Dhaka: le parole sono fondamentali! – con noterelle a margine

Pillole di radio, tra stanotte e stamattina:

“Diplomatici occidentali”. Ma erano in gran parte imprenditori. Ed erano italiani e giapponesi. I giapponesi sono occidentali? Sono forse filo-occidentali?

“Ma allora ci chiediamo, come si chiede il premier del Bangladesh, che musulmani sono questi?”

Il premier del Bangladesh è una donna (e in Italia ancora non ci è toccato una presidente del Consiglio…). Continua a leggere

Quelle che lo portano

 

 

image“Se solo avessimo avuto un costume nazionale, come il sari per le indiane o il sirwal per le pachistane, molte di noi lo avrebbero probabilmente addosso, in questo momento”. Il velo, però, non è il costume nazionale delle egiziane. E questo Ahdaf Soueif lo sapeva bene quando scriveva queste righe, nel dicembre del 2001. Lei, nata al Cairo e residente a Londra, il velo non lo porta sui suoi capelli corvini. Porta invece dentro di sé una identità tanto ambivalente quanto affascinante: donna profondamente egiziana, educata nella Cairo rivoluzionata da Gamal Abdel Nasser, e poi catapultata in Gran Bretagna. Dove ha imparato a scrivere in inglese e a usare la lingua di Shakespeare per i suoi romanzi e la sua quotidianità londinese. Conservando, per la lingua araba, lo spazio della colloquialità e dell’intimità. Lei, insomma, è la tipica rappresentante di quella terra di mezzo (Mezzaterra è il titolo di uno dei suoi libri), di quel territorio comune che coltiva una sempre più esigua minoranza di intellettuali arabi votati all’indipendenza e a una vita culturale difficile. Critici verso le chiusure della propria gente, insomma, e allo stesso tempo profondamente critici verso l’incapacità occidentale di vedere – al di là delle proprie paure – le ragioni degli altri.
Pur non indossando il velo, Ahdaf Soueif conosce l’incredibile portata culturale e sociale di quel pezzo di stoffa su cui l’Occidente si arrovella negli ultimi anni. E non solo in Francia. Il velo, certo, non è il costume nazionale delle egiziane né tanto meno un segno dell’identità araba. Eppure negli ultimi anni, si è impregnato di una carica identitaria che va oltre l’adesione fideistica all’islam, travalica i confini della religione e si getta anima e corpo nell’appartenenza a un popolo, a una regione, a un destino. “Il velo è ritornato in Egitto negli scorsi vent’anni – dice la scrittrice. In genere è una dichiarazione di identità, una protesta contro la globalizzazione culturale, una opposizione – bisogna dirlo – contro l’idea che il modello occidentale sia il solo modello disponibile per le donne nei tempi moderni. Ne consegue, dunque, che qualsiasi tentativo americano od occidentale di ‘salvare’ le donne egiziane dal velo è visto – dalle donne egiziane – nella versione migliore come un sostegno confuso, e nella versione peggiore, come aggressivamente neocoloniale”. Una considerazione condivisa, nella sostanza, anche da una donna molto diversa da Ahdaf Soueif. Si chiama Heba Ra’ouf Ezzat, politologa, anche lei egiziana, più giovane e con un velo sulla testa. È una delle voci più innovative del cotè islamista, una intellettuale che spende energie e testa sulla questione della democrazia, del dialogo interreligioso, della partecipazione dell’islam politico nelle istituzioni. Secondo Heba Ra’ouf Ezzat, la questione del velo “mostra la prospettiva orientalista e gli stereotipi che sono dominanti, e mostra allo stesso tempo i limiti della tolleranza dentro i paesi occidentali. Io, però, sostengo che dopo l’11 settembre molti paesi stanno tentando non solo di “controllare” la presenza islamica ma di “trasformare” l’islam”.
Il velo potrebbe essere, dunque, come un sari, o come un sirwal qamis pachistano. Se non fosse che, alla fine, la religione torna a essere il referente ineludibile per chi decide di indossare il velo, sia esso un semplice fazzoletto com’è lo hijab, o un niqab, la sua versione integrale usata dalle saudite (e non solo), sia lo sciita chador, oppure l’azzurro e tribale burqa.
