che si è rivelato tanto importante da diventare uno dei protagonisti delle rivoluzioni.
Quell'”altro” si chiama periferie. Una etichetta volutamente generica che contiene molto. Anzitutto uno spazio, ai margini delle grandi città, enorme, diversificato, sconosciuto ai più. Periferie non significa solo o soprattutto povertà. Né solo o soprattutto marginalità. Significa, per esempio, frammentazione sociale, decostruzione e ricostruzione di reti di rapporti e di sistemi di valori, nuove comunità che costruiscono proprie regole interne. Ne parla – benissimo – Asef Bayat nel suo bel volume, Life as Politics. Ne hanno parlato, in modo simile, alcuni dei protagonisti di Piazza Tahrir.
Allora, nel 2005, avevo solo sfiorato le periferie, che ho poi incontrato come tema (importante) quando ho cominciato a studiare Hamas e il modo in cui la Fratellanza Musulmana palestinese ha consolidato movimento e consenso nei campi profughi di Gaza, paradigma di frammentazione, delocalizzazione, ricostruzione delle comunità.
Ora, un argomento così invisibile ai più torna a emergere, almeno nella cronaca egiziana, attraverso il caso -tragico e straziante- di un ragazzino di 12 anni. Uno dei quei ragazzini accanto ai quali si passa come se fossero trasparenti, per le strade della capitale egiziana. Vendeva patate dolci, portando in giro per il centro del Cairo uno di quei carretti che fanno parte del panorama quasi primaverile della città: un carretto con un tubo di metallo alto, da cui esce esce fumo e l’odore forte, a volte nauseante, tipico delle patate dolci cotte.
Di Omar Salah Omran gli egiziani hanno conosciuto solo un viso già esangue, bianco di morte. È stato ucciso pochi giorni fa da un soldato che sorvegliava l’area attorno all’ambasciata statunitense, un soldato infastidito da Omar, che voleva vendergli una patata dolce non subito, ma dopo cinque minuti. Prima voleva andare al bagno. Il soldato gli ha sparato due colpi a bruciapelo, al cuore. E Omar Salah, che manteneva la sua famiglia, è morto all’istante.
La sua storia, terribile, è narrata con passione e analisi da Amro Ali su Open Democracy. Strazia il cuore di chi legge e vede il viso così giovane e innocente di Omar senza più vita. Il corpo di Omar doveva rimanere un corpo sconosciuto, senza nome, senza identità, per salvare l’autore dell’omicidio senza nome e colpe, e l’esercito fuori dalla tempesta della rabbia popolare. Nello stesso tempo, la storia di Omar dice molto sia sulla transizione egiziana, sia sui protagonisti (invisibili) di Tahrir. Ha, cioè, un senso pieno e duplice, politico e sociale. Il nodo politico è quello della accountability, direbbero nel loro gergo i funzionari delle agenzie dell’Onu che a vario titolo si occupano di governance. In sostanza, chi ha ammazzato a sangue freddo Omar Salah deve essere perseguito da una magistratura che sia ritenuta credibile da tutti, e non devono esistere sacche di impunità o di sostanziale immunità che salvino gli autori ritenuti sopra la legge, come in casi come questo e nei molti altri crimini e reati compiuti da forze dell’ordine ed esercito. È la richiesta di coloro che hanno scoperto, per puro caso, l’omicidio di Omar Salah quando si sono trovati di fronte al suo cadavere nella morgue di un ospedale del Cairo. È la richiesta ad alta voce di chiede un giusto processo contro chi ha ammazzato i manifestanti della marcia di Maspero, di chi vuole la liberazione degli attivisti processati dai tribunali militari durante la transizione gestita dal Consiglio Militare Supremo. È la richiesta di chi non vuole una giustizia a due, o anche tre velocità.
Il nodo politico, però, non definisce del tutto la portata dell’omicidio di Omar Salah, giovanissimo ambulante, a suo modo fratello minore di Mohammed Bouazizi, il giovane tunisino che si diede fuoco il 17 dicembre del 2010, divenuto simbolo delle rivoluzioni arabe. Perché è la chiave politico-sociale, forse, quella più importante e dirompente in questa tragedia invisibile. Omar Salah è l’icona – come spiega benissimo Amro Ali – di quella piccola massa di ragazzini, uomini e anche donne che sono stati presenti a Tahrir forse più degli stessi attivisti. Ai dimostranti di Tahrir, ai poliziotti che li hanno picchiati hanno dato da mangiare. Ai turisti della rivoluzione hanno venduto gadget e magliette, stickers e sciarpe. Omar e i suoi fratelli sono stati considerati come parte della scenografia, una presenza apolitica, non-politica, magari anche antipolitica. Come comparse senza alcun peso nel percorso degli scorsi due anni a Tahrir. È “ironico” pensare, commenta Ali, che “gli ambulanti abbiano passato più tempo a Tahrir di quanto abbia fatto chi manifestava”. Ironico, ma poi mica tanto, perché il primo shahid, il primo martire delle rivoluzioni arabe è stato proprio uno di loro. Un ambulante.
Che gli ambulanti siano e siano state solo comparse, dunque, è una percezione non solo riduttiva, ma a suo modo è parte dei mali della transizione. Perché Omar rappresenta le richieste socioeconomiche di Tahrir: pane e dignità, lavoro pagato il giusto, diritti sindacali. Diritti tout court. La invisibilità di Omar, riscattata in modo tragico dalla sua morte, mostra quanto – in questi due anni – le richieste prioritarie di Tahrir siano state accantonate, ma non risolte. Torneranno alla superficie, come già sta succedendo, perché la questione della rappresentanza e della sua legittimazione è solo uno degli aspetti della transizione in corso, per ora gestito nel modo più classico e più miope di una politica vecchia. Vecchia in entrambi i settori che si fronteggiano, islam politico al potere e opposizione genericamente laica.
Nelle pieghe di una cronaca tutta dedicata alla Fratellenza Musulmana che occupa (magari anche legittimamente…) gli organismi del potere, e a una opposizione che stenta a dare riconoscimento agli avversari, c’è qualcos’altro che succede. Scioperi, richieste pressanti di carattere socioeconomico, povertà crescente, aumento del numero dei bambini di strada… Quali sono le ricette economiche dei vari attori politici? Si occupano veramente della crisi, o hanno rinviato il problema? E soprattutto: dove sono i protagonisti invisibili di Tahrir? Gli squatter, i marginali, gli abitanti delle periferie neglette che negli ultimi due anni sono calati nel centro del Cairo per mostrare che esistono? Il problema della periferia (del Cairo e dell’Egitto, di Roma e dell’Italia, del primo e quarto mondo) continua a essere il calice allontanato da chi sta decidendo come uscire dalla peggiore crisi economica degli ultimi ottant’anni. Quel calice, però, è sempre lì, e prima o poi bisognerà berlo.

