Prove di Nuovo Egitto

Decisioni non rapidissime, ma abbastanza veloci, quelle che sta prendendo il Consiglio Militare Supremo in Egitto. Un percorso incomprensibile, in una dimensione europea, in cui l’idea di un consiglio militare chiamato a gestire una transizione importante, per alcuni versi imponente, come quella egiziana fa venire i brividi. Bisogna, però, riportare il tutto alla dimensione nazionale, per riuscire a capire meglio quello che sta succedendo al Cairo, dopo la fine del primo capitolo – quello eroico – della rivoluzione del 25 gennaio.

Decisioni veloci, dunque. Un parlamento sciolto, soprattutto. Decisione che non deve far accapponare la pelle a chi ha a cuore la democrazia, perché quel parlamento era tutto fuor che democratico, frutto di brogli, e di una gestione delle ultime elezioni del novembre 2010 che avrebbero dovuto – quelle sì – far alzare la voce alle cancellerie occidentali. La voce non si alzò, allora, in nome di una stabilità egiziana che si è scoperto essere, dopo appena due mesi, solo di facciata. Anzi, quel parlamento è stato l’ultimo scandalo che ha fatto traboccare il vaso egiziano, perché la vittoria a mani basse dello NDP (ti piace vincere facile? Dice la pubblicità), senza neanche più la voglia di fico di una opposizione presentabile, ha fatto comprendere agli egiziani che ormai non c’era più neanche da perdere. Se non l’onore e la dignità.

Parlamento sciolto, dunque, e ora un comitato per i necessari aggiustamenti costituzionali composto da otto membri. Otto giuristi, tutto sommato rispettati, con un solo copto, un membro dei Fratelli Musulmani di Alessandria (Sobhi Saleh, ex capo del gruppo parlamentare nella legislatura 2005), e soprattutto un presidente del comitato che è considerato il capofila dei pensatori dell’islamismo moderato, Tareq al Bishry. Rispettato per le sue posizioni estremamente critiche verso Mubarak, conosciuto in ambito internazionale (partecipò a uno dei volumi dell’Onu sullo sviluppo umano nel mondo arabo, quello del 2003 sulla ‘società della conoscenza’), Tareq al Bishry non si è tirato appresso molte accuse. Certo, però, non accontenta la parte decisamente laica dell’Egitto, che teme una presenza troppo forte dell’islam politico moderato.

Perché, allora, il Consiglio Supremo Militare ha scelto questa posizione tutto sommato centrista nello scegliere i nomi del comitato? Perché, per esempio, non ha messo Zakaria Abdel Aziz, ex presidente del club dei giudici e strenuo oppositore di quegli emendamenti costituzionali del 2005 che ora bisogna ri-emendare? Due possibili risposte. La prima: i militari seguono in questo modo quella maggioranza silenziosa conformista (in termini semplici, all’italiana, la definirei: democristiana, da prima repubblica), non la scontentano e nello stesso tempo indicano un nome rispettato come quello di Tareq al Bishri. La seconda: potrebbero riservarsi il nome di Zakaria Abdel Aziz per un altro momento, per le altre decisioni che debbono essere prese. Anzitutto, quella relativa al governo di transizione, perché l’idea che a gestire l’ordinaria amministrazione ci sia ancora l’ultimo esecutivo designato da Hosni Mubarak fa arrabbiare molti. Compresi i ragazzi di Tahrir. I blogger e gli attivisti, peraltro, hanno già indicato una rosa di nomi possibili per un governo che guidi la transizione. Sono i nomi dell’Egitto pulito, e vale la pena di leggerseli nel blog di Alaa & Manaal.

Stay tuned. La storia della rivoluzione egiziana non è ancora finita… Altro punto di svolta, ma ne parlo un’altra volta, è al decisione dei Fratelli Musulmani di creare un partito. Decisione già presa alcuni anni fa, ma bloccata dalla discussione infinita sul programma politico, che aveva spaccato conservatori e riformatori dentro l’Ikhwan. Ora si potrebbe fare. Domanda: se la spaccatura continuasse, dall’Ikhwan nascerebbero uno o due partiti?

nella foto di alcuni anni fa, una manifestazione di giudici contro gli emendamenti alla costituzione voluti da Hosni Mubarak per potersi ricandidare alla presidenza senza avversari temibili.

