Vedi alla voce Barriera

La Barriera non massacra. Non insanguina. È come la pena di morte comminata ancora nelle carceri statunitensi: così igienizzata, una iniezione di veleno con tanto di disinfettante. Stanza asettica, pareti chiare, magari appena tinteggiate, lettino, persino i camici. Una morte meno crudele, all’apparenza, di una impiccagione a Teheran o di una decapitazione a Ryadh. Salvo che, a guardar bene, la crudeltà ha ben altri metri di misura. Nascondere a se stessi chi sta dall’altra parte della Barriera può essere più crudele e umiliante che bagnarsi le mani del sangue altrui. Perché di là del Muro, che sia il Muro di Berlino, quello costruito dagli israeliani per separare Betlemme e Ramallah da Gerusalemme, oppure i muri dei Centri di Identificazione ed Espulsione costruiti sul territorio italiano, si muovono persone a cui è stata tolta la carta di identità con la quale si qualifica un Uomo. Uomo, donna, adulto, bambino, ragazza, bella, brutta, vecchio col bastone, quella signora grassa che mangia voracemente, e quell’altro lì, sempre con la stessa puzza di sudore che lo pervade. Coloro che camminano, che si muovono, che vivono sono invisibili a noi, dietro la Barriera. Non sentiamo i loro respiri, i loro gemiti. Ed è in questo modo, nascondendoli ai nostri occhi e alla nostra dimensione etica, che cancelliamo il loro dolore, la loro quotidiana umiliazione. Le nostre responsabilità.

 

queste righe sono tratte dalla voce Barriera. È la voce sulla quale ho scelto di scrivere per il libro colletta neo “Le parole che sono importanti”, un progetto Enel Cuore-Feltrinelli.

Abuna Mario: è il mio modo per pensare al Cremisan, e alla battaglia legale per evitare che il. Muro chiuda una valle bellissima

Betlemme patrimonio dell’umanità. Finalmente…

Nella lista dei luoghi più importanti per la storia dell’umanità ci doveva, a dire il vero, essere già un numero discreto di anni. E forse non in molti sapevano che Betlemme, nella lunga lista dei luoghi più importanti del pianeta, non c’è mai stata. Betlemme, il luogo dov’è nato Gesù. Un posto importanti per miliardi di persone. Le regole dell’Onu, però, vanno rispettate. E così, se non appartieni a uno Stato formalmente riconosciuto, in pratica non esisti. La Palestina non esiste, come Stato. Betlemme non c’era. Dunque, non esisteva. Dunque, non poteva essere tutelata.

Poi, qualche mese fa, la svolta. L’Unesco accoglie la Palestina come Stato. Formalmente. Forza la mano, e si qualifica come la prima agenzia dell’Onu ad accogliere la Palestina a pieno titolo. Quello che l’Onu, come organizzazione, non ha fatto nel settembre del 2011, salvo trovarsi di nuovo la patata bollente alla prossima riunione dell’assemblea delle Nazioni Unite. Tra poco più di due mesi.

 

Torniamo, però, a Betlemme e all’Unesco. La Palestina entra nell’Unesco, e di corsa chiede l’iscrizione di Betlemme tra i luoghi patrimonio dell’umanità. Luogo determinante, per la nostra storia, e a rischio. L’Unesco accetta la candidatura, e accetta anche la procedura d’urgenza, nonostante l’opposizione – in primis – di Israele, che contesta proprio l’emergenza. Betlemme non sarebbe a rischio, secondo la posizione israeliane. Considerare in pericolo Betlemme, infatti, ha un vero e proprio significato politico che va oltre l’importanza cultural-religiosa.