Nell’immagine, Omar Salah entrato a pieno titolo nell’iconografia dei martiri, a Tahrir. Dal blog di Amro Ali.

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Visibili… in arabo

La notizia me l’ha portata la Rete. O meglio, un amico che mi ha detto mabrouk, auguri, congratulazioni. Con un buon anno e mezzo di ritardo sulla tabella della casa editrice egiziana, l’Istituto Nazionale per la Traduzione, è uscito Arabi Invisibili in arabo. Al Cairo, e con una copertina che a me piace molto. Doveva uscire ben prima che le rivoluzioni arabe sconvolgessero la regione e cominciassero a buttar giù qualche dittatore. Ma tant’è. Son contenta, e molto, lo stesso. Quello che c’era scritto in un libro che è uscito in Italia nel 2007 non può non essere datato. Allo stesso tempo, conferma che alcune cose, alcuni segnali evidenti quando si camminava per le strade, e non nei Palazzi del potere, si potevano vedere già allora, come le hanno viste i ricercatori italiani che da anni lavorano tra il Cairo e i dintorni (vero, Gennaro?), gli insegnanti italiani nelle scuole all’estero, e chi lavora nelle organizzazioni internazionali e mette il naso fuori dall’ufficio.

La playlist di oggi prevede una vera canzone pop araba. Una canzone di Kathem el Saher, voce tra le migliori della regione e uomo tra i più amati dalle donne arabe. Perché per accorgersi delle rivoluzioni bisogna occuparsi soprattutto di pop culture. Canzonette, suonerie, pane e rose.

Cominciano le prime recensioni in arabo. Su Tahrir, il nuovo quotidiano diretto da Ibrahim Eissa, il campione del giornalismo libero egiziano.

Rassegna audio/video

La Feltrinelli ha registrato in video tutta la chiacchierata tra ‘Ala al Aswani e me al Festivaletteratura di Mantova. Lo si può trovare sia sul sito della casa editrice sia su YouTube. Potenza della tecnica. Mi piacerebbe risentire anche quello che Wael Abbas ha detto all’aula magna dell’università di Mantova, per sfatare lo stereotipo dei ragazzi di Tahrir senza grande esperienza politica e con idee un po’ confuse. Ascoltare uno dei blogger più noti d’Egitto è stata anche per me una scoperta: puntuale, preciso, determinato, e per nulla ingenuo.