Questo variopinto esercito di donne velate che percorrono tutto il mondo arabo (e una buona parte di quello musulmano) è senza dubbio la fotografia che più colpisce e spiazza l’immaginario italiano, europeo, occidentale. Come se il velo avesse un solo significato: una inarrestabile corsa verso l’anti-modernità. E la deriva antimoderna è una delle componenti, certo. È anche quella più visibile e strombazzata, soprattutto per l’occhio occidentale. Se si ribalta, però, la prospettiva, e si guarda il fenomeno dall’opposto simmetrico, non è detto che la componente antimoderna sia la più importante. O almeno, così non è per chi il velo lo porta.
A sentire loro, le donne velate, la lettura più in voga è invece quella di un imprescindibile anelito verso un comportamento corretto secondo i dettami dell’islam. Che prevede un atteggiamento pio e modesto, per nulla limitato all’universo femminile, bensì richiesto a tutti. Uomini compresi. Perché sul codice di abbigliamento islamico si è scritto molto e scritto malamente in questi ultimi anni, ma si è poco riflettuto sul fatto che il velo sia solo una delle sue espressioni. Portata alla notorietà, peraltro, solo quando copre la testa di una donna. Non quando, come succede sempre più spesso nel mondo arabo, il velo nasconde la testa di un uomo, che in tal modo testimonia di aver aderito alla richiesta di modestia fatta direttamente da Maometto ai suoi compagni.
“Interpretare il velo come una questione di genere, insomma, è riduttivo e dà un’immagine falsata di quello che sta succedendo nel mondo musulmano”, sostiene Fadwa el Guindi, l’antropologa egiziana che ha compiuto la ricerca più esaustiva sul velo, racchiusa in un volume (Veil: modesty, privacy, resistance) che, seppur pubblicato nel 1999 negli Stati Uniti, è considerato ancora oggi la bibbia per chi vuol comprendere cosa stia succedendo nel codice di abbigliamento sulla riva sud del Mediterraneo. Ancora oggi, a oltre sei anni di distanza, Fadwa el Guindi – che il velo, come Ahdaf Soueif con cui condivide i capelli corvini, non lo porta – continua a pensare che i risultati del suo tempo speso tra donne e uomini velati siano validi: il velo è modestia, identità, resistenza, conformismo sociale. E anche fede.
Largo, dunque, anche alla dimensione spirituale della vita, isolando quanto più possibile i demoni del materialismo. Se non fosse per i veli e per le cinque preghiere canoniche, parrebbe di udire i sempre più frequenti richiami anticonsumistici in auge anche nella chiesa cattolica. Sia nelle componenti più ortodosse vicine ai papati di Giovanni Paolo II e ora di Benedetto XVI, sia nei settori più progressisti, vicini semmai ai movimenti contro la sola globalizzazione dei ricchi.
È, questo, il velo declinato anche secondo i programmi dell’islam politico. Il velo simbolo di una pratica religiosa quotidiana in cui sono comprese la carità, la modestia, la sincerità, l’autoresponsabilità, assieme all’adesione totale a quello che la religione musulmana prevede: una vita dettata dalla fede e da ciò che l’apparato normativo islamico statuisce. Una vita, insomma, totalmente regolata in privato e in pubblico dalla legge di Dio. E se la legge di Dio non va d’accordo con la legge degli uomini, inutile aggiungere che a vincere è la prima.
Se questa adesione al messaggio del Dio dell’islam sembra molto lontana dalla nostra vita, basta pensare al dibattito sulla bioetica in corso tra chiesa cattolica e Stati nazionali per accorgersi quanto sia invece molto vicina a noi. Anche (se non soprattutto) vicino all’Italia delle accese discussioni su fecondazione artificiale, aborto, regolazione delle unioni di fatto, eutanasia: tutti terreni sui quali la legge del Dio cristiano, per molti ma non per tutti, deve statuire i comportamenti singoli e di massa. Prima e oltre la legge degli uomini.
Torniamo però, a quel pezzo di stoffa. A quel fazzoletto così simile al foulard usato (talvolta ancora oggi) dalle nostre donne perché non stava bene, in pubblico, mostrare la testa scoperta. Tra gli arabi, oggi il velo va oltre l’adesione alla legge di Dio e dell’islam politico. Per quello che, nel 2001, diceva appunto Ahdaf Soueif. Perché il velo è lo svelamento della propria identità davanti agli occhi del quartiere così come di fronte agli occhi del mondo. Non è, però, come il sari. Ed è questo il motivo per il quale, anche all’interno dello stesso paese, il velo viene declinato secondo differenti linguaggi. Creando un vero e proprio catalogo del velo che distingue ceti, scuole di pensiero, atteggiamenti politici, costumi sociali.