 

Le implicazioni della decisione presa a maggioranza dal comitato ad hoc dell’Unesco (13 voti a favore, 2 astenuti e sei contrari, con votazione segreta) sono evidenti, per chi conosce la situazione di Betlemme. Betlemme è ormai sotto protezione di un’agenzia dell’Onu, e lo stesso Muro di Separazione costruito dagli israeliani ha ora un altro significato. E’ un Muro che separa Betlemme, che la racchiude in un utero non voluto. E’ un Muro che faceva scandalo prima, e che ora si trova ancor di più sotto i riflettori. Non solo per il suo significato politico, per i terribili risvolti nella vita quotidiana, sociale dei palestinesi. È ora anche un Muro che rompe l’unità della terra, il percorso del pellegrinaggio cristiano tra Gerusalemme e Betlemme. Un pellegrinaggio – è giusto ricordarlo – in cui talvolta Betlemme non viene inserita, dalle agenzie di viaggio. Dimenticanza? Timori per la sicurezza dei turisti-pellegrini? Oppure c’è altro?

 

Betlemme protetta dall’Unesco, dunque, ha un significato politico. Lo sanno tutti. Lo sa soprattutto Israele, che ha osteggiato Betlemme sostenendo che non c’era urgenza. Chi frequenta Betlemme, invece, sa che la cittadina della Cisgiordania, ad appena dieci chilometri da Gerusalemme, vive in una condizione sempre più grama. Non solo per il Muro. Le colonie israeliane sono tutt’attorno Betlemme. A cominciare da Har Homa, l’antica Jabal Abu Ghneim, divenuta una colonia da decine di migliaia di abitanti. E via via elencando, se si procede verso Hebron. Perché Betlemme e Hebron sono ormai separate dal blocco di colonie di Gush Etzion. Sempre in costante aumento. Betlemme nel patrimonio dell’Unesco potrebbe significare, per esempio, che anche le decisioni del governo israeliano di ampliare le colonie, o costruirne di nuove, potrebbe trovare un nuovo ostacolo. Stavolta nella comunità internazionale.

Pensare, dunque, che la decisione dell’Unesco sia solo una decisione di carattere culturale sarebbe riduttivo. Come sempre è successo non solo in Palestina, non solo in Israele, non solo in Medio Oriente. L’archeologia, in età contemporanea ma non solo, è sempre stata stiracchiata da una parte all’altra. Una coperta troppo corta che doveva servire più padroni, e attraverso la ricostruzione della memoria costruire la storia, i miti, il potere. Gli scaffali delle biblioteche di storia delle relazioni internazionali, di storia tout court sono piene di studi – alcuni bellissimi – sull’uso politico dell’archeologia. Che fa il paio con l’uso politico della religione. Poi, magari, ve ne segnalo qualcuno. Anche in italiano. Uno, però, ve lo segnalo subito. Archeologia e Mare Nostrum, di Marta Petricioli. Uscito vent’anni fa. Non sente per nulla gli anni. Anzi. È come un buon vino.

Quanta fatica (diplomatica) miope…

Mai tanti sforzi diplomatici sono stati concentrati in così poco tempo, e così poche ore. Magari sarebbe stato meglio spendere così tanta energia nell’elaborare una vera strategia sul Medio Oriente, a medio e lungo termine, piuttosto che affrettarsi e affannarsi per spegnere l’ipotesi del riconoscimento dello Stato di Palestina nei corridoi del Palazzo di Vetro. Deve far tanta paura, questo benedetto riconoscimento, se ora – come dice il Guardian oggi – il compromesso raggiunto dal Quartetto è quello di spingere Mahmoud Abbas a presentare la proposta, ma senza farla votare dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per evitare lo scontro diretto tra Davide e Golia. Palestina versus Stati Uniti.

Mi sembra tutto una follia. La diplomazia che si affanna. Il lavorio dietro le quinte con i dieci paesi che fanno parte del Consiglio di Sicurezza (i ‘temporanei’, insomma) per evitare che sostengano il riconoscimento e soprattutto che lo votino. La diplomazia e la politica dovrebbero far altro, e lo dovrebbero fare in tempo. Perché la richiesta di riconoscimento dello Stato di Palestina non è un fulmine a ciel sereno. Le diplomazie se ne occupano da quasi due anni. Da quando – all’indomani della moratoria sulle colonie offerta da Benjamin Netanyahu sotto pressione americana, della durata di 10 mesi e con la patente esclusione di Gerusalemme est – Mahmoud Abbas rigettò l’offerta come del tutto insufficiente  e minacciò di andare all’Onu a chiedere il riconoscimento dello Stato. Era la fine di novembre del 2009. Qualche dettaglio in più, tra i documenti diplomatici pubblicati da Wikileaks, c’è qui. E se si vuol sapere qualcosa di più sulla posizione italiana, praticamente appiattita sulle richieste israeliane, basta leggersi questo documento, dell’ambasciata americana a Roma, in cui si descrive la conversazione con uno dei nostri diplomatici. Documento del 4 dicembre del 2009.

