Vedi alla voce Barriera

La Barriera non massacra. Non insanguina. È come la pena di morte comminata ancora nelle carceri statunitensi: così igienizzata, una iniezione di veleno con tanto di disinfettante. Stanza asettica, pareti chiare, magari appena tinteggiate, lettino, persino i camici. Una morte meno crudele, all’apparenza, di una impiccagione a Teheran o di una decapitazione a Ryadh. Salvo che, a guardar bene, la crudeltà ha ben altri metri di misura. Nascondere a se stessi chi sta dall’altra parte della Barriera può essere più crudele e umiliante che bagnarsi le mani del sangue altrui. Perché di là del Muro, che sia il Muro di Berlino, quello costruito dagli israeliani per separare Betlemme e Ramallah da Gerusalemme, oppure i muri dei Centri di Identificazione ed Espulsione costruiti sul territorio italiano, si muovono persone a cui è stata tolta la carta di identità con la quale si qualifica un Uomo. Uomo, donna, adulto, bambino, ragazza, bella, brutta, vecchio col bastone, quella signora grassa che mangia voracemente, e quell’altro lì, sempre con la stessa puzza di sudore che lo pervade. Coloro che camminano, che si muovono, che vivono sono invisibili a noi, dietro la Barriera. Non sentiamo i loro respiri, i loro gemiti. Ed è in questo modo, nascondendoli ai nostri occhi e alla nostra dimensione etica, che cancelliamo il loro dolore, la loro quotidiana umiliazione. Le nostre responsabilità.

 

queste righe sono tratte dalla voce Barriera. È la voce sulla quale ho scelto di scrivere per il libro colletta neo “Le parole che sono importanti”, un progetto Enel Cuore-Feltrinelli.

Abuna Mario: è il mio modo per pensare al Cremisan, e alla battaglia legale per evitare che il. Muro chiuda una valle bellissima

Quanta fatica (diplomatica) miope…

Mai tanti sforzi diplomatici sono stati concentrati in così poco tempo, e così poche ore. Magari sarebbe stato meglio spendere così tanta energia nell’elaborare una vera strategia sul Medio Oriente, a medio e lungo termine, piuttosto che affrettarsi e affannarsi per spegnere l’ipotesi del riconoscimento dello Stato di Palestina nei corridoi del Palazzo di Vetro. Deve far tanta paura, questo benedetto riconoscimento, se ora – come dice il Guardian oggi – il compromesso raggiunto dal Quartetto è quello di spingere Mahmoud Abbas a presentare la proposta, ma senza farla votare dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per evitare lo scontro diretto tra Davide e Golia. Palestina versus Stati Uniti.

Mi sembra tutto una follia. La diplomazia che si affanna. Il lavorio dietro le quinte con i dieci paesi che fanno parte del Consiglio di Sicurezza (i ‘temporanei’, insomma) per evitare che sostengano il riconoscimento e soprattutto che lo votino. La diplomazia e la politica dovrebbero far altro, e lo dovrebbero fare in tempo. Perché la richiesta di riconoscimento dello Stato di Palestina non è un fulmine a ciel sereno. Le diplomazie se ne occupano da quasi due anni. Da quando – all’indomani della moratoria sulle colonie offerta da Benjamin Netanyahu sotto pressione americana, della durata di 10 mesi e con la patente esclusione di Gerusalemme est – Mahmoud Abbas rigettò l’offerta come del tutto insufficiente  e minacciò di andare all’Onu a chiedere il riconoscimento dello Stato. Era la fine di novembre del 2009. Qualche dettaglio in più, tra i documenti diplomatici pubblicati da Wikileaks, c’è qui. E se si vuol sapere qualcosa di più sulla posizione italiana, praticamente appiattita sulle richieste israeliane, basta leggersi questo documento, dell’ambasciata americana a Roma, in cui si descrive la conversazione con uno dei nostri diplomatici. Documento del 4 dicembre del 2009.

Due anni, in termini diplomatici, non sono pochi. Due anni per elaborare una strategia credibile, non sono pochi. Il nodo è proprio qui: l’assenza di una strategia credibile, da parte di tutti. Stati Uniti, Unione Europea, paesi arabi ostaggio dei propri regimi.

Non è stato fatto praticamente nulla. Lo status quo conveniva a tutti. Salvo poi accorgersi che nella regione non c’è più uno status quo. C’è l’inizio di una tempesta che ha già buttato giù qualche regime molto amico dell’Occidente e ha già scardinato tutte le strategie precedenti.