Comunque, nel grande, immenso archivio della Rete ci sono anche due interviste che mi hanno fatto – ironia della sorte – i programmi per le comunità italiane all’estero. La radio pubblica australiana, la SBS, che serve tutte le comunità straniere nello Stato-continente. E, ieri, la Westdeutsche Rundfunk, e cioè la radio di Colonia, in Germania, storica emittente.  In entrambi i casi, l’argomento non era la primavera araba, bensì la Palestina. Gli occhi sono puntati tutti qui, a Gerusalemme. E i prossimi giorni saranno, certo, delicati.

Questa foto ritrae l’aula di una scuola palestinese di Gerusalemme est. Sabato è in programma lo sciopero degli studenti palestinesi di Gerusalemme est (occupata dal 1967). Protestano perché le autorità israeliane vogliono cambiare i programmi scolastici, e cioè togliere i programmi scolastici palestinesi. Benzina sul fuoco, in questi giorni. Ma ve lo racconterò meglio domani.

Arabi Invisibili. Lo ebook

L’ho scritto nel 2006. L’ho pubblicato nel 2007. Esce in ebook nel 2011. Questo libro è proprio figlio di quel mondo arabo cangiante nel quale vivo da dieci anni esatti. Di carta nel 2007, e ora sullo schermo… sempre edito da Feltrinelli, che ha aperto da mesi una sezione digitale sempre più ricca.

Arabi Invisibili era nato dall’urgenza di spiegare gli arabi che incontravo quotidianamente, ignorati o – peggio ancora – travisati dalla mia Italia, dalla mia Europa e dal mio Occidente. Tutto per un calcolo politico, rivelatosi talmente miope con le rivoluzioni da avere messo addirittura l’Occidente con le spalle al muro. Senza risposte, o con risposte talmente razziste e volgari da essere nauseanti.

Arabi Invisibili parla  di atleti, di donne con o senza velo, di cantanti, di maestri di scuola, di scuole cristiane e di studenti musulmani, di imprenditori, di palazzinari egiziani, di emigranti, di arabi che vogliono la democrazia. Parla anche di blogger. Alcuni li avete visti a Piazza Tahrir, come Alaa Abdel Fattah e sua moglie Manal Hassan. Alcuni, come Sami Ben Gharbia, sono riusciti a tornare in patria, in Tunisia, dopo un esilio combattuto a suon di web. Altri ancora, in Bahrein, subiscono una repressione più dura di quella che subirono nel 2005.

Non è un libro aggiornato. Non parla delle rivoluzioni. Ma se volete capire le rivoluzioni del 2011, vi potrà essere utile. Perché le rivoluzioni non nascono dal nulla, e anche queste sono il prodotto di una dissidenza che è cresciuta all’ombra del web e di quella gioventù che ha deciso di combattere contro la rottura del contratto sociale, decisa dai regimi corrotti.

Faccio pubblicità al mio libro. Sì. E con molto orgoglio. Questo libro è nato dalla precisa richiesta di un arabo invisibile, di un egiziano. Quell’arabo invisibile, non solo l’11 febbraio del 2011, ma anche nei giorni precedenti, era a Piazza Tahrir, a festeggiare l’Egitto libero. Il nuovo Egitto. Lo sono andata a trovare, ovviamente, quando sono andata qualche settimana fa al Cairo. La prima cosa che mi ha detto è stata: “Hai visto? Avevamo ragione…”. Gli arabi erano invisibili, allora. Ora non più….

Intifada libica, in anticipo?

E’ cominciata in anticipo, quella che gli organizzatori hanno definito l’intifada in Libia. Prevista per il 17 febbraio da un tam tam, anche stavolta in rete, e specialmente su Facebook, per celebrare il Giorno dei Martiri, l’impiccagione di oppositori al regime di Gheddafi, nel 2006. Le manifestazioni e gli scontri sono invece già cominciati da ieri, e oggi hanno interessato soprattutto Bengasi.

La possibilità di avere immagini e racconti dalla Libia è ridotta, molto più ridotta che in Egitto, ma la Rete ha già cominciato a far circolare foto e soprattutto video di quello che sta succedendo. Anche stavolta stay tuned, la Libia potrebbe essere un paese dove le manifestazioni di piazza (soprattutto dei giovani) potrebbero essere più consistenti. Ancora una volta, twitter riesce a veicolare le poche informazioni disponibili. Due gli hashtag, le parole chiave principali: #Libya e #Feb17.

