C’è kefiah e kefiah

Non credo che a Recep Tayyep Erdogan abbia fatto  molto piacere essere paragonato, com’è subito stato fatto in alcune analisi uscite in questi giorni, a Lawrence d’Arabia, quando si è fatto fotografare con kefiah e abaya durante una visita di fine anno a un campo di rifugiati siriani in Turchia. Lawrence d’Arabia, dei turchi, pensava tutto il male possibile: li considerava responsabili della fine della “felicità” araba, scrive nei Sette Pilastri della Saggezza.. “Attraverso fasi successive – spiega T. E. Lawrence -, i semiti asiatici furono soggiogati [dai turchi] e trovarono una morte lenta. Furono privati dei propri beni; e il loro spirito si avvizzì sotto l’alito paralizzante di un governo militare. Il regime turco era da gendarme e la teoria politica tanto rozza quanto la pratica. I turchi insegnarono agli arabi che gli interessi di una setta erano più importanti di quelli del patriottismo: che le insignificanti preoccupazioni della provincia superavano quelle nazionali. Li portarono a diffidare l’uno dell’altro, creando discordia con l’inganno. […]  Gli arabi potevano solo servire lo stato, sacrificando le loro caratteristiche razziali”.

La lettura di Lawrence non solo è a dir poco datata, ma stride anche con una interpretazione più recente e molto più edulcorata del tallone ottomano sul Levante arabo, secondo la quale si stava meglio prima. Prima dei nazionalismi arabi, prima di Sykes-Picot, prima della frammentazione della regione ad usum delphini. Il nazionalismo che fu strumento nelle  mani di Lawrence non fu solo una delle chiavi della modernità araba, della prima nahda, del primo risveglio. Fu anche la morte di una concezione in cui il limes aveva un peso molto più contenuto, in una terra in cui riga, squadra, mappe non potevano essere usate maldestramente come poi noi (europei) le usammo.

L’immagine, però, ha il suo peso. E quella foto in cui Erdogan è stato immortalato con la kefiah in testa e la classica abaya beduina esibita a mo’ di mantello non poteva non suscitare una reazione a dir poco classica. Erdogan il neo ottomano vuole blandire i siriani e gli arabi del Levante, questo il messaggio che è passato nella lettura corrente.

I fatti, in sintesi. Il premier turco è andato alla fine dell’anno nel campo profughi di Okakali a far visita ai rifugiati siriani, assieme a sua moglie. Una visita perfettamente in linea con la politica di Ankara versola Siriadel post-Assad. Assieme a lui, infatti, c’era Moaz al Khatib, designato leader dell’opposizione siriana che sta trattando il futuro politico a Damasco, islamista moderato, uomo che dovrebbe tentare di non sfilacciare ulteriormente un panorama già spaccato dalla guerra civile.

I rifugiati hanno regalato a Erdogan il classico mantello beduino, di lana calda, un capo che si indossa nelle grandi occasioni, dalle cerimonie ai riti più familiari, matrimoni, funerali, e il suo ufficio stampa ha anche messo la foto sul sito ufficiale del governo… Un esempio, fra i tanti: alla tumulazione di fra’ Michele Piccirillo, francescano e archeologo, sul Monte Nebo, nell’autunno del 2008, i capi delle tribu beduine giordane ai margini del Mar Morto si presentarono con i loro mantelli e le loro kefiah bianche e rosse, per rendere omaggio a un uomo che li aveva rispettati e protetti.

Erdogan ha indossato abaya e kefiah, a dire il vero in maniera un po’ goffa, come succede a chi indossa abiti altrui. Voleva blandire i profughi siriani? Forse… Ma Erdogan non è un neo-ottomano. Semmai un post-ottomano. Molto più raffinato dei turchi che aveva incontrato Lawrence ai suoi tempi. Il pericolo, per gli arabi, è però simile. Ancora una volta, affidarsi in mani d’altri per uscire dal pantano della guerra civile e sperare di avere abbastanza potere per non essere – ancora una volta – solo una bella pietanza da dividere sul tavolo del vincitore.

Postilla: la kefiah, peraltro sempre nella versione bianca e rossa, sembra essere diventata un must per gli islamisti. Non è la kefiah di Fatah, la kefiah di Yasser Arafat, diventata icona del nazionalismo palestinese. Ismail Haniyeh la indossa di tanto in tanto, la kefiah beduina, che va bene dalla steppa siriana ai deserti dell’Arabia, bianca e rossa. Incarna la nazione araba e la tradizione, occhieggia al nazionalismo senza appropriarsi della versione bianca e nera.

Per la playlist, i Procol Harum di Salty Dog. Grazie, Marcello!

