A revealed old truth


So, president Donald Trump revealed to the world the truth we (the Jerusalemite inhabitants) knew since years. The old fashioned diplomatic ipochrisy left room to the rude untold truth.
The Two-State-solution as envisioned by the Oslo process’ architects is not anymore a comatose patient: it is already dead and buried under the Israeli Colonies’ enterprise Avalanche. Continua a leggere

La dottrina Trump-Friedman su Gerusalemme

La questione data, formalmente, dal 1980, da quando – addì 30 luglio – la Knesset approva nella legge fondamentale la parte relativa a “Gerusalemme capitale di Israele”. Da quel momento in poi, per lo Stato israeliano “Gerusalemme, completa e unita, è la capitale di Israele”, ed è “La sede del Presidente dello Stato, della Knesset, del Governo e della Corte Suprema”. Continua a leggere

Una, nessuna e centomila (Gerusalemme)

La storia ci ha abituato a una sistemazione delle controversie e dei conflitti in cui determinante è chi ha il controllo dell’uso della forza. È il vincitore a dettare le regole, insomma. È vero, è un fatto incontrovertibile, che ha – però – nella vicenda israelo-palestinese un vulnus. La normalizzazione, a Gerusalemme, è reale ma è allo stesso tempo parziale. E la possibilità che questo status quo si rompa, prima o dopo, è presente ogni giorno. Non c’è una normalizzazione di lunga durata, in città. Chi ha vissuto Gerusalemme lo sa.

L’idea di una città non separata e condivisa dai suoi abitanti nasce, Continua a leggere

Ma tu, Gerusalemme, lo vali tutto questo dolore?

Scrivo queste righe lontano dalla ‘mia’ Gerusalemme. E mi costa persino definirla mia, Gerusalemme, una città che non ho amato sino a che non ho deciso di lasciarla. Fino a che, chiudendo la porta della casa in cui ho vissuto per quasi dieci anni, non ho versato le prime lacrime per Gerusalemme. Scrivo queste righe lontano dalle strade di Gerusalemme, dove si consuma e si consumerà una guerra per lei, per la città considerata fin troppo santa. Vale dunque, ciò che scrivo, meno di quello che scrivono i colleghi giornalisti e i cittadini-giornalisti, i fotografi coraggiosi e i possessori di un telefonino che sono sul campo, per le strade di Gerusalemme, di Ramallah, di Nablus, di Betlemme, di Haifa.

Conosco le pietre di Gerusalemme come non conosco quelle di Roma, dove pure sono nata. Continua a leggere

Gerusalemme in un caffè

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Quanto può essere invisibile una città agli occhi del mondo? E quanto può esserlo Gerusalemme, l’archetipo della città? Sembrano – e forse sono – domande paradossali. Come può un corpo vivo, fisicamente esteso, imponente com’è una città, essere invisibile al nostro sguardo? Ancor più sconcertante è che sia ignota la città par excellence, la più narrata, la più vista nei telegiornali, la più adorata da chi ha fede. Gerusalemme invisibile. Sì, succede. Accade quando nascosti sono i suoi abitanti, le sue storie quotidiane, i passi sulle strade, la pioggia sulla pietra antica della Città Vecchia.

Cafè Jerusalem nasce da questo paradosso. La città raccontata e mitizzata ben più di altre è anche quella meno visibile, nelle sue dimensioni e nelle sue giornate. Al contrario, la sua realtà nascosta, difficile, e spesso crudele, è proprio il tessuto di relazioni e conflitti di cui ho fatto parte integrante, nei miei dieci anni di vita a Gerusalemme, e di lavoro come giornalista e scrittrice. È l’umanità dolente, gli sguardi, i ritmi religiosi e prosaici, indecifrabili ai più.

Ne avevo scritto, certo. E tanto. Ne ho scritto molto anche in un libro, Gerusalemme senza Dio (Feltrinelli 2013) da cui Cafè Jerusalem prende più di qualche spunto. Neanche un libro, però, è riuscito a sanare una necessità, quasi un dovere: rendere carne gli sguardi e le vite degli altri. Le vite dei gerosolimitani, distillate nei ricordi anche dolorosi, sempre intensi, di un decennio fatto di giorni e giorni e suoni e ritmi e canti e sirene.

Il testo teatrale sublima questa necessità. E lo fa partendo dalla nostalgia. La mia nostalgia di Gerusalemme è tutta, o quasi, nei suoni. Nel ritmo antico del giorno di Gerusalemme, che inizia prima dell’alba con l’adhan, la chiamata alla preghiera musulmana. Un canto dolce, che prelude all’ingresso – potente e abbacinante – della luce del sole. La luce che conclude la notte, cioè la tregua a Gerusalemme, e mostra la città nel suo tran tran di quotidianità difficile, spaccature, conflitti.