Di certo c’è solo un fatto. Lo Stato di Palestina è come se fosse stato già approvato e riconosciuto. E’ sul tavolo, e prima non lo era mai stato. E’ uno Stato di Palestina sui territori occupati da Israele nel 1967, e comprende tutta Gerusalemme est (e non, come diceva uno dei nostri diplomatici agli americani, magari un quartiere “come Abu Dis” per farci la capitale palestinese…). Un cambio epocale nella percezione del conflitto israelo-palestinese, non solo da parte delle opinioni pubbliche occidentali. Il paragone con il 1947 e la nascita di Israele, con tutti i distinguo del caso e della Storia, non è peregrino. Anzi. Con o senza voto al Consiglio di Sicurezza, lo Stato di Palestina è divenuto, più che una realtà, una urgenza, una necessità per colmare una ingiustizia.

Breve pausa per la playlist: Keith Jarrett, The Wind, che qui in Medio Oriente, da mesi, è tempesta. (Grazie, Carmelo).

Il vero nodo politico è, invece, tutto palestinese: ancora una volta, quale Stato e per quali cittadini. La questione dei profughi è fondamentale, e c’è già chi ha proposto di emettere cinque milioni di passaporti del nuovo Stato di Palestina da distribuire ai rifugiati che si trovano in Giordania, in Libano, in Siria, dovunque nel mondo, perché si superi lo iato tra l’Autorità Nazionale e l’OLP, tra autorità territoriale e rappresentanza del popolo. E anche perché i rifugiati – non più apolidi – abbiano un diverso status dentro i paesi che li ospitano da oltre sessant’anni.

Hamas, in tutta questa storia, subisce la decisione di Mahmoud Abbas, che ha messo da canto l’ipotesi di un governo di unità nazionale ma ha intascato, il 4 maggio, la riconciliazione tra Fatah e Hamas firmata di fronte al nuovo Egitto senza Hosni Mubarak. Nello stesso tempo, se Stato di Palestina ci sarà, Hamas si troverà quello Stato sui confini del 1967 che aveva ambiguamente accettato sin dal 2006, accanto a Israele che non ha riconosciuto. Accettare lo Stato di Palestina, in sostanza, significa accettare – senza farlo formalmente – l’esistenza dello Stato di Israele.

La domanda, tra i palestinesi della strada e gli intellettuali, non è però se i palestinesi siano o meno pronti ad avere uno Stato (domanda francamente razzista…). La domanda è se abbiano una leadership, che riesca a rappresentare un popolo. È la stessa domanda delle rivoluzioni arabe. Anche in questo caso, al shab yurid, “il popolo chiede”. Il popolo chiede elezioni e governo. Le leadership palestinesi, Hamas e Fatah insieme, sono ancora ostaggio di una mancata condivisione del potere. Ed è qui la vera debolezza, che fa chiedere – a chi si occupa di queste parti – cosa farà il popolo, nei prossimi mesi. Chiederà conto alle leadership? E in quale modo? Si ribellerà, le nuove, giovani elite chiederanno un altro tipo di politica? Faranno la loro rivoluzione?

La foto è di Maurizio Scalzi. Il MUro a Betlemme

La Città entro le Mura

“Mi ricordo ancora […] l’emozione profonda che mi penetrò quando, dopo un cammino faticoso attraverso monti e valli, per dei sentieri che non erano stati ancora trasformati in strade carrozzabili, intravvidi tutto d’un tratto, dietro l’ondulazione del terreno e arrivato su di un piano roccioso pieno di olivi secolari, le mura, le torri e le cupole di Gerusalemme. Il mulattiere arabo che mi accompagnava esclamò subito, scaricando il suo fucile: al Quds al Quds! (La Santa, La Santa!)”. Era il 1880, e a raccontare la sua prima volta a Gerusalemme era Victor Guérin, docente universitario, studioso, esperto di Medio Oriente e Nord Africa. L’esponente di un cattolicesimo francese decisamente imperialista, anche dal punto di vista religioso… Faceva parte di quella schiera di viaggiatori europei che descrissero l’oriente appena tornati nelle rispettive patrie. E a costruire quella percezione dell’oriente che Edward Said bollò – giustamente – come orientalismo. Il braccio culturale del nostro intervento a est del Mediterraneo.

E’ lui che ha prodotto la carta che ho messo a illustrazione di questo post. Carta datata 1881, e dunque poche decenni prima della fine dell’Impero Ottomano. La prima cosa che scorge, il nostro viaggiatore ottocentesco, sono le Mura di Solimano il Magnifico, le torri, le cupole. La Città Vecchia, insomma. Anche oggi, a circa un secolo e mezzo di distanza, la Gerusalemme che appare agli occhi dei viaggiatori è una città fortificata. Antimoderna, se si vuole. La città delle Mura. Non quelle antiche, che racchiudono semmai ora “solo” la dimensione religiosa e turistica di uno dei luoghi più contesi del mondo. Dopo un periodo di apertura alla modernità, tra fine dell’Impero Ottomano e inizio del Mandato Britannico, Gerusalemme torna alla dimensione premoderna e si cinge di Mura. Stavolta di cemento. Stavolta ancor più alte. E come succedeva sino al 1873, chiude anche le porte (i checkpoint) che immettono nella città, per proteggersi dall’esterno.

