…perché noi pensiamo, quando prepariamo il caffè

 

Il rito del caffè è rito importante, non solo tra i palestinesi. Per i palestinesi, però, può essere il segno di altro. Il catalizzatore di esistenze quotidiane, di relazioni, di politica e di sofferenza. Fare il caffè è, insomma, pensare. Lo ha ricordato Silvia Chiarantini, in Pop Cuisine, il suo meraviglioso blog di cucina palestinese. Un indirizzo che consiglio caldamente a chi vuole imparare non solo a cucinare pietanze palestinesi, ma tutto ciò che c’è attorno, con ironia e gran sorrisi. Raccontando di caffè e biscotti, Silvia ha ricordato la scena del caffè nel mio Cafè Jerusalem, lo spettacolo teatrale che abbiamo portato in giro per l’Italia tra 2015 e 2017 (quanta nostalgia… lo riporterei in giro volentieri). Ecco, allora, la scena del caffè, a cui sono particolarmente affezionata.

Nura: Tutto dentro, tutto. Tutto dentro. Devo chiudere, chiudere la Continua a leggere

Cafè Jerusalem – Il testo

Ho deciso di mettere in linea il testo di Cafè Jerusalem, sul palcoscenico tra 2015 e 2017 nei teatri italiani, prodotto da Suq-Chance Eventi e Teatro Stabile di Genova. Musiche originali dei Radiodervish, che hanno prodotto  sul testo un album dallo stesso titolo, Cafè Jerusalem. Avete, dunque, già la colonna sonora che può accompagnare la lettura di questo testo.

Cafè Jerusalem – testo teatrale di Paola Caridi 

Musiche originali – Radiodervish

PERSONAGGI

Nura, la protagonista, Continua a leggere

Non li abbiamo protetti, i nostri figli

Confesso un dolore, e una impotenza. In questa stagione di violenza, a Gerusalemme, gli agnelli sacrificali sono quasi sempre giovani. Ragazzi. E’ successo anche ieri. Tre ragazzi palestinesi ammazzati per mano israeliana, rispettivamente da un colono, la polizia di frontiera, l’esercito. Palestinese il ragazzo che ha ucciso tre coloni israeliani dentro un insediamento in Cisgiordania.

Riesco a malapena a sopportare la vista di quelle foto, bei ragazzi, istruiti, nella toga che si indossa nella cerimonia per il diploma di maturità. Il Tawjihi, meta ambita per le famiglie e i loro figli. La maturità, la porta di ingresso nel mondo. Quella porta di ingresso gli è stata sbattuta in faccia, ieri, per Gerusalemme. Per Gerusalemme, per una città che è allo stesso tempo casa e identità, terra e politica, appartenenza e sofferenza quotidiana. Continua a leggere

Io sto con Isacco e Ismaele

abramo ritagliato

È una stanza. Per meglio dire, è una prigione. Per me Abramo, da oltre dieci anni, è una prigione. Non riesco, cioè, a disgiungere il dato esperienziale dal mito e, per chi crede, dalla fede. Abramo,  nella mia esperienza, è la sua tomba nel grande complesso sacro  a Hebron per gli ebrei e per gli israeliani ebrei, e ad Al Khalil per i musulmani e per i palestinesi musulmani.

Una tomba rinchiusa in una stanza ottagonale piena di finestre e di grate in ferro. Continua a leggere

Ma tu, Gerusalemme, lo vali tutto questo dolore?

Scrivo queste righe lontano dalla ‘mia’ Gerusalemme. E mi costa persino definirla mia, Gerusalemme, una città che non ho amato sino a che non ho deciso di lasciarla. Fino a che, chiudendo la porta della casa in cui ho vissuto per quasi dieci anni, non ho versato le prime lacrime per Gerusalemme. Scrivo queste righe lontano dalle strade di Gerusalemme, dove si consuma e si consumerà una guerra per lei, per la città considerata fin troppo santa. Vale dunque, ciò che scrivo, meno di quello che scrivono i colleghi giornalisti e i cittadini-giornalisti, i fotografi coraggiosi e i possessori di un telefonino che sono sul campo, per le strade di Gerusalemme, di Ramallah, di Nablus, di Betlemme, di Haifa.

Conosco le pietre di Gerusalemme come non conosco quelle di Roma, dove pure sono nata. Continua a leggere

Gerusalemme in un caffè

(null)

Quanto può essere invisibile una città agli occhi del mondo? E quanto può esserlo Gerusalemme, l’archetipo della città? Sembrano – e forse sono – domande paradossali. Come può un corpo vivo, fisicamente esteso, imponente com’è una città, essere invisibile al nostro sguardo? Ancor più sconcertante è che sia ignota la città par excellence, la più narrata, la più vista nei telegiornali, la più adorata da chi ha fede. Gerusalemme invisibile. Sì, succede. Accade quando nascosti sono i suoi abitanti, le sue storie quotidiane, i passi sulle strade, la pioggia sulla pietra antica della Città Vecchia.