Questo è un brano del primo capitolo di Arabi Invisibili, il mio libro che Feltrinelli ha pubblicato nel 2007. Mi sembra, talvolta, che non sia passati 8 anni. O che siano passati invano. Stancamente, occorre spiegare agli amici, ai conoscenti, a un pubblico indistinto e smarrito cos’è la regione araba. Chi sono gli arabi, dove vivono, come vivono. Ancora una volta, hic sunt leones. E ancora una volta, sul banco degli imputati, c’è la nostra informazione. Quando riusciremo ad andare oltre il velo?

La scelta dell’immagine, con la Annunciata di Antonello da Messina,  è provocatoria, come ben si comprende. Ed è comunque sempre bene ricordarsi che il velo è anche nostro.

Ricominciamo da Mille?

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Oggi mi sono accorta che mille persone hanno condiviso in questi ultimi tre giorni su Facebook il mio #iononsonoinguerra. Non è un manifesto. È una presa di posizione, e se qualcuno/a l’ha condivisa è perché si è sentito a disagio, in questi giorni. Si è sentito trascinato, volente o nolente, in una guerra prossima ventura decisa a tavolino. Una guerra prossima ventura per la quale bisogna preparare l’opinione pubblica europea, com’era già successo nel 2003. Una guerra di cui dunque, ahimè, fa parte la cattiva informazione che è stata diffusa in ogni dove, e in particolare in Italia.

No. Io non sono in guerra. Non sono in guerra con l’Islam, non sono in guerra con gli arabi, non sono in guerra con i rom, con i migranti, con chi crede e/o con gli atei. Non sono neanche in guerra con gli ignoranti, ma di certo mi scontro con gli ignavi narrati dal sommo Dante (Questi non hanno speranza di morte,/e la lor cieca vita è tanto bassa,/che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte) che agli ignoranti danno spazio per spargere notizie false nelle case degli italiani, attraverso un pubblico tv che è in questo incolpevole.

Credo sia finalmente l’ora di iniziare un dibattito interno tra i giornalisti italiani. Una discussione molto franca e molto dura sulla qualità delle informazioni che passano attraverso giornali e tv e radio. Non ho né voglia né tempo per elencare le inesattezze, le falsità, le vere e proprie castronerie che ho sentito e letto in questi giorni, da parte spesso di una compagnia di giro di intervenuti che non hanno le basi culturali su argomenti complessi. In salotto tv da cui spesso sono stati esclusi gli studiosi universitari, i più importanti esperti di regione araba, di islamologia, di storia del Medio Oriente. Passate così, le informazioni sbagliate, pubblicate così, senza un minimo di quel filtro necessario che è la cultura.

La più recente falsità l’ho sentita in tv, ma non è stata la prima volta che l’ho sentita in 15 anni che mi occupo di Medio Oriente e Nord Africa: che ci sarebbero un miliardo e trecento milioni di arabi. Forse arriveranno a 250 milioni, gli arabi, in massima parte di fede musulmana, in minima parte di fede cristiana o ebraica. Chi supera il miliardo, anzi, il miliardo e mezzo sono i musulmani, solo per un sesto arabi: gli altri cinque sesti sono indonesiani, indiani, cinesi, statunitensi, francesi, italiani, russi… Nessun giornalista ha ribattuto. Nessuno ha saputo dire che l’informazione era sbagliata. Forse nessuno lo sapeva, tra i giornalisti presenti.

Solo un caso, sulle decine di casi di disinformazione, o di vera e propria falsificazione delle notizie. Dove sono andati a finire i nostri doveri di informatori? Chi ci dà il diritto arrogante di de-formare le coscienze? Qual è il fine? La singola carriera di un/una giornalista, o il sostegno a una politica? Nel primo caso, saremmo solo di fronte a un tipico arrivismo di piccolo cabotaggio. Nel secondo caso, un settore del giornalismo italiano avrebbe abiurato a una delle sue regole imprescindibili: fare informazione, e non – viceversa – passare informazioni scelte e determinate da altri.

