La morte stra-annunciata del piccolo Ali

È solo l’ultimo di almeno 120 attacchi perpetrati dai coloni israeliani in Cisgiordania contro i palestinesi, dall’inizio dell’anno. Solo l’ultimo di 120 attacchi, secondo i dati delle Nazioni Unite che stilano con precisione burocratica rapporti, grafici, statistiche, bollettini su quello che succede nel Territorio palestinese occupato, in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est. Poco meno di un attacco al giorno, contro le persone, le case, le macchine, gli olivi, le campagne. Continua a leggere

Le etichette della violenza

Una molotov contro un taxi. Una famiglia intera in ospedale. Un bambino di 4 anni coperto di bende. Bende per le ustioni. Tutto è successo in Cisgiordania, nel taxi c’era una famiglia palestinese. A lanciare la molotov – sembra – dei coloni israeliani. Il vice premier israeliano Moshe Yaalon dice che un atto come questo è terrorismo. Così come è terrorismo l’attacco compiuto contro tre ragazzi palestinesi nel pieno centro di Gerusalemme, a Jaffa Road (la foto l’ho scattata qualche mese fa). Decine di ragazzi israeliani li hanno circondati, pestati a sangue, e uno di loro è in condizioni serie. Jamal Julani, 17 anni, è appena uscito dal coma. Il personale dell’ambulanza che lo ha soccorso vicino Zion Square pensava fosse morto.  Una specie di linciaggio, l’ha definito una ragazza israeliana su Facebook, in commenti tristi e duri riportati da Haaretz. E linciaggio l’ha definito la polizia che sta indagando su un fatto decisamente grave, tanto grave da illuminare quello che sta succedendo nella società israeliana.

Sono oggettivamente atti di violenza, e il vice premier israeliano li ha definiti atti con il marchio del terrorismo. L’ultimo rapporto sui diritti umani del dipartimento di Stato USA definisce per la prima volta terroristici alcuni atti violenti perpetrati dai coloni israeliani in Cisgiordania.

Ho cercato sui quotidiani italiani la notizia di una famiglia che stava per finire bruciata in un taxi, assieme all’autista, perché qualcuno ha lanciato deliberatamente una molotov. Ho cercato la notizia di un ragazzo quasi linciato. L’ho trovata solo sul Manifesto. Ricerca parziale, la mia? Non ho visto gli articoli che ne parlavano?

 

 

Quando la vita vale poco

Consigli di lettura, stamattina. Concentrati, come vedrete, sulla morte di Mustafa Tamimi, l’attivista palestinese di 28 anni ucciso da un candelotto lacrimogeno sparato a distanza ravvicinta da un soldato israeliano, dall’interno di una camionetta. La morte di Tamimi è diventato subito un caso, perché è il simbolo – evidente, ma solo a chi è qui – di quello che succede in Cisgiordania. Di quello che l’espansione delle colonie provoca (a proposito, oggi il ministro della difesa Ehud Barak ha dato il via libera alla costruzion di altre 40 unità immobiliari in uno dei blocchi di colonie più imponenti, Gush Etzion, che si estende da Betlemme a Hebron tagliando la Cisgiordania meridionale). Eppure, a guardare la rassegna stampa italiana, questa morte assurda e violenta non ha rilievo.

Non mi stupisco, ovviamente. Ma proprio per questo forse è il caso di dare, a chi legge questo blog, altri consigli di lettura. Per non trovarsi poi, ancora una volta, sguarniti di fronte agli eventi mediorientali. Il primo consiglio viene dalla stampa israeliana. Perché a Mustafa Tamimi Haaretz ha dedicato oggi il suo editoriale, dal titolo chiaro. “In Israele, la vita di un palestinese vale poco”, scrive Haaretz, descrivendo non solo come Tamimi è morto, ma anche i casi lo hanno preceduto. Vale la pena leggerlo.