Due anni, in termini diplomatici, non sono pochi. Due anni per elaborare una strategia credibile, non sono pochi. Il nodo è proprio qui: l’assenza di una strategia credibile, da parte di tutti. Stati Uniti, Unione Europea, paesi arabi ostaggio dei propri regimi.

Non è stato fatto praticamente nulla. Lo status quo conveniva a tutti. Salvo poi accorgersi che nella regione non c’è più uno status quo. C’è l’inizio di una tempesta che ha già buttato giù qualche regime molto amico dell’Occidente e ha già scardinato tutte le strategie precedenti.

Di certo c’è solo un fatto. Lo Stato di Palestina è come se fosse stato già approvato e riconosciuto. E’ sul tavolo, e prima non lo era mai stato. E’ uno Stato di Palestina sui territori occupati da Israele nel 1967, e comprende tutta Gerusalemme est (e non, come diceva uno dei nostri diplomatici agli americani, magari un quartiere “come Abu Dis” per farci la capitale palestinese…). Un cambio epocale nella percezione del conflitto israelo-palestinese, non solo da parte delle opinioni pubbliche occidentali. Il paragone con il 1947 e la nascita di Israele, con tutti i distinguo del caso e della Storia, non è peregrino. Anzi. Con o senza voto al Consiglio di Sicurezza, lo Stato di Palestina è divenuto, più che una realtà, una urgenza, una necessità per colmare una ingiustizia.

Breve pausa per la playlist: Keith Jarrett, The Wind, che qui in Medio Oriente, da mesi, è tempesta. (Grazie, Carmelo).

Il vero nodo politico è, invece, tutto palestinese: ancora una volta, quale Stato e per quali cittadini. La questione dei profughi è fondamentale, e c’è già chi ha proposto di emettere cinque milioni di passaporti del nuovo Stato di Palestina da distribuire ai rifugiati che si trovano in Giordania, in Libano, in Siria, dovunque nel mondo, perché si superi lo iato tra l’Autorità Nazionale e l’OLP, tra autorità territoriale e rappresentanza del popolo. E anche perché i rifugiati – non più apolidi – abbiano un diverso status dentro i paesi che li ospitano da oltre sessant’anni.

Hamas, in tutta questa storia, subisce la decisione di Mahmoud Abbas, che ha messo da canto l’ipotesi di un governo di unità nazionale ma ha intascato, il 4 maggio, la riconciliazione tra Fatah e Hamas firmata di fronte al nuovo Egitto senza Hosni Mubarak. Nello stesso tempo, se Stato di Palestina ci sarà, Hamas si troverà quello Stato sui confini del 1967 che aveva ambiguamente accettato sin dal 2006, accanto a Israele che non ha riconosciuto. Accettare lo Stato di Palestina, in sostanza, significa accettare – senza farlo formalmente – l’esistenza dello Stato di Israele.

La domanda, tra i palestinesi della strada e gli intellettuali, non è però se i palestinesi siano o meno pronti ad avere uno Stato (domanda francamente razzista…). La domanda è se abbiano una leadership, che riesca a rappresentare un popolo. È la stessa domanda delle rivoluzioni arabe. Anche in questo caso, al shab yurid, “il popolo chiede”. Il popolo chiede elezioni e governo. Le leadership palestinesi, Hamas e Fatah insieme, sono ancora ostaggio di una mancata condivisione del potere. Ed è qui la vera debolezza, che fa chiedere – a chi si occupa di queste parti – cosa farà il popolo, nei prossimi mesi. Chiederà conto alle leadership? E in quale modo? Si ribellerà, le nuove, giovani elite chiederanno un altro tipo di politica? Faranno la loro rivoluzione?