La sfida delle bandiere (turche)


Il colpo d’occhio, in effetti, è di quelli che non passano inosservati. In una delle strade più conosciute di Gerusalemme est, campeggiano bandiere turche, mentre le vetrine del piccolo supermercato sono tappezzate di gigantografie di Recep Tayyep Erdogan. Una vera e propria sfida alle autorità israeliane, visto che a Gerusalemme est è vietato mettere in mostra bandiere palestinesi. È vietato, a dire il vero, anche sui libri di testo in uso nelle scuole a oriente della Linea Verde, in città, tanto che la versione israeliana dei manuali è stata epurata dalle bandiere palestinesi  – lo mostra Edmund Sanders sul suo reportage pubblicato sul Los Angeles Times – persino su una pagina del libro di matematica del primo anno.

Esibire le bandiere, a Gerusalemme est, è dunque un gesto politico. E un gesto di sfida nei confronti delle autorità israeliane da parte della popolazione palestinese, in una città in cui vi è una volontaria iper-esposizione delle bandiere israeliane. Vietate le bandiere palestinesi, a un certo punto – da oltre un anno – sono comparse le bandiere turche. Non solo. Sono comparsi anche i localini che offrono kebab turco, con tanto – appunto – di bandierine.

È evidente la connotazione politica, legata alle posizioni di Ankara e al confronto sempre più duro tra il governo di Erdogan e quello di Netanyahu. Soprattutto, da ultimo, sull’affaire della Mavi Marmara e sul rifiuto israeliano di porgere le scuse formali per aver ucciso nove cittadini turchi. Se ne sono accorti anche esponenti della destra israeliana, che si sono lamentati soprattutto quando la bandiera turca ha fatto la sua comparsa dentro la Città Vecchia.

Azzam Maraka, il proprietario dello spaccio tappezzato dalle gigantografie di Erdogan, ha ricevuto la quinta multa, per la sua piccola sfida. Un totale di 650 dollari da pagare alle autorità israeliane. Un cifra abbastanza considerevole, da queste parti. Il signor Maraka, però, non vuole pagare le multe, e vuole andare in tribunale. Se gesto politico ha da essere, questo sembra il sottotesto, che gesto politico sia, sino alla fine. Si chiamerebbe, in Italia e in Europa, disobbedienza civile. Pacifica, peraltro. Dunque, non fa notizia.

La strada su cui s’affaccia il supermercatino, d’altra parte, non è una strada anonima, senza storia. A cinquanta metri di distanza ci sono due tra gli edifici più noti, della storia contemporanea di Gerusalemme est. Lungo lo stesso lato, c’è la Orient House, chiusa da Israele ormai da anni, e riaperta solo perché l’Organizzazione Mondiale della Sanità vi ha aperto i suoi uffici. Era la sede della rappresentanza politica dei palestinesi a Gerusalemme. Era stata, in sostanza, la casa di Feysal al Husseini, mai dimenticato leader gerosolimitano, morto dieci anni fa. Di fronte alla Orient House, c’è Dar el Tifl, la Casa dei bambini, l’orfanotrofio messo su da un’altra esponente della famiglia Husseini, Hind. Vi portò, nel 1948, i bambini sopravvissuti alla strage di Deir Yassin, compiuta dalla Banda Stern e dall’Irgun. Un luogo-simbolo, per i palestinesi, dove sono state ospitate anche Susan Abulhawa (Ogni mattino a Jenin, Feltrinelli) e Rula Jebreal (Miral è stato tratto dalla sua esperienza).

Non è una strada senza significato, dunque. È, peraltro, uno dei luoghi in cui ci sono ancora le tracce di quella Gerusalemme di fine Ottocento-inizio Novecento, che era uscita dalla Città Vecchia e aveva cominciato a costruire ville e residenze. La borghesia palestinese musulmana e cristiana. Sheykh Jarrah, dove si trova la strada del supermercatino, era stata una delle aree di espansione delle grandi famiglie musulmane, dagli Husseini ai Nashashibi ai Nusseibeh (la casa della famiglia di Sari Nusseibeh è a una cinquantina di metri di distanza, proprio di fronte all’American Colony). Da anni ormai, però, Sheykh Jarrah non è più quella specie di parentesi nel tessuto cittadino, tra l’American Colony e la strada commerciale, tra lo YMCA e il British Council. È diventato uno degli ennesimi luoghi del contendere: uno dei nodi su cui si gioca il destino della città. Vi si scontrano, ogni venerdì pomeriggio, le due Israele: i pacifisti israeliani (compreso, spesso, David Grossman) che protestano contro i coloni israeliani, che hanno già cacciato di casa alcune famiglie palestinesi, attorno alla tomba di Shimon HaTzadik, Simone il Giusto.

Non è solo una questione di bandiere, insomma. Quelle bandiere raccontano molto, di una Gerusalemme nascosta ai più. Lontana dalle sacre pietre.