On the day Tamimi was killed, Chaim Levinson published a report in Haaretz that dealt with the failings of the Israel Police’s Judea and Samaria District with regard to investigations into harm to Palestinians. Concerning the killing of 10-year-old girl Abir Aramin by the IDF in early 2007, the High Court of Justice ruled that the incident was improperly handled; and to date, no one has been called on to answer for the 2009 killing of demonstrator Bassem Abu Rahme. Will the death of Mustafa Tamimi be added to the statistics that show that in Israel, the life of a Palestinian is cheap?

Negli stessi momenti in cui Mustafa Tamimi veniva ucciso, Newt Gingrich pronunciava il suo verbo. “I palestinesi sono un popolo che non esiste”. Un mantra che ho sentito con le mie orecchie pronunciare alla destra israeliana, che chiama i “palestinesi” semplicemente “arabi”, senza alcuna connotazione nazionale, e candidamente propone una ricetta semplice: i paesi arabi si potrebbero dunque prendere i palestinesi, così da realizzare il disegno della Grande Israele, fino al Giordano. E’ il disegno dei coloni, e Gingrich non ha fatto altro che sdoganarlo e proporlo al suo elettorato. I palestinesi, dal canto loro, si sono un po’ indispettiti, per il Gingrich-pensiero… Propongo, allora, la lettura del commento di una giornalista palestinese intelligente, acuta e brillante come Joharah Baker, su Miftah. E’ un commento che, non poteva essere altrimenti, mette insieme Mustafa Tamimi e Gingrich. I commenti ulteriori sono superflui.

Se non avete ancora abbastanza, e volete leggere altre notizie che non leggerete sulla stampa mainstream, ecco allora una cronaca di Maannews, agenzia di stampa palestinese, che parla dell’attacco compiuto ieri, domenica, da centinaia di coloni (“erano armati, e indossavano uniformi nere, come se fossero una milizia”, dicono i testimoni) contro un villaggio palestinese vicino Nablus. Altra area, quella sì, dove la violenza dei coloni si fa sentire quotidianamente, o quasi. E per le conferme, ci si può affidare al settimanale rapporto dell’OCHA, l’ufficio Onu per le questioni umanitarie.

Ah, non è finita, perché sul sito online di Yediot Ahronot, Ynet, è arrivata agli onori della cronaca la querelle scoppiata su twitter per le frasi – irriverenti – scritte da alcuni ufficiali dell’esercito israeliano sulla morte di Mustafa Tamimi, e riportate dal britannico Telegraph. Anche in questo caso, i commenti sono veramente pleonastici.

E poi Gaza: capitolo che non ha avuto molta risonanza, nonostante nello stesso giorno in cui è stato ucciso Mustafa Tamimi in Cisgiordania, nella Striscia sia invece morto un ragazzino di 12 anni, dopo un bombardamento israeliano su quella che è stata definita una installazione militare di Hamas. La tensione a Gaza e nel sud di Israele è di nuovo salita dopo che l’aviazione israeliano ha fatto il 7 dicembre un bombardamento di tipo preventivo per prevenire – appunto – la possibilità di lanci di razzi contro i soldati di Tsahal. Raid su Gaza City, miliziani della Jihad islamica uccisi, e successivo lancio di razzi contro le cittadine del Negev. Di nuovo bombardamenti israeliani su Gaza, il 9 dicembre, e stavolta il bilancio delle vittime sale: un morto, e 13 membri della sua famiglia feriti, compresi 7 bambini. E’ la escalation di rito, per così dire, ma questo cinismo da cronista non rende meno duro il fatto che la gente muoia. Anzi.

La playlist: il brano per oggi è Bloody Sunday. U2 live da Chicago.


Da Washington ad at-Tuwani

La grande politica si può vedere da Washington, oppure da at-Tuwani, un paesino palestinese delle South Hebron Hills, da anni a rischio ‘estinzione’, nel senso che la pressione dei coloni sul villaggio, sui suoi abitanti, e sui bambini che debbono andare a scuola è diventato un simbolo della vita quotidiana in molte zone della Cisgiordania. Persino Tony Blair, l’inviato speciale per il Medio Oriente del Quartetto, lo ha visitato,  l’anno scorso.