La foto è di Maurizio Scalzi. Il MUro a Betlemme

Buon Natale, naviganti. Da Betlemme

Passare il Natale a Betlemme – da italiana – è una di quelle esperienze che segnano per la vita. Non perché succeda molto di speciale. Anzi, al contrario, non succede nulla di quello che succede in Italia. Non fervono i preparativi, la cena non è così rilevante, e neanche i regali sotto l’albero che spesso, anzi, non ci sono. Si va lì, qualcuno di noi (giornalisti) lavora e si guadagna il pane di Natale, si gira per una Betlemme illuminata per un giorno, prima che la cittadina palestinese torni al torpore di sempre, si aspetta. Passare il Natale a Betlemme (non mi ricordo neanche se è il terzo o il quarto che trascorro all’ombra della Natività) ha poco di folcloristico, nel senso italiano del termine, se non fosse per le bande musicali dell’orgoglio cristiano che sfilano, dopo essersi preparate per tutto l’anno. Mezz’ora fa era qui sotto casa, a Gerusalemme, la banda più importante, quella degli scout di Terrasanta. Divisa kaki, in ricordo del Mandato Britannico, cornamuse (idem) e a guidare la sfilata una enorme bandiera palestinese. Tanto per ricordare, a chi per esempio di questi tempi fa inchieste e rapporti sulla diminuzione dei cristiani palestinesi, che sono palestinesi di fede cristiana, e che se diminuiscono lo si deve in gran parte al conflitto. E a quel Muro che devo attraversare per arrivare a Betlemme, aspettare l’arrivo del Bambinello, e sentire – questo sì – in maniera molto diversa il Natale.

Passare il Natale a Betlemme è un bagno dentro il Natale vero, senza troppi cotillons. Persino le luminarie che abbelliscono Betlemme sono lì, un poì appiccicate, senza riuscire a coprire quella malinconia che segna la vita quotidiana di una vita reclusa, chiusa dal Muro, chiusa dalle colonie, chiusa dalla mancanza di libertà di movimento. Per una volta tanto, il senso del Natale emerge, senza neanche troppo sforzo. E’ lì, sotto i riempimenti architettonici che nascondono la Grotta. E’ lì, nei bambini dei campi profughi che vengono nella Piazza della Natività a vedere piccole cose, a chiedere l’elemosina, a ricordarci che lo sguardo del Cristo è in ognuno di loro. E’ nei bambini disabili di Abuna Mario a Beit Sahour, i suoi bambini gesù. E’ nelle madri, nelle tante madri, di ogni fede, di Betlemme e di Gaza e di ogni dove, perché a Natale non c’era solo un Figlio, c’era anche una Madre che gli aveva dato la vita. E con questo mistero vi auguro, auguro ai miei meravigliosi e sorprendentemente affettuosi lettori il mio Buon Natale. Come sempre per nulla confortante, magari un po’ astioso, ma per quanto possibile onesto.

L’immagine, stavolta, è di quelle che evocano quello che sta per succedere (per chi ci crede). Non sappiamo molto dell’uomo che è sul cammello, si sa solo che – sul far del tramonto – si sta dirigendo a Betlemme, che si vede in lontananza. Re Magio inconsapevole? Chissà. Per chi ne vuol sapere di più, la foto è conservata alla Library of Congress. Datazione: Mandato britannico, tra 1020 e 1930.

Gesù Bambino nasce (prima) a Gaza

Non è una frase a effetto. E’ uno degli epifenomeni di questa realtà. Gesù Bambino anticipa la sua nascita a Gaza.  E non certo per questioni di fuso orario. Non nasce nella notte del 24 dicembre, ma nasce stamattina nella piccola comunità cristiana di Gaza, dove il patriarca di Gerusalemme Fouad Twal va a celebrare la Messa di Natale, accompagnato dal nostro buon Abuna Mario. Questioni legate alla sicurezza, ai calendari, agli impegni? Decidetelo voi. Io penso al fatto in sé. Al fatto che Gesù Bambino nasca per primo a Gaza, e qualcosa vorrà pur dire, oltre al semplice dato di cronaca.

