Buon Natale, naviganti. Da Betlemme

Passare il Natale a Betlemme – da italiana – è una di quelle esperienze che segnano per la vita. Non perché succeda molto di speciale. Anzi, al contrario, non succede nulla di quello che succede in Italia. Non fervono i preparativi, la cena non è così rilevante, e neanche i regali sotto l’albero che spesso, anzi, non ci sono. Si va lì, qualcuno di noi (giornalisti) lavora e si guadagna il pane di Natale, si gira per una Betlemme illuminata per un giorno, prima che la cittadina palestinese torni al torpore di sempre, si aspetta. Passare il Natale a Betlemme (non mi ricordo neanche se è il terzo o il quarto che trascorro all’ombra della Natività) ha poco di folcloristico, nel senso italiano del termine, se non fosse per le bande musicali dell’orgoglio cristiano che sfilano, dopo essersi preparate per tutto l’anno. Mezz’ora fa era qui sotto casa, a Gerusalemme, la banda più importante, quella degli scout di Terrasanta. Divisa kaki, in ricordo del Mandato Britannico, cornamuse (idem) e a guidare la sfilata una enorme bandiera palestinese. Tanto per ricordare, a chi per esempio di questi tempi fa inchieste e rapporti sulla diminuzione dei cristiani palestinesi, che sono palestinesi di fede cristiana, e che se diminuiscono lo si deve in gran parte al conflitto. E a quel Muro che devo attraversare per arrivare a Betlemme, aspettare l’arrivo del Bambinello, e sentire – questo sì – in maniera molto diversa il Natale.

Passare il Natale a Betlemme è un bagno dentro il Natale vero, senza troppi cotillons. Persino le luminarie che abbelliscono Betlemme sono lì, un poì appiccicate, senza riuscire a coprire quella malinconia che segna la vita quotidiana di una vita reclusa, chiusa dal Muro, chiusa dalle colonie, chiusa dalla mancanza di libertà di movimento. Per una volta tanto, il senso del Natale emerge, senza neanche troppo sforzo. E’ lì, sotto i riempimenti architettonici che nascondono la Grotta. E’ lì, nei bambini dei campi profughi che vengono nella Piazza della Natività a vedere piccole cose, a chiedere l’elemosina, a ricordarci che lo sguardo del Cristo è in ognuno di loro. E’ nei bambini disabili di Abuna Mario a Beit Sahour, i suoi bambini gesù. E’ nelle madri, nelle tante madri, di ogni fede, di Betlemme e di Gaza e di ogni dove, perché a Natale non c’era solo un Figlio, c’era anche una Madre che gli aveva dato la vita. E con questo mistero vi auguro, auguro ai miei meravigliosi e sorprendentemente affettuosi lettori il mio Buon Natale. Come sempre per nulla confortante, magari un po’ astioso, ma per quanto possibile onesto.

L’immagine, stavolta, è di quelle che evocano quello che sta per succedere (per chi ci crede). Non sappiamo molto dell’uomo che è sul cammello, si sa solo che – sul far del tramonto – si sta dirigendo a Betlemme, che si vede in lontananza. Re Magio inconsapevole? Chissà. Per chi ne vuol sapere di più, la foto è conservata alla Library of Congress. Datazione: Mandato britannico, tra 1020 e 1930.

Gesù Bambino nasce (prima) a Gaza

Non è una frase a effetto. E’ uno degli epifenomeni di questa realtà. Gesù Bambino anticipa la sua nascita a Gaza.  E non certo per questioni di fuso orario. Non nasce nella notte del 24 dicembre, ma nasce stamattina nella piccola comunità cristiana di Gaza, dove il patriarca di Gerusalemme Fouad Twal va a celebrare la Messa di Natale, accompagnato dal nostro buon Abuna Mario. Questioni legate alla sicurezza, ai calendari, agli impegni? Decidetelo voi. Io penso al fatto in sé. Al fatto che Gesù Bambino nasca per primo a Gaza, e qualcosa vorrà pur dire, oltre al semplice dato di cronaca.

Vorrei che di Gaza ci si ricordasse di più, e che questa nascita anticipata rispetto al tempo canonico (per chi ha fatto figli, la terminologia da usare sarebbe quella del parto procurato per evitare pericolose controindicazioni…) dicesse qualcosa di più. Non solo rispetto alla piccola comunità cristiana della Striscia, ma rispetto a tutta la popolazione di Gaza, a quel milione e mezzo di persone composto in grandissima parte da bambini. A quei Bambini Gesù vorrei fosse dedicato questo ennesimo, strano Natale, fatto di razzi artigianali, fatto di pesanti raid aerei che rompono la notte e il giorno di un pezzo di terra largo dieci chilometri e lungo quaranta. Vorrei dedicare a loro i presepi che si fanno, qui nelle scuole cristiane di Gerusalemme, senza nessun problema per i tanti, tantissimi musulmani che le frequentano. Perché non solo il Vangelo celebra la nascita del Bambinello, ma anche il Corano. L’uno, il Vangelo, celebra la nascita del Figlio di Dio. L’altro, il Corano, celebra la venuta di uno dei massimi profeti, Gesù, Issa figlio di Maria, Issa bin Mariam, e chiede “pace” nel giorno della sua nascita (così recita la sura XIX).

Quel Bambino Gesù, insomma, è sacro ai palestinesi di fede cristiana. Ed è parte integrante anche dell’islam palestinese, non foss’altro perché questa terra gli ha dato i natali.

I raid di questi giorni e di queste notti su Gaza ricordano troppo l’escalation di due anni fa. Mentre ieri sera si celebrava un bel concerto per la pace  a Betlemme, nella chiesa di Santa Caterina, suonato da giovani musicisti, il servizio di notizie sms comunicava che c’erano stati feriti in un bombardamento aereo. Giù, a Gaza.

La pace è un bel sogno, ma soprattutto – da queste parti e nelle cancellerie e nelle descrizioni stereotipate date in pasto alle opinioni pubbliche – è una parola abusata. Retorica, senza rapporto tra il suo significato profondissimo, e la realtà. Certe volte, a pensarci, mi vien la nausea.

L’immagine è quella di una madre con un bambino. La rappresentazione del più grande mistero: la nascita, il dar vita. E’ stata scattata a Gaza. E non ha alcuna rilevanza se la madre e il bambino sono musulmani. Madre e figlio, tanto basta.