La grande politica che condiziona il Medio Oriente, dunque, la si può vedere da due prospettive diverse, molto diverse tra di loro. Me l’ha stranamente insegnato un film con Robin Williams, che parlava di tutt’altro, di un malato di mente. E da at-Tuwani la preoccupazione di Netanyahu, che i confini del 1967 non siano difendibili, assume un sapore tutto speciale, un sapore per il quale ci si chiede se sia più difendibile Israele quando si penetra così a fondo in Cisgiordania. Se per esempio Psagot, la colonia che sta proprio di fronte, a due passi da Ramallah, sia più difendibile di Tel Aviv. Se lo sia Bet El, o Kiryat Arba, tanto per citare alcuni degli insediamenti più vicini alle più importanti città palestinesi, Ramallah o Hebron (Al Khalil).

Torniamo, però ad at-Tuwani, che ha ricevuto per l’ennesima volta la visita dei soldati israeliani, stavolta assieme a membri dell’intelligence. Il problema – dicono quelli del Christian Peacemakers Team, che assieme ai volontari italiani  aiutano gli abitanti del villaggio – sembra fosse la resistenza nonviolenta. Interessante, vero? Il problema non è Hamas, non è il terrorismo, bensì la resistenza nonviolenta, che è la novità degli ultimi anni, tra i palestinesi. A Bil’in, a Nabi Saleh, a Beit Ummar, ad at-Tuwani, dovunque la comunità locale si è organizzata per reagire, al muro, al furto della terra, agli attacchi dei coloni. La resistenza non violenta fa paura, sembra.

Questo è il resoconto degli internazionali, a Tuwani:

Intelligence personnel also interrogated villagers about recent demonstrations and direct actions carried out by the community, and demanded that Palestinians cease their nonviolent resistance. “Do you want to become the father of a martyr?” They asked one of the village leaders, hinting that the occupation forces might retaliate on his children.

Neither soldiers nor intelligence officers gave any reason for the military operation and the prolonged interference in people’s privacy and security. When asked why they were in the village the armed men responded only “It’s our job.” Agents also requested that internationals refrain from taking any pictures of the unfolding events but presented no warrants or identification. The intelligence personnel threatened to call the police to arrest the internationals. The operation lasted over two hours.

Questo è solo un esempio di quello che succede lontano da Washigton e dal Congresso americano, i cui deputati sono sempre così sorridenti. E prima che qualche politico italiano, un giorno, mi venga a dire che nessun analista – però – ha mai detto niente o previsto niente o capito niente di quello che succede in Medio Oriente, comunico che sulla resistenza nonviolenta palestinese è già uscito più di qualche libro. Tanto per pura conoscenza personale…

E infine, visto che dal 28 maggio sarà in scena l’Antigone palestinese tra Gerusalemme e Ramallah, qualche verso – che ci sta molto bene – di Mahmoud Darwish (in traduzione francese…), citato dagli organizzatori della pièce per spiegare il legame tra il dramma di Antigone e quello che succede da queste parti, tra la terra e l’umanità. Ci sta proprio bene.

« J’ai choisi d’être un poète troyen. Je suis résolument du camp des perdants. Les perdants qui ont été privés du droit de laisser quelque trace que ce soit de leur défaite, privés du droit de la proclamer. J’incline à dire cette défaite ; mais il n’est pas question de reddition ».

