Go! Rachel Corrie, go!

E’ il grido virtuale che emerge da twitter in queste ore. Anzi, da ieri. Un tam tam sommesso ma costante, continuo, tanto da aver trasformato #rachelcorrie in uno degli hashtag (le parole chiave, insomma) più usate sulla messaggeria via internet. L’attivismo si fa anche così, dovrebbe  essere l’immediata risposta. E’ vero, ma non solo. Quel grido, Go! Rachel Corrie, go! – indirizzato alla nave intercettata all’alba in acque internazionali (ancora…) dalla marina militare isreliana mentre era in rotta verso il porto di Gaza City – diche anche che la storia della Freedom Flotilla non si è chiusa. Non si è chiusa con i morti e i feriti (a proposito, sul Guardian c’è un articolo che parla dei risultati delle autopsie sui nove morti: 30 proiettili per ucciderli).  Non si è chiusa con gli attivisti rispediti indietro nel tempo record di 24 ore, e le frasi pronunciate ieri da Recep Tayyep Erdogan lo confermano. Non si è chiusa con il sostegno totale del governo alla decisione di aver mandato le unità speciali ad assalire la Mavi Marmara, e la dichiarazione di questa notte della Casa Bianca fa intuire il rovello in cui è immersa l’amministrazione Obama, che ha ereditato la politica di George W. Bush sull’isolamento di Hamas, e ora si ritrova a dover gestire un cambiamento difficile: la rottura dell’embargo attorno a Gaza.

“We are working urgently with Israel, the Palestinian Authority, and other international partners to develop new procedures for delivering more goods and assistance to Gaza,” said Mike Hammer, spokesman for the White House National Security Council.

The current arrangements are unsustainable and must be changed. For now, we call on all parties to join us in encouraging responsible decisions by all sides to avoid any unnecessary confrontations,” Hammer said in a statement.

Dal punto di vista mediatico, ma soprattutto politico, gli attivisti che si battono per la rottura dell’assedio attorno a Gaza hanno già vinto. Gaza è tornata sul tavolo della comunità internazionale. Con la Freedom Flotilla, con la gestione israeliana del confronto con gli attivisti e soprattutto con la Turchia. E con la reazione per niente spaventata di una piccola nave che porta, non a caso, il nome di una ragazza americana di 23 anni, uccisa da un bulldozer dell’esercito israeliano proprio a Gaza – era la primavera del 2003 – per opporsi alla demolizione di una casa. Quel Go! Rachel Corrie, go! è già la descrizione del mondo dell’attivismo, delle azioni nonviolente, di una capacità di far politica internazionale che gli Stati non sanno affrontare. Ma è anche un grido lanciato verso Israele, e dentro Israele c’è qualcuno che lo raccoglie.

Che il dibattito interno a Israele si sia fatto più complicato, e da prima che la Freedom Flotilla arrivasse a mostrare quello che già stava succedendo dall’Operazione Piombo Fuso, lo si sa. Per chi vuole approfondire l’argomento, che diventerà sempre più importante nei prossimi, c’è un commento oggi di Yossi Sarid su Haaretz. Spiega la durezza del dibattito e dello scontro interno alle diverse anime del paese. Parla dell’attacco a chi non la pensa come la destra del paese.

It is merely a matter of time until they reach me too, and you as well. But by that time, there will no longer be anyone here who can speak out on my behalf or yours.

Le due città

Gerusalemme è una città divisa. Di venerdì, poi, ancor di più. Oggi, in particolare. Due mondi molto diversi a poche decine, poche centinaia di metri. Accanto a me, è in corso da ore un concerto, un concerto di musica rock, e poi quasi-techno, e poi percussioni, e poi pop. Musica a tutto volume, strade bloccate, ragazzi scatenati. A quattro giorni da quello che è successo di fronte alle coste israeliane, in acque internazionali. Con il corredo tragico di morti e feriti. A quattro giorni dall’inizio della più delicata crisi diplomatica che il governo Netanyahu deve affrontare dal suo insediamento in poi. La musica è a tutto volume, e smetterà per lo shabbat, non certo per un  sottinteso rispetto per gli abitanti palestinesi della città, a poche decine di metri di distanza. Intanto, si cantano i Queen, compreso “We are the champions”. Un mio carissimo amico israeliano ieri mi ha spiegato che “Israele e la comunità internazionale parlano due lingue diverse. Usano le stesse parole. Ma quelle parole hanno un significato diverso”.