Cafè Jerusalem nasce da questo paradosso. La città raccontata e mitizzata ben più di altre è anche quella meno visibile, nelle sue dimensioni e nelle sue giornate. Al contrario, la sua realtà nascosta, difficile, e spesso crudele, è proprio il tessuto di relazioni e conflitti di cui ho fatto parte integrante, nei miei dieci anni di vita a Gerusalemme, e di lavoro come giornalista e scrittrice. È l’umanità dolente, gli sguardi, i ritmi religiosi e prosaici, indecifrabili ai più.

Ne avevo scritto, certo. E tanto. Ne ho scritto molto anche in un libro, Gerusalemme senza Dio (Feltrinelli 2013) da cui Cafè Jerusalem prende più di qualche spunto. Neanche un libro, però, è riuscito a sanare una necessità, quasi un dovere: rendere carne gli sguardi e le vite degli altri. Le vite dei gerosolimitani, distillate nei ricordi anche dolorosi, sempre intensi, di un decennio fatto di giorni e giorni e suoni e ritmi e canti e sirene.

Il testo teatrale sublima questa necessità. E lo fa partendo dalla nostalgia. La mia nostalgia di Gerusalemme è tutta, o quasi, nei suoni. Nel ritmo antico del giorno di Gerusalemme, che inizia prima dell’alba con l’adhan, la chiamata alla preghiera musulmana. Un canto dolce, che prelude all’ingresso – potente e abbacinante – della luce del sole. La luce che conclude la notte, cioè la tregua a Gerusalemme, e mostra la città nel suo tran tran di quotidianità difficile, spaccature, conflitti.

Cafè Jerusalem va dunque oltre il mito della città. Ed entra nei suoi suoni. È per questo che il progetto teatrale nasce con i Radiodervish, che assieme a me più volte hanno vissuto e ascoltato la città, nei loro frequenti viaggi a Gerusalemme. I suoni – e dunque la musica e i brani dei Radiodervish, band culto nel panorama della world music italiana – sono nella trama del testo teatrale. Nabil ben Salameh, Michele Lobaccaro e Alessandro Pipino sono lì, sulla scena. Filo ineludibile per tessere l’intreccio, perché la spola possa entrare e uscire dal telaio e comporre la storia di Nura, gerosolimitana, palestinese, cristiana, e di Moshe, gerosolimitano, israeliano, israeliano, ebreo.

Nura ricorda. Ricorda una storia sopita, prima di metterla in valigia e di lasciare una Gerusalemme, la sua, che non c’è più. Ricorda soprattutto le parole non dette, l’afasia che stringe la città e i suoi abitanti in un cappio. Le parole che non furono dette, le parole per conoscersi, sono quelle tra Nura e Moshe, ma anche tra il giovane palestinese Musa e la ragazza-soldato israeliana che gli chiede i documenti. In un passaggio di testimone tra le generazioni che tramanda la sofferenza, e rinvia a data da destinarsi la soluzione del conflitto. Perché poco è stato detto, e dunque poco si è chiesto al proprio nemico, per sapere chi è, quali sono i suoi sogni, cosa rivendica.

Quando ho pensato a Nura, alla sua dolente serenità, ho subito raccordato il suo volto con quello di Carla Peirolero. L’avevo vista in Madri Clandestine, un altro progetto del suo multicolore Suq, laboratorio culturale del dialogo, oggi ancor più necessario, di cui Genova dovrebbe andare ancor più fiera. Carla aveva nelle Madri Clandestine, e ha in Cafè Jerusalem, quella empatia non affettata, quella saldezza che volevo far emergere dal volto e dalla voce di Nura. E Carla conosce anche lei Gerusalemme, e da Gerusalemme è stata anche lei colpita. Come Pino Petruzzelli, non solo regista di un progetto così singolare che ha sposato con gioia, ma Moshe-Musa, l’uno e il suo antagonista, il vecchio gerosolimitano che ha visto tutte le recenti guerre, e il giovane gerosolimitano che non sa come comporre rabbia e richiesta di diritti inalienabili.

Come nei mosaici bizantini che la ritraggono, Gerusalemme è ancora oggi una città-fortezza. Nascosta al mondo dai suoi muri, fisici prima ancora che mentali. Oltre quei muri, c’è una città complessa, ricca di persone, di facce, di storie che sono spesso annullate dalla semplice cronaca che tutto appiattisce. La realtà, però, non può essere dimenticata solo perché la cronaca non ne parla. Dimenticare la realtà significa ritrovarla poi, un giorno, nella cronaca di sangue, senza saperne le ragioni e la storia.

Il mio regalo alla Gerusalemme di cui ho fatto parte è darle corpo, lacrime, suono, voce, perché su un palcoscenico si possa illuminare la vita e la dignità delle persone, di ognuno dei cittadini. Il mio dovere verso gli invisibili.

la mia descrizione di Cafè Jerusalem è uscita in questi giorni sul numero di febbraio-aprile di “Palcoscenico e Foyer“, la rivista del Teatro Stabile di Genova. È la presentazione alla vigilia dello spettacolo, prodotto dallo stesso Teatro Stabile, con la collaborazione di Suq Genova, su mio testo e musiche dei Radiodervish, con Carla Peirolero nella parte di Nura, e Pino Petruzzelli nella doppia parte di Moshe-Musa. Regia di Pino Petruzzelli. In scena dal 18 al 22 marzo

l foto è di Marina Calypso Antonioli