Ah, già, la paura dell’islamismo…

E’ durato solo qualche giorno il periodo di grazia. Per qualche giorno, almeno per qualche giorno, i grandi (e piccoli) soloni del conflitto di civiltà vero e presunto ci avevano graziato dal sollevare la questione dell’islamismo mentre i ragazzi tunisini erano in piazza e – in appena 12 ore – riuscivano a cacciare uno dei presidenti autoritari del Medio Oriente e Nord Africa. Storditi da quella massa di ragazzi, di giovani, da quella folla non violenta e disarmata che pone fine a uno dei regimi autoritari (e amici dell’Occidente), i soloni ci hanno messo qualche giorno a ricomporsi, e a ripensare ipotesi e strategie per reagire a un evento che non avevano messo in conto.

Ora, invece, son tornati all’attacco. “Non fidatevi della piazza araba”, titola uno dei commenti sulla stampa italiana. Uno dei tanti, in cui si dice chiaro e tondo che, però, attenzione, sì, belli i ragazzi che sfidano il potere. Però ora rischiano di essere ostaggio dei barbuti, degli islamisti. E poi c’è la sicurezza del Medio Oriente (quale Medio Oriente?), la nostra sicurezza. Sicurezza, sicurezza. Paura. State attenti, ragazzi, potrebbero rubarvi la rivoluzione, come fecero i khomeinisti a Teheran nel 1979…

E’ bello come la storia venga tirata, come una coperta striminzita, per coprire il fallimento di una teoria (lo scontro di civiltà) e di un assioma (la fine della Storia) che hanno impedito a molti analisti e storici di fare la cosa più semplice, datata, classica: guardare la realtà, farsi sommergere dalla realtà, ri-catalogarla, e interpretarla. Secondo questa tesi [sic] la rivoluzione iraniana sarebbe stata scippata dai khomeinisti per colpa di laici un po’ naive. Una tesi [sic] che dimentica quello che successe prima del 1979, i decenni del regime di Reza Pahlavi, la presenza occidentale, la corruzione. Tutti elementi che hanno fecondato, e non poco, la rivoluzione del 1979. Ma già, Reza Pahlavi era il baluardo dell’Occidente e dei proventi petroliferi delle Sette Sorelle. Così come Zine al Abidine Ben Ali (ZABA, per i ragazzi di Tunisi, Bizerta, Sousse, Sidi Bouzid) era il baluardo dell’Occidente in Nord Africa, e l’albergo di centinaia di aziende medie e piccole che avevano delocalizzato per il basso costo del lavoro di un tunisino. Ben Ali era assieme a una piccola pattuglia di presidenti di lunga durata, rinnovati in elezioni plebiscitarie, in barba a quei parametri di democrazia occidentale che vorremmo esportare. Talvolta – come in Iraq – sui fusti dei cannoni. O magari in Iran, con qualche bombardamento aereo. Ora, quegli stessi presidenti sentono il fiato sul collo di un inverno che ricorda una Primavera lontana. Nessuno sa, nessuno potrà prevedere se la l’Inverno tunisino coinvolgerà gli altri regimi. In Libia si ha notizia di qualche timida manifestazione e di qualche scontro. In Algeria, nei giorni scorsi, si sono dati fuoco due giovani. In Giordania si manifesta contro i prezzi alti. In Egitto, per ora, si tace e si osserva, con apprensione. Il 2011, dice un mio amico inviato di guerra americano, uno dei più grandi conoscitori della regione, potrebbe avere il mondo arabo in prima pagina.