Un altro caso per tutti: la sfilata dei leader europei e non europei a Parigi, domenica scorsa. Avrei voluto ascoltare da parte di chi discettava negli studi televisivi di libertà qualche parola, qualche informazione sul comportamento dei singoli paesi rappresentati riguardo alla libertà di informazione ed espressione. Un consistente numero di Stati e regimi rappresentati in questa strana ‘coalizione globale in progress’ ha sulle spalle giornalisti in galera, giornalisti ammazzati, frustati, condannati. Sono spesso i regimi (vecchi e nuovi) che si sono opposti all’ondata del secondo Risveglio arabo del 2011, sbrigativamente definito una rivoluzione ad usum degli islamisti. E i giornalisti in studio non dicono nulla? Rappresentano al pubblico il supposto Bene contro il supposto Male, le forze (militari) del supposto Bene contro le forze del Male? Non distinguono, non descrivono la realtà nella sua completezza e complessità? E i giornalisti che sono andati a manifestare a Parigi, in nome e per conto delle nostre organizzazioni di categoria, cos’hanno da dire? Si sono mai occupati dei destini dei colleghi nei paesi e nei regimi non-europei?

Credo sia ora di parlarne, della nostra categoria, divisa tra chi appartiene alla casta e chi (soprattutto tra i giovani) si arrabatta ad arrivare alla fine del mese, sempre meno libero perché sempre meno tutelato. Credo sia ora di parlare della cultura e della preparazione nella nostra categoria, oltre i corsi di formazione. Credo sia ora di parlare della saldezza morale della nostra categoria. Non solo per il rispetto dovuto al pubblico che ci legge e ci ascolta. Ma anche per la dignità di chi questo mestiere lo fa secondo le regole.

La vitamina dei deboli e la globalizzazione

Ieri pioveva, a Roma. Eccome se pioveva. Il classico nubifragio romano, in una giornata già di per sé epocale, storica, straniante. C’era una conferenza internazionale sulla libertà religiosa e la coesistenza pacifica, al ministero degli Esteri, organizzata dalla Farnesina e dall’ISPI, a cui hanno partecipato anche alcuni dei nomi che avete trovato spesso su questo blog. Fabio Petito, Silvio Ferrari, Paolo Branca, Massimo Campanini, Issandr el Amrani the arabist, e via elencando…Bella conferenza, molto (troppo?) densa. Quattro sessioni, una maratona dalle 9 e mezza alle cinque di sera, chiusi dentro l’enorme palazzo bianco sul Tevere. San Pietro è così vicina, ma noi romani non ci facciamo mai caso… Diamo per scontato che sia lî, eterno e immanente.. La notizia storica è arrivata come un brusio, attorno all’enorme tavolo a quadrilatero, tra giornalisti, docenti universitari, esperti di questioni religiose. C’è voluto tempo per ricomporre tutto, e cercare di concentrarsi – di nuovo – su dialogo, diritti, Mediterraneo.

Gesto profetico, atto rivoluzionario, quello di Benedetto XVI. Perché la Chiesa si muove con questi gesti che cambiano la strada. Le dietrologie sugli scandali e i veleni oggi, francamente, mi sembrano l’ennesima dimostrazione di un Paese decadente.

Ieri mi hanno chiesto, alla conferenza, il testo della mia breve, brevissima relazione. Eccolo.

Ringrazio anch’io, e molto, gli organizzatori di questa conferenza, ringrazio il ministero degli Esteri che ci ospita, e l’Ispi che è sempre attento a cogliere in tempo reale ciò che gli eventi ci dicono. E ringrazio Fabio Petito e Silvio Ferrari per la base di discussione che hanno elaborato, una base di discussione che, perlomeno per quello che riguarda questa sezione, definisce già – secondo me – i punti di debolezza della politica e della strategia occidentali verso quel pezzo di mondo in cui ho vissuto per oltre 12 anni.