Al di là della Linea Verde, stamattina  invece c’era invece un incremento della sicurezza, per timore di tensioni e scontri alla Spianata delle Moschee. E per questo, è stato vietato agli uomini sotto i quarant’anni di andare a pregare sul terzo luogo santo dell’islam, alla Moschea di Al Aqsa. Per le donne, invece, nessun divieto, a nessuna età. I palestinesi di Gerusalemme hanno quel disincanto che nasce dall’averne viste tante. Ma a girar per le strade, la sorpresa è tanta, per quello che è successo il 31 maggio. Una mia amica (europea) mi ha pregato di raccontare quello che ha visto stamattina, e io lo riporto così come mi è stato descritto: “ragazzi palestinesi (musulmani) dovevano pregare per strada, perché era loro proibito entrare nella Città Vecchia e andare a pregare sulla Spianata. Ragazzi palestinesi (musulmani) pregavano dietro transenne su cui era scritto Police, a due passi dai cavalli, e i cavalli stavano facendo i propri bisogni. Perché il popolo eletto da Dio proibisce a qualcuno di pregare il suo, di Dio?” 

Benvenuti nella città santa per le tre religioni, che ogni giorno – invece – mostra il suo lato prosaico e politico. Benvenuti a Gerusalemme. E sulla Gerusalemme divisa (e anche su Israele divisa), c’è un racconto di Neve Gordon sul blog della London Review of Books.

Tra concerti e preghiere, la storia della Freedom Flotilla continua. Intanto, continua l’analisi della situazione, da parte di chi la situazione la conosce. Per esempio, Louise Arbour su Die Zeit. Purtroppo in tedesco. La sostanza è che la responsabilità di quello che è accaduto è anche della comunità internazionale, che ha pensato di affamare Gaza per indebolire Hamas.

Viele jener Länder, die jetzt den Mittelmeerüberfall zu Recht verurteilt haben, spielen bei der beklagenswerten Behandlung Gazas selbst eine Rolle. Die Politik der Isolierung Gazas und der Versuch, seine Bevölkerung gegen Hamas zu wenden, waren ebenso wie die Befürwortung eines “Westjordanland zuerst”-Ansatzes keine ausschließlich israelische Linie. Konzentriert man sich nun allein auf diese jüngste Tragödie, verpasst man die viel größeren und wichtigeren politischen Lehren, die diese mit sich bringt.

Die Öffnung für humanitäre Hilfe wäre eindeutig ein wichtiger Schritt. Aber sie ist keine ausreichende Antwort auf eine Politik, deren grundlegende Prämisse moralisch gleichgültig und politisch kontraproduktiv ist. Die Herausforderung ist nicht hauptsächlich humanitärer Natur. Sie liegt und lag schon immer in der Politik. Deswegen müssen auch politische Entscheidungen getroffen werden: darüber, wie man mit Gaza, mit Hamas und mit der Möglichkeit einer neuen palästinensischen Regierung umgehen soll. Der Versuch, Hamas seit deren Wahlsieg in 2006 politisch zu untergraben, hat eindeutig nicht funktioniert. Dies auf Kosten der Bevölkerung von Gaza zu machen, ist falsch. Die internationale Politik gegenüber Gaza bedarf deshalb einer gründlichen Überprüfung.

Intanto, sull’arrivo della MV Rachel Corrie c’è un po’ confusione. Stamane era arrivata la notizia che la nave battente bandiera irlandese aveva invertito la rotta, dirigendosi verso l’Irlanda. Più tardi, la smentita. La MV Rachel Corrie va verso Gaza, ed è a 150 chilometri dalla costa. Dovrebbe arrivare domattina.

