Quando Gerusalemme era moderna

“La villetta dell’infanzia di Michel era a un piano, come molte nel piccolo ma importante quartiere di Musrara. Una zona di pregio, che a un censimento successivo, contava almeno 130 edifici interessanti, comprese non solo le ville residenziali a uno o a due piani, ma chiese, ostelli, conventi: un agglomerato urbano nato verso il 1875 in un posto il cui nome, in arabo, significava forse “campo dei ciottoli”, delimitato a sud dalle Mura della Città Vecchia, a ovest dal quartiere commerciale di Gerusalemme, a nord dalla zona ortodossa di Mea Shearim e a nord-est dal nuovo quartiere a prevalenza musulmana di Sheykh Jarrah. Dal punto di vista architettonico, rispecchiava il tipico stile della Gerusalemme a cavallo tra Otto e Novecento, a seguito dell’influenza occidentale: pietra locale, tetto spiovente su quattro lati, finestre all’araba, alte e arcuate nella parte superiore, e persiane di metallo a libretto. E poi i giardini: quello di rose, per separare la casa dalla strada, e dietro il giardino di alberi da frutto. Gli alberi erano gli stessi di sempre, nella tradizione palestinese: melograni, mandorle, gelsi, nespoli. E poi quei cipressi, alti e austeri, che al contrario degli alberi da frutto avevano resistito alle guerre, ai nuovi abitanti, alle speculazioni edilizie.
Michel era arrivato in quel quartiere, a Musrara appunto, seguendo il padre, impiegato presso i britannici che governarono la Palestina dall’indomani della prima guerra mondiale sino alla nascita dello Stato di Israele, durante i trent’anni del Mandato. Di professione contabile, il papà di Michel aveva portato la famiglia al seguito nei suoi spostamenti. Nella meridionale Bersheba, dove Michel nacque, poi a Betlemme, infine a Gerusalemme. Destinazione, appunto, quel piccolo quartiere che era nato qualche decennio prima appena oltre l’eterno cuore commerciale rappresentato dalla Porta di Damasco. Musrara, il primo quartiere misto sorto fuori dalle mura della Città Vecchia, dove la borghesia palestinese e in parte ebraica aveva cominciato a vivere e aveva col tempo consolidato il suo il tran tran quotidiano, liberandosi dal giogo della vita entro le cinquecentesche mura possenti di Solimano che fino al 1873 venivano serrate ogni sera, fornendo agli abitanti la protezione dai pericoli esterni. Prima di Musrara, nel 1855, era partito l’esperimento di Yemin Moshe, il piccolo quartiere ebraico a ovest della Porta di Jaffa costruito sulla terra acquistata da Sir Moses Montefiore. Musrara, invece, era nata verso la fine dell’Ottocento da quella classe di benestanti che si era sviluppata alla fine dell’Impero Ottomano, nei decenni precedenti alla prima guerra mondiale: una classe borghese che aveva deciso di essere ‘in balia’ – dunque – di una dimensione nuova, aperta verso la campagna e i villaggi dell’anello attorno a Gerusalemme che alla città fornivano il sostentamento: verdura, latte, olive e manodopera”.

Il resto è su Gerusalemme senza Dio, nella storia nascosta di Musrara.

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Il centro del mondo

In questo caso, parafraso una canzone dei miei amici Radiodervish, di qualche anno fa. Loro sono venuti a Gerusalemme a trarre ispirazione, e da quello – così come da altri viaggi, nel progetto delle residenze teatrali nei castelli federiciani in Puglia (Vendola regnante, ovviamente…) – è nato nel 2009 un cd, Beyond the Sea, che consiglio a tutti di sentire. Tanto è forte, il legame con questo posto, che il libro che ho citato nel post precedente, Tre Volte Dio, ha avuto proprio in Michele Lobaccaro (uno dei Radiodervish) la spinta propulsiva, il collante che ha messo insieme persone molto diverse e pensieri molto diversi su Gerusalemme.