L’unica reazione – invece – che la strategia occidentale ha saputo mettere in campo in oltre trent’anni, nel mondo arabo, per contrastare l’avanzata dell’islam politico è stata solo questa. Sostenere regimi non democratici ma considerati laici. Una strategia miope e perdente, come ha dimostrato non solo la Tunisia, ma per esempio l’Algeria, per niente normalizzata. La spinta dell’islam politico risponde a precise necessità delle popolazioni arabe: non solo di tipo socioeconomico, come la risposta alla disoccupazione, alla crisi economica, alle imposizioni dell’IMF, ma di tipo culturale, come la necessità di riconquistare un’identità propria che – attraverso i codici e le tradizioni religiosi – diventa un pilastro, una colonna sulla quale poter poggiare la propria casa. Che questo ci piaccia o meno (a me, laica e di sinistra, può piacer poco), l’islam politico è riuscito a rispondere a queste necessità. Soprattutto quando, dall’altra parte, la risposta è stata autoritaria, verticistica, distaccata dalla realtà e dalla strada araba.

Vi era un modo, soprattutto a metà degli anni Zero, verso il 2005, per riuscire a venire a capo di una situazione difficile. Ed era coinvolgere l’islam politico (in primis i Fratelli Musulmani egiziani, ma non solo loro) in una cornice istituzionale ben precisa, che facesse emergere quelle ali pragmatiche dell’islamismo riformista (non salafita) che chiedevano di entrare nel gioco democratico. La reazione, da parte della strategia occidentale targata Bush, dei soloni di casa nostra, è stata quella della chiusura completa, dell’isolamento dell’islam politico, anche di quello pragmatico. In Tunisia, in Egitto, in Palestina. Con risultati pessimi, caotici, imprevedibili. I settori pragmatici sono stati isolati, all’interno dei movimenti dell’islam politico riformatore (i Fratelli Musulmani). E l’emarginazione ha fatto fiorire – all’ombra dei regimi laici che li hanno lasciati crescere in funzione anti-Fratellanza – movimenti sempre più diffusi di impronta salafita, radicale, e sempre più vicina al jihadismo. Ve ne sia reso merito, cari soloni, alla vostra strategia mediatica che ha messo insieme Fratelli Musulmani e jihadisti, FIS e qaedismo, democristiani con la mezzaluna e salafiti. Ma per favore, non date la colpa ai ragazzi di Tunisi. Loro cercheranno di fare del loro meglio, e soprattutto cercheranno di fare in modo che la loro rivoluzione giovane non sia sequestrata, ancora una volta, dai vecchi.

Quello che possiamo fare noi, occidentali, è ancora una volta interrogarci sui nostri errori da apprendisti stregoni che tentano di controllare e guidare la vita degli altri. Di milioni, decine di milioni, centinaia di milioni di persone. Tutte fuori dai nostri confini, al di là del Mediterraneo. Pedine da usare per le nostre delocalizzazioni economiche. Pedine che buttiamo a mare, però, quando provano a uscire dalla disperazione e arrivano sulle nostre coste, su mezzi di fortuna. I ragazzi di Tunisi, ricordatelo, sono quello che chiamiamo clandestini quando arrivano a Lampedusa. Li abbiamo resi disperati, invece di ascoltare quello che avevano da dire e che hanno messo, quando possibile, sul web. Loro sono lì da anni, a urlare. I soloni se ne sono accorti solo ora. E non sanno che fare.

Il logo, ovviamente, se lo sono inventato loro, i ragazzi tunisini. Gira su internet, e sui social network.

Effetto Domino tra gli invisibili

All’apparenza, nulla dovrebbe unire l’attentato di Capodanno alla Chiesa dei Santi di Alessandria d’Egitto con la rivolta iniziata a dicembre a Sidi Bouzid e diffusasi ora sino alle strade di Tunisi. Un attentato sanguinoso con una rivolta di ragazzi per il pane e le rose? Non può essere. Il filo rosso che le unisce, però, c’è. E non è quello che succede nelle piazze, nelle strade di Sidi Bouzid o Alessandria d’Egitto, quanto piuttosto quello che succede nei palazzi presidenziali, nelle stanze nascoste dei regimi al potere a Tunisi o al Cairo.