L’ultimo post di Sandmonkey Update: rilasciato ma picchiato

La Rete, per fortuna, è anche un grande archivio. E dunque, anche se il blog di Sandmonkey, il blogger arrestato oggi dal regime egiziano, è stato chiuso e il suo account sospeso, è possibile leggerlo. Ancora. Attraverso la sua cache. E allora ho deciso di lasciare la parola a Sandmonkey, a nome di tutti i blogger egiziani che per anni hanno fatto dissidenza, senza essere ascoltati dalle cancellerie. Invisibili. Questo, raccontato da Sandmonkey, è l’Egitto, ora, come recita il suo titolo (la foto è di arabawy, giornalista e blogger)

I don’t know how to start writing this. I have been battling fatigue for not sleeping properly for the past 10 days, moving from one’s friend house to another friend’s house, almost never spending a night in my home, facing a very well funded and well organized ruthless regime that views me as nothing but an annoying bug that its time to squash will come. The situation here is bleak to say the least.

It didn’t start out that way. On Tuesday Jan 25 it all started peacefully, and against all odds, we succeeded to gather hundreds of thousands and get them into Tahrir Square, despite being attacked by Anti-Riot Police who are using sticks, tear gas and rubber bullets against us. We managed to break all of their barricades and situated ourselves in Tahrir. The government responded by shutting down all cell communication in Tahrir square, a move which purpose was understood later when after midnight they went in with all of their might and attacked the protesters and evacuated the Square. The next day we were back at it again, and the day after. Then came Friday and we braved their communication blackout, their thugs, their tear gas and their bullets and we retook the square. We have been fighting to keep it ever since.

That night the government announced a military curfew, which kept getting shorter by the day, until it became from 8 am to 3 pm. People couldn’t go to work, gas was running out quickly and so were essential goods and money, since the banks were not allowed to operate and people were not able to collect their salary. The internet continued to be blocked, which affected all businesses in Egypt and will cause an economic meltdown the moment they allow the banks to operate again. We were being collectively punished for daring to say that we deserve democracy and rights, and to keep it up, they withdrew the police, and then sent them out dressed as civilians to terrorize our neighborhoods. I was shot at twice that day, one of which with a semi-automatic by a dude in a car that we the people took joy in pummeling. The government announced that all prisons were breached, and that the prisoners somehow managed to get weapons and do nothing but randomly attack people. One day we had organized thugs in uniforms firing at us and the next day they disappeared and were replaced by organized thugs without uniforms firing at us. Somehow the people never made the connection.

Despite it all, we braved it. We believed we are doing what’s right and were encouraged by all those around us who couldn’t believe what was happening to their country. What he did galvanized the people, and on Tuesday, despite shutting down all major roads leading into Cairo, we managed to get over 2 million protesters in Cairo alone and 3 million all over Egypt to come out and demand Mubarak’s departure. Those are people who stood up to the regime’s ruthlessness and anger and declared that they were free, and were refusing to live in the Mubarak dictatorship for one more day. That night, he showed up on TV, and gave a very emotional speech about how he intends to step down at the end of his term and how he wants to die in Egypt, the country he loved and served. To me, and to everyone else at the protests this wasn’t nearly enough, for we wanted him gone now. Others started asking that we give him a chance, and that change takes time and other such poppycock. Hell, some people and family members cried when they saw his speech. People felt sorry for him for failing to be our dictator for the rest of his life and inheriting us to his Son. It was an amalgam of Stockholm syndrome coupled with slave mentality in a malevolent combination that we never saw before. And the Regime capitalized on it today.

Today, they brought back the internet, and started having people calling on TV and writing on facebook on how they support Mubarak and his call for stability and peacefull change in 8 months. They hung on to the words of the newly appointed government would never harm the protesters, whom they believe to be good patriotic youth who have a few bad apples amongst them. We started getting calls asking people to stop protesting because “we got what we wanted” and “we need the country to start working again”. People were complaining that they miss their lives. That they miss going out at night, and ordering Home Delivery. That they need us to stop so they can resume whatever existence they had before all of this. All was forgiven, the past week never happened and it’s time for Unity under Mubarak’s rule right now.