Cafè Jerusalem va dunque oltre il mito della città. Ed entra nei suoi suoni. È per questo che il progetto teatrale nasce con i Radiodervish, che assieme a me più volte hanno vissuto e ascoltato la città, nei loro frequenti viaggi a Gerusalemme. I suoni – e dunque la musica e i brani dei Radiodervish, band culto nel panorama della world music italiana – sono nella trama del testo teatrale. Nabil ben Salameh, Michele Lobaccaro e Alessandro Pipino sono lì, sulla scena. Filo ineludibile per tessere l’intreccio, perché la spola possa entrare e uscire dal telaio e comporre la storia di Nura, gerosolimitana, palestinese, cristiana, e di Moshe, gerosolimitano, israeliano, israeliano, ebreo.

Nura ricorda. Ricorda una storia sopita, prima di metterla in valigia e di lasciare una Gerusalemme, la sua, che non c’è più. Ricorda soprattutto le parole non dette, l’afasia che stringe la città e i suoi abitanti in un cappio. Le parole che non furono dette, le parole per conoscersi, sono quelle tra Nura e Moshe, ma anche tra il giovane palestinese Musa e la ragazza-soldato israeliana che gli chiede i documenti. In un passaggio di testimone tra le generazioni che tramanda la sofferenza, e rinvia a data da destinarsi la soluzione del conflitto. Perché poco è stato detto, e dunque poco si è chiesto al proprio nemico, per sapere chi è, quali sono i suoi sogni, cosa rivendica.

Quando ho pensato a Nura, alla sua dolente serenità, ho subito raccordato il suo volto con quello di Carla Peirolero. L’avevo vista in Madri Clandestine, un altro progetto del suo multicolore Suq, laboratorio culturale del dialogo, oggi ancor più necessario, di cui Genova dovrebbe andare ancor più fiera. Carla aveva nelle Madri Clandestine, e ha in Cafè Jerusalem, quella empatia non affettata, quella saldezza che volevo far emergere dal volto e dalla voce di Nura. E Carla conosce anche lei Gerusalemme, e da Gerusalemme è stata anche lei colpita. Come Pino Petruzzelli, non solo regista di un progetto così singolare che ha sposato con gioia, ma Moshe-Musa, l’uno e il suo antagonista, il vecchio gerosolimitano che ha visto tutte le recenti guerre, e il giovane gerosolimitano che non sa come comporre rabbia e richiesta di diritti inalienabili.

Come nei mosaici bizantini che la ritraggono, Gerusalemme è ancora oggi una città-fortezza. Nascosta al mondo dai suoi muri, fisici prima ancora che mentali. Oltre quei muri, c’è una città complessa, ricca di persone, di facce, di storie che sono spesso annullate dalla semplice cronaca che tutto appiattisce. La realtà, però, non può essere dimenticata solo perché la cronaca non ne parla. Dimenticare la realtà significa ritrovarla poi, un giorno, nella cronaca di sangue, senza saperne le ragioni e la storia.

Il mio regalo alla Gerusalemme di cui ho fatto parte è darle corpo, lacrime, suono, voce, perché su un palcoscenico si possa illuminare la vita e la dignità delle persone, di ognuno dei cittadini. Il mio dovere verso gli invisibili.

la mia descrizione di Cafè Jerusalem è uscita in questi giorni sul numero di febbraio-aprile di “Palcoscenico e Foyer“, la rivista del Teatro Stabile di Genova. È la presentazione alla vigilia dello spettacolo, prodotto dallo stesso Teatro Stabile, con la collaborazione di Suq Genova, su mio testo e musiche dei Radiodervish, con Carla Peirolero nella parte di Nura, e Pino Petruzzelli nella doppia parte di Moshe-Musa. Regia di Pino Petruzzelli. In scena dal 18 al 22 marzo

l foto è di Marina Calypso Antonioli

Per Gerusalemme. Il tempo perduto degli uomini – 2

Sono lontane, Gaza e Gerusalemme. Lo sono da decenni, e soprattutto da anni. Sono tanto lontane che le volte in cui ho raccontato di essere andata a Gaza, ai palestinesi di Gerusalemme, mi hanno guardata con uno sguardo tra il sorpreso e il nostalgico. E sempre con quel velo di imbarazzo che nasceva dalla rassegnazione. Gaza era lì, chiusa dentro un ricordo lontano, eppure sempre doloroso, per loro. Un senso di colpa neanche espresso. Gerusalemme è altrettanto lontana, da Gaza, ma almeno – a sostenere il ricordo – ci sono le gigantografie della Cupola della Roccia negli uffici importanti. O almeno, c’erano le gigantografie, e chissà se ce ne sono ancora, dopo le tonnellate di bombe scaricate dall’aviazione  israeliana su tutta la Striscia di Gaza.