Zine el Abidine Ben Ali, così come Hosni Mubarak, sono i nostri campioni di moderatismo. Sono i migliori alleati dell’Occidente. Prevengono l’ascesa dell’islam politico. Conservano la stabilità dei loro paesi, come se stabilità fosse sinonimo di ibernazione, di congelamento della democrazia. Poi, nei giorni del breve inverno nordafricano, si scopre che né Egitto né Tunisia sono paesi stabili. Che un attentato sanguinoso a una chiesa ortodossa di Alessandria nasconde non solo e non tanto tensioni settarie, quanto una mancata riforma del regime per trasformarlo in una vera, sostanziale democrazia. Alaa al Aswani, che ho intervistato per l’Espresso (sul numero ancora oggi in edicola), dice che “il regime non è innocente”, perché ha consentito all’islamismo radicale salafita di fecondarsi, in funzione anti-Fratelli Musulmani. Una cosa nota da tempo, non solo agli studiosi di politologia egiziana, ma a tutta quella fascia di uomini e donne a metà tra il giornalismo e l’analisi della politica internazionale che tentano di mostrare all’Occidente che il mondo arabo lasciato vivere (sopravvivere) in queste condizioni non è un fattore di stabilità per noi. Al contrario.

Stesso dicasi per la Tunisia. Sono anni che sento ripetere non solo ai politici italiani, ma all’uomo e alla donna della strada che “però, almeno la Tunisia ci protegge dai fondamentalisti, e il velo è vietato per legge, e Ben Ali è laico”. Laici sono anche moltissimi dei blogger, moltissimi dei ragazzi per le strade della rivoluzione del gelsomino che infiamma la Tunisia. E allora cos’è successo? Cos’è che non abbiamo capito? Francamente, e personalmente, noi – nel senso di quella terra di mezzo tra giornalismo e analisi – avevamo già capito, a mo’ di Cassandre. E’ solo che non ci avevate ascoltato (sulla Stampa di oggi, c’è un mio articolo sui blogger, da dove sono nati, perché sono cresciuti).

Scusate lo sfogo, ma mi fa male, nelle viscere, vedere la disperazione nei ragazzi che si danno fuoco. Mi fa male, nelle viscere, vedere il sangue su una chiesa di Alessandria d’Egitto. Si poteva evitare, a essere meno miopi, più coraggiosi, a essere meno ignoranti. A non seguire, soprattutto, le chiarine dello scontro di civiltà, di una Realpolitik senza fondamento che dovrebbe guidare i nostri passi diplomatici. La vera Realpolitik, quella di stampo brandtiano, prevedeva altro. Prevedeva coraggio e capacità di analisi. Nel rapporto col mondo arabo, sono mancate entrambe queste qualità.

L’Egitto dovrebbe traghettare alla democrazia da anni, forse decenni. Hosni Mubarak è al potere da quasi 30 anni. Le accuse di brogli nelle elezioni partono almeno dal 2000. Nel 2005 la gente è stata  costretta a entrare nei seggi dalla finestra, con una scala di legno, per poter votare. I poliziotti lo impedivano, al secondo e al terzo turno, perché i Fratelli Musulmani, presentatisi come indipendenti, stavano vincendo troppo. E qualche mese fa ci sono state altre elezioni, e con un eufemismo si potrebbe dire che hanno avuto qualche problemino.

Tralascio di dire qual è la situazione di giornalisti, blogger, oppositori. Mi chiedo solo: è questa la stabilità che vogliamo, nel colosso del mondo arabo? E non si può far niente per aiutare il processo democratico, in un paese dove la presenza di capitali europei e americani, di aiuti umanitari, di progetti di sostegno è enorme?

Vogliamo continuare con gli esempi, e parlare di Algeria? Esattamente 19 anni fa, gennaio 1992, vi fu un golpe bianco ad Algeri. Perché aveva vinto l’islam politico. Abbiamo digerito – chissà, forse anche aiutato – la sostanziale cancellazione del voto democratico e consegnato l’Algeria a una guerra civile devastante, sanguinosa, conclusasi con la ‘normalizzazione’ di Bouteflika. Poi si scopre, qualche settimana fa, che tutta questa normalizzazione non è che abbia quietato gli animi. Bastava andare ad Algeri, come ho fatto poco più di un anno fa, invitata alla Fiera del Libro, per annusare altro. Sono tornata da Algeri, e tutti mi hanno sentito pronunciare una strana frase. “Quella è una città che sprizza violenza da tutti i pori. Una città crudele”. Strana frase, visto che sono stata accolta benissimo, che non ho avuto brutte avventure, che sono stata trattata con la cortesia tipica del mondo arabo. Eppure, la tensione si sentiva. Si sentiva che quello non è un paese pacificato: è un paese diviso, spaccato, dove c’è un di qua e un  di là. Come 19 anni fa. Con una guerra civile e una normalizzazione di mezzo.

