E se fosse stato il Colosseo?

 

Il messaggio, su uno degli ormai insostituibili social networks, è arrivato a tarda sera. “Hai visto?”, e assieme la foto di un incendio. Pensavo fosse Port Said, in Egitto, dove poche ore prima era stata data alle fiamme la centrale di sicurezza della città, negli scontri duri che hanno al centro (assieme ad altro…) il destino dei detenuti accusati di aver ucciso decine di tifosi della squadra di calcio cairota dello Ahly. Pensavo fosse Port Said, e invece era Napoli.
Napoli, Bagnoli, la Città della Scienza. Un gioiello, una perla, nascosta nelle pieghe della bellezza decadente di Napoli. Un gioiello, di recupero, di divulgazione scientifica, e di bellezza. Un oggetto delicato, e funzionante, dove ho potuto portare mio figlio quando era piccolo, con grande soddisfazione, interesse. E, se permettete, anche gioia. Era un luogo accogliente, che trasmetteva serenità. Sembrava, quasi, di non essere in Italia. Di essere nella Germania che avevo tanto frequentato, e ammirato proprio per luoghi e recuperi architettonici sul tipo della Città della Scienza di Napoli.
Quella Città della Scienza di Napoli era ed è un simbolo strisciante, carsico. Un simbolo che ha colpito gli italiani normali, il pubblico normale, il popolo dei lettori. Molto meno l’informazione generalista. Va bene, era tardi, ieri sera. Ma si fanno ribattute – si dice in gergo – per eventi meno importanti… E questa è una notizia che dice tanto: del paese reale, dei pericoli, e forse della stessa criminalità organizzata.
Il rogo della Città della Scienza di Napoli è uno di quegli accadimenti che segnano. Come se avessero dato fuoco al Colosseo. Né più né meno. E non per sminuire la carica simbolica e il ruolo storico-artistico del Colosseo. È che la Città della Scienza era uno dei pochi luoghi in Italia che, seppur contemporanei, si erano guadagnati un cantuccio nei nostri posti d’affezione. In pochi anni, era arrivata a rappresentare – a suo modo – il Paese e un gran numero di italiani.
Tanto è vero questo, tanto è vera la strana tenerezza che molti di noi provavano verso la Città della Scienza come modello di un paese possibile, più serio e normale, che se fosse provata la natura dolosa del rogo, sarebbe la prova delle prove. La prova patente della sua rilevanza. La Città della Scienza era la rappresentazione di quanto lo stereotipo su Napoli nascondesse un intero pezzo di città e di cittadini. Dava fastidio. Così come darà fastidio la reazione corale che si sta scatenando sul web, su Twitter e su Facebook. L’ennesima dimostrazione della distanza tra un pezzo consistente, numeroso, non piu afasico di Paese reale e il Paese dei Palazzi.

Chi vuole, può donare un contributo per la Nuova Città della Scienza. Basta cercare su Facebook o sul web allargato l’IBAN ufficiale della Fondazione IDIS.

Oggi volevo scrivere dei bus dell’apartheid, quelli entrati in funzione ieri tra Cisgiordania e Israele. Sono per soli palestinesi, perché i coloni israeliani in Cisgiordania hanno protestato. Dopo le strade separate e i Muri di separazione, tocca agli autobus. Haaretz, giornale israeliano, parla oggi nel suo editoriale di segregazione razziale. Trovate la letizia, qui da noi, solo sul Manifesto e l’Unità, oggi. No comment, oggi. Ne scrivo domani.

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