E allora? Perché la notizia dell’inversione di rotta? Disturbi sulla linea?

Nella foto, Mairead Maguire, premio Nobel per la Pace, passeggera della MV Rachel Corrie.

Tra i morti e la exit strategy

Vista da Gerusalemme, oggi, la crisi sulla Freedom Flotilla ha due questioni in ballo. Il dibattito in Israele sulla exit strategy necessaria per uscire dall’affaire. E la ricostruzione di quello che è realmente successo all’alba del 31 maggio, ora che gli attivisti della Freedom Flotilla sono stati espulsi da Israele (dove non volevano entrare, visto che volevano andare a Gaza) e che, dunque, la versione dell’assalto alla Mavi Marmara non è più solo una, quella ufficiale israeliana, fornita ai giornalisti che sono stati tenuti lontani sia da Ashdod sia dagli attivisti.

Prima di fornire qualche link e qualche spunto sui due corni del problema, però, mi preme una domanda. Ma i morti dell’assalto alla Freedom Flotilla dove sono, come si chiamano, di che nazionalità sono, come sono morti?  Un rapporto citato dalla tv turca dice che nove corpi  sono stati esaminati nella morgue di Istanbul. Uccisi, dice il rapporto, da proiettili sparati da distanza ravvicinata (anche su El Pais).

E ora, i link. Intanto, l’editoriale odierno di Haaretz, che coglie alcuni dei contraccolpi che Israele sta già subendo per l’azione degli uomini di Shayetet 13.

The lethal operation is making it difficult for the U.S. administration to rally a majority in the UN Security Council for new sanctions against Iran and is eroding the international front against the Islamic Republic, which the United States has put together with great diplomatic effort. The naval operation challenges the negotiations with the Palestinians and weakens the bargaining ability of Netanyahu vis-a-vis U.S. President Barack Obama and Palestinian President Mahmoud Abbas. The operation also ruins essential relations with Turkey and will cost Israel in lost tourists and export deals.

Instead of taking the initiative and developing a political exit strategy from the crisis, Netanyahu and Barak are digging themselves deeper into the quagmire. The government apparently believes its own public relations, according to which Israel was the victim of “Al-Qaida supporters.” If this is the case, it must immediately dismiss the heads of the security and intelligence services who failed to issue warnings in time and did not prepare accordingly to meet this new and dangerous enemy. How does Israel plan to deal with the Irish ship the Rachel Corrie, which is on its way to the Gaza Strip? Will it also argue that the Irish government, which has given this ship its backing, is a member of Al-Qaida?

Quello che manca, in questa lettura, è una descrizione un po’ più profonda del ruolo della Turchia, non solo verso Israele ma verso tutta la regione. Ankara è stata tenuta volutamente in un angolo, sia sulla questione del conflitto israelo-palestinese, sia su quella del negoziato interpalestinese. Ora, però, molto, se non tutto, è cambiato. La Turchia non vuole più essere messa in un angolo, chiede la fine dell’embargo a Gaza, vuole essere coinvolta in una questione che solo apparentemente non la riguarda. E non per nostalgie ottomaniste, ma perché la Turchia è un attore ineludibile per tutto quello che concerne la stabilità mediorientale: dallo spazio aereo verso l’Iran, alle linee energetiche, al rapporto con la Siria, al futuro dell’Iraq (Kurdistan compreso, per chi se lo fosse dimenticato), alla soluzione di un conflitto – quello israelo-palestinese – che congela la regione in uno status quo che non conviene a  nessuno degli attori fuori da Israele. Perdere l’alleato turco non vuol dire solo perdere turisti. Significa perdere tutto il resto, e – nel caso di Israele – ricevere pressioni fortissime riguardo a importazioni di non poco conto, acqua inclusa.