Ah, poi c’è la Palestina. La vittoria di Hamas nel 2006, sancita da poco meno di mille osservatori internazionali. La finestra di opportunità non l’abbiamo colta, e ora ci ritroviamo nel mezzo di un caos difficilmente risolvibile, con la macchia dell’Operazione Piombo Fuso che è schizzata anche sulla nostra camicia immacolata, di difensori strenui della democrazia. E come se non bastasse, mi sento dire da mesi che nei circoli diplomatici si ammette di aver sbagliato, tra 2005 e 2006, quando si è deciso di isolare Hamas dopo il successo elettorale. Bella prova!

Se volete continuo, ma lo sfogo è già durato troppo. Da veri apprendisti stregoni, stiamo allevando i mostri. E poi non dite che era colpa degli arabi. Loro ci hanno provato, a spingere per la democrazia, declinata alla laica o alla islamista. Non ci è piaciuto. Ma prima, per favore, cerchiamo di capire chi sono i protagonisti di questa vicenda. Cerchiamo di non mettere nella stessa barca i fratelli musulmani con i salafiti, islam politico con  jihadismo. E’ una questione di vocabolario, dunque di sostanza.

Verità velate

Veiled Truths è il titolo di una recensione su Foreign Affairs con la quale Marc Lynch, esperto di islam politico, affronta l’ennesima, defatigante polemica sull’islam politico moderato, e sulla sua supposta pericolosità. Una sorta di cavallo di Troia che nasconderebbe, velato dalle posizioni moderate o comunque pragmatiche, il jihadismo. Il bersaglio è da anni Tariq Ramadan. Gli accusatori variano di volta in volta, ma pescano sempre in quella temperie neocon che non si è estinta con la fine dell’era Bush jr.

In questo caso, a riproporre con gli stessi triti stilemi l’attacco all’islamismo della maggioranza neanche tanto silenziosa nel mondo arabo, e anche nella diaspora arabo-musulmana presente in Occidente, è Paul Berman, con The Flights of the Intellectuals.

His reading of Islamism, based on a narrow selection of sources read in translation and only a sliver of the vast scholarship on the subject, fails to grasp its political and intellectual context. He is blind to the dramatic variation and competition across and within groups — above all, to the fierce war between the Salafi purists who call for a literalistic Islam insulated from modernity and the modernizing pragmatists who seek to adapt Islam to the modern world. This blindness feeds the worst instincts of those hard-liners who are fomenting an avoidable clash between Islam and the West.

Lynch sintetizza  perfettamente le modalità con le quali i neocon, gli hardliners, chiamateli come volete, attaccano l’islamismo. E cioè: un uso spregiudicato, propagandistico e selettivo delle fonti (spesso di seconda o terza mano…), lo sbandieramento delle tesi di Huntington, il silenzio sul dibattito (durissimo) interno all’islamismo, tra riformatori e letteralisti, in gran parte salafiti.

Risultato: da un’analisi oltremodo semplificata dell’islam politico esce una pietanza che serve la semplificazione del mondo in buoni e cattivi. In cui sono coloro che si ritengono buoni a definirsi buoni, senza cercare un modo neutrale (o almeno onesto) di descrivere la situazione. Succede negli Stati Uniti di cui parla Marc Lynch. Succede, ed è successo, in Italia. Un esempio per tutti, che ho seguito da vicino, visto che ho intervistato in pubblico Tariq Ramadan alla Fiera del Libro di Torino edizione 2009. Il pensiero e il ruolo di Tariq Ramadan, lungi, dall’essere esaminato, analizzato, sezionato, è soltanto bollato come non credibile. Perché? Perché è nipote di Hassan al Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani. Pas mal, come analisi. Complessa e articolata…

la foto è di Francesco Fossa