Sono convinta che – nei fatti – l’atteggiamento occidentale (anche quello europeo) verso le sponde sud ed est del Mediterraneo sia ancora intriso di tutte le categorie che fecondano gli studi postcoloniali nei dipartimenti universitari di Stati Uniti e Regno Unito. Che, cioè, non si sia ancora andati oltre la vecchia lettura dicotomica sulla modernità e/o la modernizzazione del mondo arabo, quando si tratta di interpretare le tendenze politiche, di rappresentanza politica. Modernità = movimenti laici e vicini al modello occidentale. Antimodernità = movimenti che poggiano su identità e cultura religiose profonde, cosi lontane dal nostro modello da poter essere inglobate nella politica internazionale solo se si avvicinano alle nostre categorie culturali.

Eppure il tempo corre, e scorre, come ci hanno dimostrato sia l’inizio dirompente del secondo risveglio arabo, sia le successive dolorose transizioni costituzionali e democratiche in corso. Secondo risveglio arabo che, ancora oggi, nonostante quello che sta succedendo, non si può leggere come una rivolta voluta e interpretata dai protagonisti laici, lasciando ai protagonisti islamisti – un settore talmente diviso e cmplesso e diversificato che riunirlo sotto una unica definizione è già di per sè un errore, il ruolo di aver approfittato delle rivoluzione.

La questione è più complessa, e una lettura semplificata di quello che sta succedendo negli ultimi due anni, e in tutte le elezioni vinte negli ultimi vent’anni dai partiti e movimenti islamisti, nasce a mio parere, almeno in parte, da una mancata o carente comunicazione tra l’accademia e le istituzioni preposte a definire la politica estera dei paesi europei.

E per spiegare lo strabismo con cui spesso, nei circoli politici e anche istituzionali, si è letto ciò che succedeva nel l’islam politico, prendo spunto da due citazioni contenute nella base di discussione per lanciare almeno alcuni dubbi sul modo in cui abbiamo letto, da questa sponda, cosa stava succedendo in diversi contesti, dall’Algeria alla Palestina, dentro l’islam politico. Le due citazioni, illuminanti, sono quella di Jurgen Habermas e l’altra di Regis Debray. La sensibilità post-laica, post-secolare di cui parla Habermas credo sia una chiave di lettura interessante, quando si cala nelle enormi periferie del Cairo così come nei campi profughi di Gaza. È allora che si capisce, nei fatti, perché la religione può rivelarsi strumento per curare le patologie della modernizzazione. Essere cioè, la vitamina dei deboli di cui ha parlato Regis Debray, e non l’oppio dei popoli.

Per mia costituzione, mi piace calare le interpretazioni teoriche illuminanti dentro realtà che conosco, com’è in questo caso la realtà mediorientale. E allora si, è vero, leggere la presenza dei movimenti islamisti nelle enormi alienanti periferie del Cairo o negli umilianti campi profughi di Gaza vuol dire andare oltre la lettura riduttiva che è diventata invece la vulgata su media non solo italiani. Una lettura che ha non poco influenzato anche circoli politici e istituzioni.

La lettura riduttiva dice che i movimenti islamisti si sono diffusi negli strati più poveri emarginati alienati della popolazione attraverso il lavoro sociale. In sostanza, il welfare parallelo è stato strumento precipuo per il proselitismo. Verissimo. Ma questo è solo un particolare della fotografia, tanto per citare uno spot pubblicitario su se stesso trasmesso ossessivamente da Al Jazeera international. Il dettaglio è il proselitismo. L’immagine allargata è altro, e parla di conservazione della struttura sociale, di un sistema di puntelli culturali ed etici che hanno evitato la frammentazione della comunità dovuta – appunto – alla alienazione. Questa immagine dice che coniugare Dio con l’impegno politico ha consentito di far mantenere coesi pezzi di società arabe che si stavano disgregando a causa di condizioni socioeconomiche durissime. Figlie di un modello economico considerato parte integrante della modernità e della modernizzazione.

Pensare, però, che questo atteggiamento conservatore dal punto di vista dei mores, dei costumi, delle tradizioni, dello stesso impianto sociale sia di per se stesso un atteggiamento anti-moderno è il vero vulnus della vulgata occidentale. La realtà è molto più complessa. Fabio Petito: la religione è considerata, in alcune aree, la voce più alta di resistenza contro un modello omogeneo di globalizzazione.