Sono risolutamente nel campo dei perdenti…

Gerusalemme 2010, secondo Bruxelles

Ha ragione una dei portavoce dell’Unione Europea a Bruxelles, Maja Kocijancic, nel dire che il rapporto fatto vedere alla France Presse è “di routine”. Il rapporto che ogni anno i capi missione a Gerusalemme e a Ramallah (leggi: i consoli europei) elaborano e approvano perché a Bruxelles, poi, si sappia di cosa si parla quando ci si occupa di Gerusalemme. Un rapporto interno, certo, ma non per questo meno delicato. Anzi. E’ talmente  delicato che talvolta, come successe – se non sbaglio – nel 2005, non venne approvato e reso pubblico dal vertice dei ministri degli esteri della UE perché, in effetti, non era proprio bonario o buonista. Meglio, insomma, tenerlo nel cassetto.

La questione è che i capi  missione (leggi: i consoli europei) descrivono non solo a Bruxelles, ma ai loro singoli ministeri nazionali, la realtà sul terreno. Molto differente dall’idea che di Gerusalemme  si ha, o si vorrebbe avere, al tavolo negoziale. E anche stavolta, nel Jerusalem Report 2010 purrtropppamente fatto leggere alla France Presse, gli estensori dicono  quello che dicono da anni. Semmai con più urgenza, perché – è uno dei messaggi del rapporto – se si continua così, con la politica perseguita da Israele a Gerusalemme est, la soluzione dei due Stati diventa impraticabile. Nei fatti. Nessuna divisione possibile, a Gerusalemme, tra una capitale per gli israeliani e una capitale per i palestinesi.

Perché? Il rapporto è chiaro: per la mancanza di permessi edilizi concessi ai palestinesi a Gerusalemme est (200 negli anni scorsi, a fronte dei 1500 di cui avrebbero bisogno), per le demolizioni, per la cacciata di famiglie palestinesi dalle case.

Such policies were also harming east Jerusalem’s “crucial role” in Palestinian political, economic, social and cultural life, and causing it to be increasingly isolated from the rest of the occupied West Bank.

Israel’s attempts to exclusively emphasise the Jewish identity of the city were threatening to “radicalise the conflict, with potential regional and global repercussions.”

Le novità del rapporto? La sottolineatura del ruolo dell’archeologia come strumento politico. Un uso che già era stato descritto in libri specializzati (due tra tutti: quello di Nadia Abu El-Haj, Facts on the Ground. Archeological Practice and Territorial Self Fashioning in Israeli Society, e quello di Simone Ricca, . Israel’s Reconstruction of the Jewish Quarter after 1967) e nel rapporto di Ir Amin su Silwan e la Città  di Davide.

And the report warned of the EU’s increasing concern about Israel’s “use of archaeology as a political-ideological tool” in a bid to cement the Jewish state’s hold over the entire city.

L’altra novità del rapporto concerne le raccomandazioni. Per una volta tanto puntuali, pratiche. Comprese quelle che riguardano i tour operator europei, a cui viene sconsigliata la visita a hotel e siti archeologici gestiti da coloni. Domanda: compresa la Città di Davide?

The report concludes with a series of recommendations which call on senior EU officials “to regularly host Palestinian officials” at their offices in east Jerusalem, and to avoid having Israeli officials or security accompanying them on visits to the city’s eastern sector.

It also recommends advising EU tour operators to avoid settler businesses in east Jerusalem, such as hotels and archaeological sites run by settler groups.

And it proposes ensuring an EU presence when there is a risk that people may be evicted or have their homes demolished in east Jerusalem.

La foto ritrae il Mandelbaum Gate, il passaggio tra Gerusalemme ovest e Gerusalemme est, tra 1948 e 1967. Lungo la Linea Verde. A proposito, sulla Stampa di oggi c’è un articolo mio e di Emiliano Guanella sul riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di Brasile e Argentina. Buona lettura.

La piccola intifada di Silwan

Fuoco a Silwan, sotto le Mura di Solimano. Sotto la Spianata delle Moschee. Per essere precisi, sotto la Moschea di Al Aqsa. Un palestinese ucciso all’alba da un vigilante che sorveglia e protegge le poche decine di coloni che hanno deciso di andare a vivere in un quartiere arabo di 50mila persone. Samir Sahran, racconta il padre a maannews, stava andando al lavoro. Il vigilante sostiene che temeva di essere aggredito. Risultato: il vigilante ha sparato, un palestinese è morto, un altro è in condizioni gravissime, e di feriti ce ne sono altri.