Sembra già lontana, la guerra, la distruzione di Gaza da parte delle forze armate israeliane. Già lontana la conta dei morti, dei tanti morti, degli oltre duemila morti, dei feriti che in questi giorni – in tanti – muoiono perché erano già gravissimi. Già lontani i volti dei bambini, i nomi dei bambini. I bambini che non siedono nelle classi che alla bell’e meglio sono state messe su. Perché oggi, in ritardo, è ricominciata la scuola. La scuola si apre, anche se le scuole sono state bombardate.

Gaza e Gerusalemme sono lontane. Sì, certo. Forse. Eppure legate da un filo – quello del conflitto – che è sempre lì, pronto a tirare il detonatore. Gerusalemme stava per scoppiare, alla fine di giugno, nei primissimi giorni di luglio. Poi, d’un tratto, è rientrata nel cono d’ombra. Ma Gerusalemme è sempre lì, anche se non la guardiamo con quell’attenzione che meriterebbe.

Guardarla e ascoltarla, Gerusalemme.

Il reading-spettacolo su Gerusalemme – con i Radiodervish e Carla Peirolero  su un mio testo teatrale – prodotto da SuqGenova con la collaborazione del Teatro Stabile di Genova è stato rappresentato a Mantova, nel Festivaletteratura. Tutto esaurito, già una settimana prima della rappresentazione al conservatorio Campiani. Qualche bellissima foto, scattata da Marina Antonioli – è in un album della sua pagina FB. E’ stato un cammeo, e la passione di quella sera è stato anche il frutto, il portato del grande dolore che tutti noi abbiamo provato nelle settimane precedente. C’era tutta Gerusalemme, perché c’era anche tutta Gaza. Speriamo di avere presto almeno una traccia audio, di “Per Gerusalemme. Nel tempo perduto degli uomini”. La voce di Carla Peirolero, il canto dolente di Nabil Ben Salameh, la passione composta di Michele Lobaccaro e di Alessandro Pipino, sono stati gli ingredienti di uno stato di grazia.

E dal 16 settembre, giorno dello svelamento della stagione teatrale 2014/15  dello Stabile di Genova, c’è un nuovo parto, Café Jerusalem. Sarà in cartellone dal 18 al 22 marzo 2015, con i Radiodervish e le loro musiche originali, e  assieme a Carla Peirolero ci sarà in scena Pino Petruzzelli, che curerà anche la regia dello spettacolo. 😉

Il video girato nella Feltrinelli di Mantova parla, appunto, di Gaza e Gerusalemme. E sempre su youtube c’è almeno un brano, Ainaki, nella versione rappresentata in una notte di giugno, nel SuqGenova di Carla Peirolero. Ainaki, che per me e per noi, ormai, è diventato il “tema di Nura”.

 

Un Muro, un binario, e una città in bilico

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Uscita di scena. Così, tutto d’un tratto, come d’un tratto Gerusalemme era stata messa sul palcoscenico del conflitto israelo-palestinese. Nel giro di pochissimi giorni, di Gerusalemme non si parla più, perché l’asse del confronto è stato di nuovo dirottato verso Gaza. La nuova operazione militare israeliana sulla Striscia – con l’altissimo prezzo che la popolazione palestinese sta pagando in termini di vittime, feriti, distruzioni di abitazioni civili – ha concentrato ancora una volta il conflitto in uno scontro a due. Israele vs Hamas, e viceversa.

Una scelta, questa, presa in primis dal premier Benjamin Netanyahu e dal suo governo, quando Hamas è stato indicato dalle autorità israeliane come il responsabile e il mandante del rapimento e uccisione dei tre ragazzi israeliani a Gush Etzion, in un’area della Cisgiordania ad altissima concentrazione di colonie. Lo scontro a due – Israele contro Hamas – ha dunque spostato l’asse del conflitto armato, ha l’innescato l’ennesima tragedia, ma non ha per nulla risolto una questione nodale – Gerusalemme – che è stata sul punto di esplodere.

Quello che è successo a Gerusalemme dopo il ritrovamento dei corpi dei tre ragazzi israeliani, rimarrà come una cesura nella storia recente della città. Le corpose manifestazioni anti-arabe e razziste che hanno scosso il centro e dato voce a settori consistenti della società israeliana gerosolimitana; il rapimento e la barbara uccisione di un ragazzo palestinese di 16 anni, Mohammed Abu Khdeir, da parte di estremisti israeliani; l’esplosione di una rabbia covata da tempo da parte della popolazione palestinese che vive a Shu’afat, area tra le più pressate dai piani di politica urbanistica della municipalità, e gli scontri pesanti con la polizia di frontiera. La semplice cronologia degli eventi che hanno scosso la città all’inizio del luglio 2014 dice molto dal punto di vista dell’analisi politica: dice, soprattutto, che la ‘questione di Gerusalemme’ non può più essere riposta in un cassetto dalla diplomazia internazionale.