Avrai mai, questa città, la possibilità di aprirsi, di essere moderna non solo per pochi decenni?

(Riflessioni del lunedì mattina, suscitate da un bellissimo regalo, La Terre Sainte di Victor Guérin, appunto, in una bella edizione del 1897)

Spigolature dalla Holy Land

Nuvole, cielo coperto, qualche goccia, tanto per confermare la tradizione che vuole pioggia a Sukkot e sulle capanne già allestite per l’occasione, sia nei cortili delle case ortodosse sia sulle terrazze degli appartamenti (nuovi, finiti da qualche anno) che non si riescono più a vendere a Gerusalemme causa crisi economica americana, e che per questo motivo si affittano per qualche settimana ai turisti ebrei che arrivano (soprattutto dagli States) per il periodo delle feste più importanti dell’anno.

Questi palazzi li ho quotidianemente visti costruire, nel corso degli anni. Costruire esclusivamente da muratori palestinesi (non è cosa di oggi: per chi ama il cinema di Amos Gitai, si può vedere qui un documentario del 1980 intitolato House, da cui poi è iniziata la trilogia del regista israeliano su case e identità a Gerusalemme). Oggi un reportage di Avi Issacharoff sul giornale liberal israeliano Haaretz racconta la giornata di lavoro di quei muratori, lavoratori palestinesi che partono da Betlemme, e si mettono in fila al Muro prima dell’alba, verso le tre, le quattro di notte. Un reportage duro, che parla di una realtà di cui pellegrini – che pure da quel Muro passano per andare alla Natività di Gesù Cristo – non hanno contezza.


E siccome oggi Haaretz è ricco di notizie e notiziole interessanti dalla Holy Land, la rassegna stampa continua con una news interessante per chi ama lo IPhone. Peace Now ha rilasciato un’applicazione (Facts on the Ground) per capire dove e come sono le colonie israeliane in Cisgiordania, e vedere come evolvono, quanto crescono, se il congelamento delle costruzioni è rispettato o no. Haaretz riporta anche le ultime firme eccellenti apposte negli Stati Uniti a sostegno degli artisti israeliani che hanno deciso di boicottare la colonia di Ariel in Cisgiordania. Non sono nomi da poco. Si tratta di Frank O. Gehry, uno dei più grandi architetti del mondo, che aveva deciso recentemente di ritirare la sua firma dal progetto per il Museo della Tolleranza finanziato dal Simon Wiesenthal Center, che si sta costruendo  a Gerusalemme sul cimitero musulmano di Mamilla. Assieme a Frank O. Gehry, anche Daniel Barenboim, direttore d’orchestra tra i più rinomati ha firmato l’appello di Jewish Voices for Peace. A guardare l’elenco dei firmatari, c’è più di qualche nome dell’Olimpo di Hollywood. Dai “vecchi”, come Vanessa Redgrave, la Bertha Spafford in Miral di Jonathan Schnabel, a quelli sulla cresta dell’onda come Tony Kushner e Mira Nair. E via elencando.

La foto scattata a Hebron è di Francesco Fossa.

Sumud and the Wall

Sumud, in arabo, significa saldezza. Wall, in inglese, significa muro. In questo caso, il Muro, con la M maiuscola. Corre in parte lungo la Linea Verde, in molti tratti entra nel cuore della Cisgiordania, dei Territori Palestinesi occupati, in molti tratti è alto circa nove metri. A Gerusalemme, per esempio, dove divide quartieri palestinesi da quartieri palestinesi, dunque, non quartieri israeliani da quartieri palestinesi. A Betlemme, costruito su terreni palestinesi, divide la città da Gerusalemme, a cui è intimamente legata. Il luogo della nascita di Gesù è diviso dal luogo della sua morte e resurrezione.

Il 30 aprile e il I maggio c’è una conferenza che mette insieme i due termini, sumud e Wall, saldezza (quella dei palestinesi che vivono in uno spazio conchiuso, senza poter gestire la possibilità di uscire da quello spazio) e Muro, quello di separazione. Si svolge all’Università di Betlemme, sono coinvolti atenei europei.

Il programma in bozza è consultabile sul sito dello AEI Center.