Silwan è il quartiere arabo che si trova esattamente sotto le Mura e sotto la moschea di Al Aqsa. Un’associazione legata ai coloni più radicali creò prima, molti anni fa, il sito della Città di David, e fece scavi archeologici sulla cui qualità ci sono da anni molte polemiche. A Silwan c’era il quartiere ebreo yemenita, fino al 1929 e agli scontri che fecero fuggire gli ebrei dal quartiere. Dopo il 1948, Silwan è divenuto Gerusalemme est, con l’armistizio e la successiva divisione della città. Circa sette anni fa, sono arrivati i coloni che hanno preso una casa nel cuore di Silwan, iniziando a Gerusalemme quello che è già realizzato a Hebron: coloni in un quartiere arabo, apparato di sicurezza attorno a loro, tensioni che aumentano. Poi è arrivato Nir Barkat, il nuovo sindaco laico di Gerusalemme, e con lui è divenuto pubblico (e in fieri) il progetto di creare un parco archeologico proprio lì, nella zona di Al Bustan, espropriando decine di famiglie palestinesi. La tensione, da allora, non ha fatto altro che crescere. Assieme a Sheykh Jarrah, Wadi el Joz, Ras al Amud, il campo profughi di Shuafat, Silwan è divenuto uno dei quartieri in cui la situazione diviene ogni giorno più delicata. E il core issue, come dicono i diplomatici, è la questione dei coloni.

E così, da stamattina, da Silwan si alzano le colonne di fumo dei copertoni bruciati. Un elicottero sorvola la zona da ore ed ore, proprio alla vigilia di Sukkot, quando la Città Vecchia diventerà un’area ancor di più delicata. Fedeli ebrei verso il Muro del Pianto, e ragazzi palestinesi arrabbiati per quello che è successo a Silwan. Le notizie dicono che la polizia è entrata sulla Spianata delle Moschee, e che decine di persone si sono rinchiuse nella Moschea di Al Aqsa. Si sentono (sono a duecento metri in linea d’aria dalla Spianata) i colpi dei lacrimogeni, mentre la conta dei feriti e dei contusi supera la decina. Verso il Monte Scopus, altra zona calda dopo l’arrivo dei coloni nelle case palestinesi di Sheykh Jarrah, un israeliano è stato accoltellato.

Alta tensione, e stavolta ha un altro sapore. Molto pericoloso.

La foto è presa dal sito silwanic.net.

Se il boicottaggio è israelo-israeliano

La storia va avanti dalla fine di agosto, da quando decine di attori e artisti si sono  rifiutati di recitare nel nuovo auditorium culturale di Ariel, la più grande colonia israeliana dentro la Cisgiordania, i Territori Palestinesi Occupati. Rifiuto pubblico, con lettera aperta, in cui vengono spiegati i motivi per i quali gli attori non vogliono recitare ad Ariel, “per non legittimare l’esistenza delle colonie”.

Dramaturgist Vardit Shalfi, one of the letter’s initiators, told Ynet on Friday, “Ariel is not a legitimate community, and as such, is against international law and international treaties that the State of Israel has signed. This means anyone performing there would be considered a criminal according to international law. The theater’s boards should inform their actors that there are apartheid roads for Jews only that lead into the settlement of Ariel. The moment we perform there, we are giving legitimization to this settlement’s existence.” La notizia di oggi è che 150 tra attori, sceneggiatori, gente del cinema e del teatro statunitensi hanno deciso di appoggiare gli attori che boicottano Ariel. Hollywood corre a sostegno del teatro civile israeliano, insomma. Gli attori americani, tra cui una delle protagoniste di Sex & the City, arrivano comunque in coda ad altri gruppi  che hanno deciso di sostenere la posizione degli attori israeliani, appoggiati anche da 150 docenti e lettori delle università e da alcuni dei più importanti scrittori del paese.