Perché, per esempio, non pensare che la presenza islamista diffusa nelle aree sociali più dimenticate non abbia a suo modo calmierato la rabbia e la rivolta? Non abbia evitato fiammate di violenza – non violenza religiosa, ma violenza sociale? Non è una provocazione, ma è un dubbio che mi sono posto, visitando luoghi dove l’umanità dolente vive.

La battaglia dei movimenti islamisti contro la frammentazione sociale attraverso un recupero dei pilastri della fede è, certo, anch’essa solo un dettaglio della fotografia. L’immagine complessiva ha dentro molto altro, ma mi piaceva mostrarvi uno scatto fotografico come questo, per far comprendere quanto la nostra lettura, da questa sponda, sia stata alcune volte lontana dalla realtà.

Realtà che ovviamente, oggi, mostra problemi serissimi, soprattutto in Tunisia e in Egitto, soprattutto sul piano costituzionale, nella difesa non solo della libertà religiosa. La libertà religiosa, infatti, si difende solo se la si inserisce dentro il cesto di tutte le libertà. I diritti si difendono non singolarmente, ma come sistema di diritti.

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L’untore, la paura, gli sciacalli… e il cattivo giornalismo

Oslo precipita nel dolore. Utoya anche. E il giornalismo internazionale, non solo quello italiano, scrive una delle pagine più buie della sua storia contemporanea. In barba agli oltre novanta morti, ai ragazzi, agli adolescenti uccisi. Da chi? Forse da un uomo, norvegese, alto biondo e occhi azzurri, di estrema destra, fondamentalista cristiano, individuato già la scorsa notte.

Forse. Perché l’uomo – di cui comunque sono state fornite generalità e foto – è sotto interrogatorio da parte delle autorità norvegesi. Non sono invece sotto interrogatorio i musulmani, gli immigrati,  tutti coloro che – in massa – erano già stati unti dalla colpa ieri pomeriggio, appena le agenzie hanno battuto la notizia dell’attentato a Oslo. Ho ascoltato Enrico Mentana, ieri sera, con le mie orecchie, ricostruire l’orrore di Oslo e parlare di un solo possibile colpevole. Il terrorismo islamico, i radicali, quelli che avevano protestato per le vignette contro Maometto. Tutto già definito, storia e colpevoli. Paura e untori.

E se ora il terrorismo islamico (mah…islamico) non sembra entrarci nulla, allora anche la parola terrorismo viene con sveltezza sfilata via dagli articoli online, dalle edizioni straordinarie dei tg, dai titoli rifatti in tutta fretta questa notte da alcuni quotidiani nazionali. O è terrorismo islamico, oppure non è terrorismo. Solo un pazzo. Di destra, sì, ma un pazzo isolato. Così come succede con gli omicidi di donne, mogli, ex mogli, ex conviventi, figlie. Se a commettere l’omicidio è un musulmano, allora è un retaggio antico, è delitto d’onore, è antimodernità. Se è italiano, è solo un pazzo, senza alcun retaggio…

Sono discorsi vecchi, triti e ritriti, discorsi che hanno però nutrito Anders Behring Breivik, il presunto autore delle stragi di Oslo e Utoya. Discorsi che nutrono le paure di un’Europa ormai senza schiena. Discorsi che continuano a comparire su quotidiani a tiratura nazionale, senza che nessuno – di coloro che hanno messo la loro firma sotto colate di odio – si senta responsabile non solo di quello che scrive, ma neanche di quello che alimenta. Cibo per la paura. Cibo per innescare autobombe e fucili mitragliatori. Tanto, se il colpevole è un uomo di trent’anni ultranazionalista e fondamentalista cristiano, il problema non sussiste. E’ solo un pazzo isolato.

E’ ora che si ritorni a fare giornalismo serio, di quel giornalismo che rispetta prima di tutto i fatti e i lettori. E spero che qualcuno si vergogni.

La foto è tratta da un sito d’informazione norvegese. E’ interessante leggere (con Google traduttore) i commenti dei lettori, in cui la questione dell”untore’ torna centrale. Anche a Oslo. In Italia, invece, è come se nulla fosse successo…