Sino ad oggi, la ‘questione di Gerusalemme’ non è stata mai affrontata in termini concreti. Forse solo nel 2000, nel summit di Camp David, la mappa della città venne stesa sul tavolo di quel disastroso negoziato per poggiarvi sopra le rispettive bandierine su quartieri, strade, edifici sacri. Con i risultati – fallimentari e dagli esiti tragici – che sono ormai sui libri della storia contemporanea del Medio Oriente. Meglio allontanare, insomma, il calice amaro di Gerusalemme, per evitare di toccare il cuore anche simbolico del conflitto: questa è stata, nei fatti, la posizione della diplomazia e della politica internazionale. In attesa, probabilmente, che i fatti sul terreno decidessero per tutti i contendenti.

Ciò che è successo all’inizio di luglio ha mostrato, invece, quanto fosse e sia miope il rinvio del dossier Gerusalemme. La città, sotto amministrazione israeliana, non è né normalizzata né pacificata. I ‘fatti sul terreno’, e cioè l’espansione urbanistica degli insediamenti israeliani dentro Gerusalemme est, non ha solo esasperato i palestinesi. Ha portato sulla scena gerosolimitana nuovi protagonisti della società israeliana, come l’ala più radicale del settore delle colonie, a metà tra convinzioni religiose più integraliste e posizioni politiche molto più dure verso i palestinesi. Con il risultato che il punto di non ritorno, in uno scontro sociale e identitario, è considerato ormai molto vicino.

Le avvisaglie si sono avute proprio all’inizio di luglio. Mai – dicono molti gerosolimitani, essi stessi sorpresi dalla violenza urbana dell’inizio di luglio – la tensione tra gli individui e i gruppi sociali era stata così capillare, diffusa e radicale. E per nulla sopita, anche se scomparsa dalle pagine dei nostri giornali. L’atmosfera di sospetto e violenza si mostra, certo, in forme diverse dalla tensione che aveva percorso la lunga e tragica stagione degli attentati suicidi in cui, ancora una volta nella storia di Gerusalemme, la città era stata il cuore del conflitto. La tensione di queste settimane – e in nuce in questi mesi e anni – trasporta a Gerusalemme anche tratti delle tensioni sociali tipiche dei grandi centri urbani europei. Porta la violenza degli ultras del Beitar Yerushalaim, espressione della destra sefardita israeliana e del razzismo anti-arabo. Porta la rabbia dei quartieri palestinesi costretti in un isolamento deciso dai piani regolatori, che non ha solo sapore identitario, ma anche sociale: come nelle banlieu di mezza Europa. È però, ancora una volta, l’elemento politico il nodo della questione di Gerusalemme.

Dal 2000, dal summit di Camp David, in città è successo molto. Tutto quello che i rapporti annuali dei consoli europei hanno evidenziato, paventando tensioni, scontri, violazioni crescenti degli accordi internazionali, e l’impossibilità di creare sul terreno ciò che il processo di Oslo prevedeva. Gerusalemme capitale di due Stati. Non è più possibile, e a dirlo in modo fisico sono due elementi ‘architettonici’: il Muro che chiude la città verso nord e sud, verso Ramallah e Betlemme, e il tram che unisce tutta Gerusalemme, rendendola ciò che è. Una città, una città che non si può dividere, e che però non può essere nella disponibilità di una sola delle parti in conflitto, cioè le autorità israeliane che la amministrano e ne gestiscono i destini quotidiani e politici.

Un elemento di chiusura in cemento armato e un elemento di unificazione su rotaie sono la rappresentazione della ‘questione di Gerusalemme’. Non è un caso che Shu’afat, l’unico campo profughi palestinese dentro la città nei suoi attuali confini, si trovi accanto a entrambi questi elementi, e che gli scontri tra ragazzi palestinesi e poliziotti di frontiera israeliani si siano concentrati sui binari del tram. Ma la reazione politica di tutti i protagonisti (israeliani, palestinesi, cancellerie internazionali) non è stata all’altezza di quanto è successo. Nessuno, tra loro, ha raccolto il guanto di sfida lanciato dal protagonista invisibile, la società di Gerusalemme, variegata, divisa, fatta di estranei e nemici ma pur sempre corpo unico. La politica ha spostato di nuovo l’asse dello scontro, su Gaza, su una sola fazione (Hamas). Rinviando ancora una volta ciò che, forse tra poco tempo, non sarà più rinviabile.

 

Il commento è stato pubblicato dall’ISPI.