La polemica è aperta: la ministra dell’educazione ha avuto una dura reazione alla Knesset,  e non è stata la sola. La storia continua…

E siccome è soprattutto l’architettura a non essere neutrale, in Israele, come descrive bene Eyal Weizman nel suo “Hollow Land” (lettura molto, molto raccomandata), la principale esperta di  architettura di Haaretz chiede a chi materialmente progetta “i fatti sul terreno dal tetto rosso” – e cioè le casette degli insediamenti israeliani in Cisgiordania – di prendere posizione, dopo attori, artisti, scrittori, docenti. Architetti fuori da Ariel, è il titolo del suo articolo. Cioè fuori dalle colonie e dal sostegno degli urbanisti e dei progettisti all’impresa delle colonie. L’associazione pacifista israeliana Bt’selem, inoltre, offre ai manager teatrali un tour in Cisgiordania per mostrare come le colonie tocchino i diritti umani dei palestinesi.

Attori in campo

I coloni israeliani che ricominciano a costruire all’indomani dell’attentato di Bani Naim; Hamas a Gaza e Hamas in Cisgiordania che segnalano un cambiamento nella strategia armata;  i partiti della sinistra palestinese contro i negoziati di Washington. Eccetera eccetera. Il ritorno a Gerusalemme è di quelli che, come sempre, lasciano poco spazio alla cronaca di questo conflitto lungo e – per alcuni versi – ripetitivo.

Sulla Stampa di oggi c’è un mio articolo sulla Cisgiordania, tutto concentrato su coloni israeliani degli insediamenti più radicali attorno a Hebron, e sul possibile cambio di strategia armata di Hamas, che sembra confermato anche dall’attacco di ieri notte, verso Ramallah, in cui sono rimasti feriti altri due coloni. Da Gaza, uno dei leader di Hamas più importanti, Mahmoud A-Zahhar, tiene invece a tenere separata la strategia armata dai colloqui di Washington, e rifiuta la tesi che la responsabilità di un possibile fallimento dei negoziati sia da imputare a Hamas.

Tempo di negoziati?

La storia dei negoziati tra israeliani e palestinesi (non li definisco negoziati di pace perché la pace è ancora molto lontana, e purtroppo non basterà un incontro a Washington…) ci ha preparato ad attenderci una recrudescenza di violenza.

Ed è quello che è successo non solo ieri, ma nelle scorse settimane in Cisgiordania. Ieri, nei dintorni di una delle colonie israeliane in Cisgiordania più radicali, Kiryat Arba, sono stati uccisi in un attentato terroristico quattro coloni, tutti residenti in un’area dove la tensione è altissima, da tanto tempo. Tanto alta che anche sulle rivendicazioni dell’attentato si sta indagando, per capire se sia più fondata quella delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa, braccio armato di Fatah, o quella di Hamas che (da Gaza, e non si tratta di un dettaglio) mette la firma delle proprie Brigate Ezzedin al Qassam sotto l’uccisione di due uomini e due donne mentre transitavano in macchina nel villaggio palestinese di Bani Naim, alla periferia di Hebron, proprio a ridosso degli insediamenti illegali. Kiryat Arba in testa, quella dov’è sepolto Baruch Goldstein, il colono che massacrò 29 fedeli nella moschea Ibrahimi di Hebron, nel febbraio del 1994.