Vorrei che di Gaza ci si ricordasse di più, e che questa nascita anticipata rispetto al tempo canonico (per chi ha fatto figli, la terminologia da usare sarebbe quella del parto procurato per evitare pericolose controindicazioni…) dicesse qualcosa di più. Non solo rispetto alla piccola comunità cristiana della Striscia, ma rispetto a tutta la popolazione di Gaza, a quel milione e mezzo di persone composto in grandissima parte da bambini. A quei Bambini Gesù vorrei fosse dedicato questo ennesimo, strano Natale, fatto di razzi artigianali, fatto di pesanti raid aerei che rompono la notte e il giorno di un pezzo di terra largo dieci chilometri e lungo quaranta. Vorrei dedicare a loro i presepi che si fanno, qui nelle scuole cristiane di Gerusalemme, senza nessun problema per i tanti, tantissimi musulmani che le frequentano. Perché non solo il Vangelo celebra la nascita del Bambinello, ma anche il Corano. L’uno, il Vangelo, celebra la nascita del Figlio di Dio. L’altro, il Corano, celebra la venuta di uno dei massimi profeti, Gesù, Issa figlio di Maria, Issa bin Mariam, e chiede “pace” nel giorno della sua nascita (così recita la sura XIX).

Quel Bambino Gesù, insomma, è sacro ai palestinesi di fede cristiana. Ed è parte integrante anche dell’islam palestinese, non foss’altro perché questa terra gli ha dato i natali.

I raid di questi giorni e di queste notti su Gaza ricordano troppo l’escalation di due anni fa. Mentre ieri sera si celebrava un bel concerto per la pace  a Betlemme, nella chiesa di Santa Caterina, suonato da giovani musicisti, il servizio di notizie sms comunicava che c’erano stati feriti in un bombardamento aereo. Giù, a Gaza.

La pace è un bel sogno, ma soprattutto – da queste parti e nelle cancellerie e nelle descrizioni stereotipate date in pasto alle opinioni pubbliche – è una parola abusata. Retorica, senza rapporto tra il suo significato profondissimo, e la realtà. Certe volte, a pensarci, mi vien la nausea.

L’immagine è quella di una madre con un bambino. La rappresentazione del più grande mistero: la nascita, il dar vita. E’ stata scattata a Gaza. E non ha alcuna rilevanza se la madre e il bambino sono musulmani. Madre e figlio, tanto basta.

Giochi di bambini

Ho trovato questa foto sulla e-zine israeliana +972mag, una rivista online su Israele, Palestina, conflitto e società che raccoglie il meglio dell’intellighentsjia pacifista. E’ a corredo di un bellissimo racconto di Lisa Goldman su di un viaggio in taxi tra Ramallah e il centro di Gerusalemme, nel piccolo quartiere trendy di Nahlaot. Un racconto stringato, duro, sull’evoluzione della società palestinese. La foto, invece, è esposta al Perese Center nel quadro di una mostra di fotogiornalismo, Frames of reality.

E’ uno scatto su giochi di bambini, in linea con quello che succede attorno a loro. Giochi guerra, giocati da bambini palestinesi. O meglio, giochi di perquisizioni. Non è una situazione di quelle rare da trovare. Anzi, è stato il mio benvenuto in Terrasanta, nel Natale del 2003. A Betlemme, esattamente il 25 dicembre, nel pomeriggio. I pochi pellegrini se ne erano già andati, la macchina organizzativa stava smobilitando, Betlemme subiva ancora l’atmosfera della seconda intifada, ed erano pochi quelli che si avventuravano a passare il Natale lì. I bambini dei campi profughi di Deheishe e Ayda era venuti come al solito a guadagnare qualche soldo alla Natività, spiccioli dai turisti. I vestiti consunti, la faccina cotta dal sole, i bambini si erano messi a giocare dopo aver raggranellato quel po’ di shekel. E il gioco era proprio quello. Appoggiati a gambe larghe al muro che dà sulla piazza della Mangiatoia, mentre due di loro li perquisivano. Cowboy e indiani in versione mediorientale. Soldati israeliani e ragazzi palestinesi. Quello che mi ha sempre colpito, di quel giocare alla guerra, era la perizia. I gesti conosciuti, precisi, i comandi secchi e che non ammettevano repliche, il modo in cui i bambini si appoggiavano al muro. Quei bambini, tra i 6 e i 10 anni, avevano già imparato molto.