Il centro del mondo di cui parlo oggi, però, non è legato a una canzone, bensì a un quartiere, Musrara, a Gerusalemme, di cui ho scritto per Limes, nel numero dedicato a La Battaglia per Gerusalemme, uscito nel luglio scorso. Oggi pomeriggio ci sarà una riunione a tre, qui, a poche centinaia di metri di distanza, tra Hillary Clinton, Benjamin Netanyahu e Mahmoud Abbas, e tra i core issues – come si dice tra gli addetti alle questioni politico-diplomatiche – c’è anche Gerusalemme. Musrara è un po’ come il simbolo, di tutto questo. A Musrara l’israeliano Moshe Dayan e il giordano Abdallah el Tal disegnarono sulla carta, alla fine di novembre del 1948, una linea che diventò armistizio e poi storia. La Linea Verde, che divide quello che fu uno dei primi quartieri borghesi della Gerusalemme nuova fuori dalle mura possenti di Solimano il Magnifico.

Ripropongo qui la fine di quell’articolo.

La realtà di questi giorni è solo l’orma impressa sul terreno di una storia che ha subito una cesura, un fossile impresso nella pietra, che segue lo stesso percorso storico delle due parti di Musrara: la parte israeliana, pienamente dentro i cambiamenti sociali del paese; la parte palestinese, sfilacciata e senza più l’anima di un tempo oppure una nuova identità che possa sostituire il retaggio antico. Gerusalemme araba è, insomma, sempre di più frammentata in piccole isole, compound, quartieri che hanno perso – come enclave – quel legame necessario alla vita cittadina. Le ragioni sono nel conflitto, certo. E soprattutto sono in quella ricerca di una Gerusalemme “una e sola” che ha già stravolto la città, diventata allo stesso tempo la città israeliana più popolata (mezzo milione di persone, di cui 200mila nella parte occupata), e la città palestinese con più abitanti (più di 200mila).

La battaglia per Gerusalemme non è, dunque, comprensibile se non si percorre l’intera geografia della città, la geografia storica che ha cambiato, con i decenni, la trama urbana. La battaglia sulle case, sulle tracce lasciate sul terreno dai testi sacri, la battaglia sulle strade, sulla toponomastica, persino sui percorsi del tram, non si comprende in tutta la sua importanza esplosiva se non si percorre la città e – a un tempo – non si rintracciano le memorie identitarie. I cambiamenti apportati dagli ultimi 62 anni di conflitti non hanno colpito solo i riti dell’urbanità, modificando profondamente lo stesso senso di città da parte di tutti i protagonisti dello scontro. Non è solo uno scontro tra identità sempre più competitive tra di loro, quello che si gioca a Gerusalemme. E’ sempre di più la battaglia per una identità esclusiva che, come sempre succede nella storia, è l’identità del vincitore o del più forte. Un’identità esclusiva che lascia all’Altro, pure anello fondamentale nell’identità multipla di una città come Gerusalemme, il ruolo dello sconfitto in una riserva indiana. Debole, e senza più una cultura cittadina viva.

Musrara

Confesso che la storia locale non mi ha mai entusiasmato. Né quella italiana, né – tantomeno – quella mediorientale. Sono troppo formata sulla storia politica per riuscire a distaccarmene. Ma le vecchie foto hanno sempre un certo effetto, su una storica inveterata. Ed è per questo che, dopo aver trovato questa foto del 1910 di Musrara, quartiere di Gerusalemme, prima nella terra di nessuno, poi spaccato a metà tra est e ovest, mi sono un po’ appassionata non tanto alla storia locale, ma proprio a quella di quartiere…

Musrara è un quartiere che ha subito molti cambiamenti. Per gli arabi conserva la vecchia unità, che è nella memoria di chi l’ha fondato tra fine Ottocento e inizio Novecento. Fu a Musrara che furono costruite le prima case fuori dalla cinta muraria della Gerusalemme antica. Le case per l’estate della  media e alta borghesia. Case soprattutto di palestinesi cristiani. Ora, sui cartelli stradali, c’è solo l’indicazione Morasha, anche nella traslitterazione araba e inglese, che individua il quartiere secondo la denominazione in ebraico. Salvo che, per gli israeliani di Gerusalemme, Musrara continua a essere Musrara…