L’attentato di ieri non cade isolato. Giunge alla fine di un mese, quello appena trascorso, in cui la tensione tra palestinesi e coloni israeliani ha raggiunto punte di frizione molto alte. Maannews ricorda ad esempio che qualche ora prima dell’attentato dieci coloni avevano aperto il fuoco contro tre adolescenti palestinesi nell’area di Salfit. Un altro esempio, tra i tanti: alcuni giorni fa 50 coloni dell’insediamento Kharsina, sempre nella zona di Hebron, avevano attaccato una casa e alcune macchine in un quartiere del capoluogo meridionale della Cisgiordania, mentre è lunga la lista degli attacchi alle terre, alle proprietà palestinesi vicine alle colonie, con olivi sradicati, e assalti ai contadini. A colpi di pietre, spesso, così come a colpi di pietre i palestinesi, soprattutto di notte, colpiscono le macchine dei coloni per le strade della Cisgiordania.

In una sola settimana a metà agosto, l’OCHA, l’ufficio umanitario dell’Onu per i Territori Palestinesi Occupati, ha contato sette attacchi da parte di coloni a palestinesi, segnalando anche un forte aumento nel numero degli attacchi durante il 2010, rispetto all’anno precedente:

OCHA documented seven incidents involving Israeli settlers that resulted in either Palestinian injuries or
damage to Palestinian property. A total of 179 such incidents have taken place in 2010, compared to 100
incidents reported in the same period last year. A number of incidents involving prevention of access,
harassment and intimidation by Israeli settlers were also reported.

Se la rivendicazione fatta da Hamas si rilevasse fondata (intanto, le forze di sicurezza dell’ANP di Ramallah hanno compiuto decine di arresti tra le file del movimento islamista palestinese), ciò significherebbe un cambiamento forte nella strategia dello Harakat al Muqawwama al Islamiyya. Attacchi così violenti ai coloni non si verificavano da molto tempo, e da oltre cinque anni Hamas aveva anche deciso di sospendere gli attentati suicidi dentro le città israeliane. Stiamo insomma assistendo a un cambiamento nella strategia armata di Hamas? Certo è che l’attentato di ieri sera piomba sul tavolo dei negoziati, riportando la questione della sicurezza di Israele nelle priorità e mortificando, in questo modo, le richieste palestinesi. Ivi compresa la richiesta di congelamento nell’espansione delle colonie israeliane sia in Cisgiordania sia dentro la parte occupata di Gerusalemme, Gerusalemme est.

Graffiti sulla moschea

Il bersaglio è stato il villaggio di Huwwara, zona di Nablus. Graffiti sulla moschea del villaggio,  con le stelle di David. Opera dei coloni radicali di Ytzhar, dicono i palestinesi, ma anche per le forze armate israeliane i responsabili vanno ricercati tra i settler.

Settlers from the nearby Yitzhar settlement ascended upon the village at 2am and sprayed graffiti, including a Star of David and racist slogans across the the Bilal Ben Rab Mosque in the Qoza area of the village, said Ghassan Doughlas, Palestinian Authority official in charge of the settlement portfolio in the northern West Bank.

Two cars were further set on fire in the village, belonging to Ziad Abdullah Theeb and Sameer Ibrahim Zahar respectively. The official added that settlers crashed into another vehicle belonging to Zaher’s brother.

Su Haaretz la posizione delle forze armate.

A military official told Army Radio that the army suspected settler violence against Palestinians, part of some settlers’ policy of imposing a ‘price tag’ on a government order to freeze Israeli construction in the West Bank. As part of the strategy, settlers from nearby Yitzhar have launched numerous attacks on Palestinians, including an arson attack on a mosque in December 2009.
La foto, dall’album delayed gratification, è presa da Flickr (Creative Commons).

Responding to news of the incident, Itamar Ben-Gvir, a spokesman for the right-wing Jewish National Front party, said: “We are talking about a hostile village that has been the source of a large number of violent attacks against the residents of Yitzhar.” He added: “The time has come for the Arabs to understand that Jews are not suckers and that Jewish blood will not be shed without consequence.”

La didascalia della foto, che riguarda un’altra delle zone più calde per la presenza dei coloni, a sud di Hebron:

Haj Jibrin discusses his ownership papers with Israeli soldiers while an Israeli settler woman argues with them. In the South Hebron Hills of the West Bank. Photo by unknown CPTer.