To all of those people I say: NEVER! I am sorry that your lives and businesses are disrupted, but this wasn’t caused by the Protesters. The Protesters aren’t the ones who shut down the internet that has paralyzed your businesses and banks: The government did. The Protesters weren’t the ones who initiated the military curfew that limited your movement and allowed goods to disappear off market shelves and gas to disappear: The government did. The Protesters weren’t the ones who ordered the police to withdraw and claimed the prisons were breached and unleashed thugs that terrorized your neighborhoods: The government did. The same government that you wish to give a second chance to, as if 30 years of dictatorship and utter failure in every sector of government wasn’t enough for you. The Slaves were ready to forgive their master, and blame his cruelty on those who dared to defy him in order to ensure a better Egypt for all of its citizens and their children. After all, he gave us his word, and it’s not like he ever broke his promises for reform before or anything.

Then Mubarak made his move and showed them what useful idiots they all were.

You watched on TV as “Pro-Mubarak Protesters” – thugs who were paid money by NDP members by admission of High NDP officials- started attacking the peaceful unarmed protesters in Tahrir square. They attacked them with sticks, threw stones at them, brought in men riding horses and camels- in what must be the most surreal scene ever shown on TV- and carrying whips to beat up the protesters. And then the Bullets started getting fired and Molotov cocktails started getting thrown at the Anti-Mubarak Protesters as the Army standing idly by, allowing it all to happen and not doing anything about it. Dozens were killed, hundreds injured, and there was no help sent by ambulances. The Police never showed up to stop those attacking because the ones who were captured by the Anti-mubarak people had police ID’s on them. They were the police and they were there to shoot and kill people and even tried to set the Egyptian Museum on Fire. The Aim was clear: Use the clashes as pretext to ban such demonstrations under pretexts of concern for public safety and order, and to prevent disunity amongst the people of Egypt. But their plans ultimately failed, by those resilient brave souls who wouldn’t give up the ground they freed of Egypt, no matter how many live bullets or firebombs were hurled at them. They know, like we all do, that this regime no longer cares to put on a moderate mask. That they have shown their true nature. That Mubarak will never step down, and that he would rather burn Egypt to the ground than even contemplate that possibility.

In the meantime, State-owned and affiliated TV channels were showing coverage of Peaceful Mubarak Protests all over Egypt and showing recorded footage of Tahrir Square protest from the night before and claiming it’s the situation there at the moment. Hundreds of calls by public figures and actors started calling the channels saying that they are with Mubarak, and that he is our Father and we should support him on the road to democracy. A veiled girl with a blurred face went on Mehwer TV claiming to have received funding by Americans to go to the US and took courses on how to bring down the Egyptian government through protests which were taught by Jews. She claimed that AlJazeera is lying, and that the only people in Tahrir square now were Muslim Brotherhood and Hamas. State TV started issuing statements on how the people arrested Israelis all over Cairo engaged in creating mayhem and causing chaos. For those of you who are counting this is an American-Israeli-Qatari-Muslim Brotherhood-Iranian-Hamas conspiracy. Imagine that. And MANY PEOPLE BOUGHT IT. I recall telling a friend of mine that the only good thing about what happened today was that it made clear to us who were the idiots amongst our friends. Now we know.

Now, just in case this isn’t clear: This protest is not one made or sustained by the Muslim Brotherhood, it’s one that had people from all social classes and religious background in Egypt. The Muslim Brotherhood only showed up on Tuesday, and even then they were not the majority of people there by a long shot. We tolerated them there since we won’t say no to fellow Egyptians who wanted to stand with us, but neither the Muslims Brotherhood not any of the Opposition leaders have the ability to turn out one tenth of the numbers of Protesters that were in Tahrir on Tuesday. This is a revolution without leaders. Three Million individuals choosing hope instead of fear and braving death on hourly basis to keep their dream of freedom alive. Imagine that.

The End is near. I have no illusions about this regime or its leader, and how he will pluck us and hunt us down one by one till we are over and done with and 8 months from now will pay people to stage fake protests urging him not to leave power, and he will stay “because he has to acquiesce to the voice of the people”. This is a losing battle and they have all the weapons, but we will continue fighting until we can’t. I am heading to Tahrir right now with supplies for the hundreds injured, knowing that today the attacks will intensify, because they can’t allow us to stay there come Friday, which is supposed to be the game changer. We are bringing everybody out, and we will refuse to be anything else than peaceful. If you are in Egypt, I am calling on all of you to head down to Tahrir today and Friday. It is imperative to show them that the battle for the soul of Egypt isn’t over and done with. I am calling you to bring your friends, to bring medical supplies, to go and see what Mubarak’s gurantees look like in real life. Egypt needs you. Be Heroes.

Update: alcuni tweets dicono ora che Sandmonkey sarebbe riuscito a scappare. Macchina distrutta, picchiato, assieme a un amico. Stay tuned.