Il tempo delle domande

Facile dire, ora, che tutti ci aspettavamo qualcosa di grave. Che la tensione era alta, troppo alta, e che i fantasmi – a evocarli – sembrano reali. Facile, e anche così tragicamente scontato….

Il problema è che aver avuto paura di una riedizione della strategia della tensione non aiuta a delineare meglio le forme di questa nuova stagione luttuosa e difficile. Aiuta a lenire il senso di paura, a unire le coscienze, a renderci meno soli. Non più preparati, però.

E allora – forse, e con tutte le cautele del caso – conviene porci delle domande, da cittadini e non da ‘tecnici’. Da cittadini, e non da investigatori o magistrati. La prima domanda riguarda il tempo. Il tempo in cui viviamo. Tempo di crisi, è vero, ma anche di libertà. Perché le crisi – dice una mia cara amica manager – sono anche opportunità. Tempo di crisi, di sofferenze economiche, sociali, e morali. Eppure, e non è affatto una contraddizione, tempo di grandi risvegli, di ribellione (mentale e fisica) alle dottrine che dettano legge soprattutto in campo economico.

È tempo di rivoluzioni, insomma. Iniziate nel mondo arabo. Diffuse in modi e peso diversi in altre parti del mondo. Le rivoluzioni unite da una parola – occupy – sulla quale bisognerebbe ragionare di più, e meglio. Occupy vuol dire occupare l’unico sistema di regole economiche sinora vincente, e provare a dire che forse non è quello che la gran parte dei cittadini di questo mondo crede sia il migliore per la propria dignità e il proprio futuro. Occupy vuol dire che si può mettere in dubbio un sistema che ha creato la crisi peggiore dal 1929, e dire a voce un po’ più alta che le ricette per uscire dalla crisi non debbono essere dettate da chi la crisi l’ha creata.

Se è così, se è vero che la crisi ha anche liberato la testa di molti, e ha dato una singolare apertura a un pensiero critico, è un caso che l’attentato di Brindisi sia avvenuto proprio in questo tempo?

La seconda domanda riguarda le vittime. Giovani. Giovani in una scuola. Non è secondario, non è ininfluente, non è casuale. Non è soprattutto per mettere paura ai giovani. È perché i giovani sono i protagonisti del tempo. Sono le loro intelligenze a essere più libere, soprattutto se rompono le corde dell’ignoranza. Banale interpretazione, certo. E allo stesso tempo così pericolosa, per chi deve e vuole gestire una crisi nel modo più lineare e meno problematico, dal suo punto di vista. Se i giovani ragionano meno, e sono meno consapevoli, gestire una crisi mondiale di questo tipo diventa più semplice. E poi sono i giovani che hanno fatto le rivoluzioni o che scendono in qualche piazza a occupare  qualcosa, in Europa e negli Stati Uniti, disturbando molti manovratori.

La terza domanda è sul luogo. Sud, un sud poco più a nord di quello nel quale mi trovo ora. Perché sono in Sicilia, alla vigilia di un anniversario importante: i vent’anni da una data che è impressa nella storia dell’Italia come una di quelle piccole cesure del tempo storico che rimangono, dopo anni e decenni. E’ un sud, la Puglia, che per alcuni versi è sempre stato meno sud di altri, per quella storia tutta particolare di tecnici, di cultura, di sindacato, di cattolicesimo che ne hanno fatto – in differenti fasi della nostra storia contemporanea nazionale – un luogo diverso da altri. E allo stesso tempo, è un sud-sud, sud in cui la criminalità organizzata c’è, esiste e opera. È un caso che la nuova strategia della tensione abbia colpito questo sud?

Queste sono le domande. Senza le risposte, perché per ora brancoliamo nel buio dei nostri dubbi e dei nostri ricordi, diversi a seconda delle generazioni alle quali apparteniamo. Possiamo ricordarci del 1992, del 1978, del 1969, delle stragi sui treni, delle bombe a Roma e a Firenze del 1993, della strage di Bologna, delle gambizzazioni brigatiste, dei nostri martiri, giudici e sindacalisti, poliziotti e giornalisti. Possiamo pensare a quello che sarebbe l’Italia se sprofondasse in un caos più pesante di quello della Grecia. Possiamo pensare al cui prodest dal punto di vista dell’economia internazionale, se uno dei paesi-cardine dell’Europa diventa il pilastro da abbattere per mettere ancor più in crisi il sistema-Europa. Possiamo pensare a un attentato a Brindisi, mentre a Chicago va in onda un altro summit e un contemporaneo occupy. Possiamo pensare alla mafia in trasferta alla vigilia dell’anniversario della strage di Capaci, davanti a una scuola intitolata a Francesca Morvillo, mentre la temperie in Italia  non è la stessa di vent’anni fa, e il personale politico è talmente screditato da aver dovuto affidare a dei tecnici (politicissimi) l’amministrazione del Paese. Possiamo pensare al terrorismo, certo, anche se qui la domanda del cui prodest è veramente importante: a chi conviene un attentato terroristico, e perché?

Io non trovo risposte, né le voglio trovare, ora. Credo sia più importante ragionare, a mente fredda. Perché solo così, ragionando, possiamo sperare di difendere i nostri figli, ed evitare a loro quella stagione che noi, alla loro età, abbiamo già vissuto. Purtroppo.