Una vista dolorosa. Welcome to the Holy Land.

Spigolature dalla Holy Land

Nuvole, cielo coperto, qualche goccia, tanto per confermare la tradizione che vuole pioggia a Sukkot e sulle capanne già allestite per l’occasione, sia nei cortili delle case ortodosse sia sulle terrazze degli appartamenti (nuovi, finiti da qualche anno) che non si riescono più a vendere a Gerusalemme causa crisi economica americana, e che per questo motivo si affittano per qualche settimana ai turisti ebrei che arrivano (soprattutto dagli States) per il periodo delle feste più importanti dell’anno.

Questi palazzi li ho quotidianemente visti costruire, nel corso degli anni. Costruire esclusivamente da muratori palestinesi (non è cosa di oggi: per chi ama il cinema di Amos Gitai, si può vedere qui un documentario del 1980 intitolato House, da cui poi è iniziata la trilogia del regista israeliano su case e identità a Gerusalemme). Oggi un reportage di Avi Issacharoff sul giornale liberal israeliano Haaretz racconta la giornata di lavoro di quei muratori, lavoratori palestinesi che partono da Betlemme, e si mettono in fila al Muro prima dell’alba, verso le tre, le quattro di notte. Un reportage duro, che parla di una realtà di cui pellegrini – che pure da quel Muro passano per andare alla Natività di Gesù Cristo – non hanno contezza.


E siccome oggi Haaretz è ricco di notizie e notiziole interessanti dalla Holy Land, la rassegna stampa continua con una news interessante per chi ama lo IPhone. Peace Now ha rilasciato un’applicazione (Facts on the Ground) per capire dove e come sono le colonie israeliane in Cisgiordania, e vedere come evolvono, quanto crescono, se il congelamento delle costruzioni è rispettato o no. Haaretz riporta anche le ultime firme eccellenti apposte negli Stati Uniti a sostegno degli artisti israeliani che hanno deciso di boicottare la colonia di Ariel in Cisgiordania. Non sono nomi da poco. Si tratta di Frank O. Gehry, uno dei più grandi architetti del mondo, che aveva deciso recentemente di ritirare la sua firma dal progetto per il Museo della Tolleranza finanziato dal Simon Wiesenthal Center, che si sta costruendo  a Gerusalemme sul cimitero musulmano di Mamilla. Assieme a Frank O. Gehry, anche Daniel Barenboim, direttore d’orchestra tra i più rinomati ha firmato l’appello di Jewish Voices for Peace. A guardare l’elenco dei firmatari, c’è più di qualche nome dell’Olimpo di Hollywood. Dai “vecchi”, come Vanessa Redgrave, la Bertha Spafford in Miral di Jonathan Schnabel, a quelli sulla cresta dell’onda come Tony Kushner e Mira Nair. E via elencando.

La foto scattata a Hebron è di Francesco Fossa.

Sumud and the Wall

Sumud, in arabo, significa saldezza. Wall, in inglese, significa muro. In questo caso, il Muro, con la M maiuscola. Corre in parte lungo la Linea Verde, in molti tratti entra nel cuore della Cisgiordania, dei Territori Palestinesi occupati, in molti tratti è alto circa nove metri. A Gerusalemme, per esempio, dove divide quartieri palestinesi da quartieri palestinesi, dunque, non quartieri israeliani da quartieri palestinesi. A Betlemme, costruito su terreni palestinesi, divide la città da Gerusalemme, a cui è intimamente legata. Il luogo della nascita di Gesù è diviso dal luogo della sua morte e resurrezione.

Il 30 aprile e il I maggio c’è una conferenza che mette insieme i due termini, sumud e Wall, saldezza (quella dei palestinesi che vivono in uno spazio conchiuso, senza poter gestire la possibilità di uscire da quello spazio) e Muro, quello di separazione. Si svolge all’Università di Betlemme, sono coinvolti atenei europei.

Il programma in bozza è consultabile sul sito dello AEI Center.