Raed Salah, il leader del Movimento Islamico in Israele, viene rilasciato oggi, nonostante ieri un tribunale di Ashkelon avesse deciso la detenzione preventiva di una settimana. Sostiene, dice Haaretz, che i commandos volevano ucciderlo. “The soldiers tried to kill me,” said Salah just before his release from police custody on Thursday. “They shot in the direction of someone they thought was me.” La voce era già girata ieri, in Israele.

Dalla MV Rachel Corrie, in rotta verso Gaza, grazie a twitter. Lo hashtag migliore è #flotilla.  3 pm Malaysian Time: Latest Statement from Shamsul Akmar on behalf of the Malaysians aboard MV Rachel Corrie “Glad to hear about the release of fellow Malaysians although concerned to hear they were not well treated. “Hope we don’t have to go through the same ordeal but that choice is not ours. We are prepared to face whatever situation that awaits us and we are determined to go ahead and carry on with this mission. Hopefully with international pressure and backing from the various Governments we will be able to go further and be given safe passage to Gaza” “everyone on board is in high spirits”.

 Hamas blocca l’ingresso degli aiuti. Queste le condizioni, sempre tratte da Haaretz, oggi giustamente stracitato. 

“Ahmed al-Jurd, Social Welfare Minister in the Hamas government which rules Gaza, said the adi would be blocked until Israel met all of the group’s conditions. Israel must release all of the activists detained after Israel’s raid on the Gaza-bound convoy  and transfer all, not just part, of the seized cargo, Jurd said. He added that since the convoy was organized in Turkey, it was up to Ankara to decide whether to allow the goods to enter the Strip”.

Prime testimonianze degli attivisti che erano sulla Mavi Marmara. Dal Telegraph, e dal World Bulletin.

Update: Per il ministro israeliano Ben Eliezer, la questione ruota tutta attorno a una cattiva gestione della comunicazione.

La foto è tratta da Mondoweiss. E’ una delle foto pubblicate che mostrano il contenuto delle navi, illustrato in una conferenza stampa dalle autorità israeliane. In bella mostra, Pikachu. Per chi non ha bambini piccoli, svelato il mistero: è uno dei Pokemon, mostriciattoli addestrati dagli uomini, piccoli guerrieri che si scontrano in combattimenti tipo medievale. Ma sono giapponesi.

 

Le voci di dentro

Una storia va raccontata ascoltando tutti i suoi protagonisti, insegna il motto di Albert Londres, fatto proprio dalla mia Lettera22, secondo il quale “l’unica linea che un giornalista è tenuto a rispettare è quella ferroviaria”. E allora, dopo aver ascoltato la versione ufficiale israeliana e le uniche informazioni sui morti, i feriti, gli espulsi, le dinamiche che sono arrivate dalle autorità di Tel Aviv, cominciano a uscire, con gli espulsi dal territorio d’Israele, anche le altre voci. Le voci di dentro delle navi della Freedom Flotilla.

Le raccoglie, per esempio, il Guardian, che riporta i racconti di uno degli attivisti tedeschi, di oltre 70 anni, e di Henning Mankell, autore svedese, papà della figura del commissario Kurt Wallander, protagonista – tra l’altro – anche del Palfest, del festival della letteratura palestinese che si è svolto tra Gerusalemme est e la Cisgiordania nei primi giorni di maggio.

He also denied there had been any weapons aboard the aid ships. “I can promise there was not a single weapon aboard the ships,” he told a reporter who was returning to Sweden with him after the writer had been deported by Israel.

Intanto, la MV Rachel Corrie  è salpata da Malta alla volta di Gaza. La nave, battezzata col nome dell’attivista americana uccisa da un bulldozer dell’esercito israeliano a Gaza, batte bandiera irlandese. E il primo ministro di Dublino, riferendo in parlamento è stato molto chiaro nel chiedere a Israele di far passare la nave senza fermarla e senza danneggiarla. Altrimenti, ha detto, ci saranno “gravi conseguenze”. L’Irlanda, che ha cinque attivisti sulla Freedom Flotilla, ha in corso con Israele ancora la storia dei passaporti irlandesi rubati e falsificati, usati dagli agenti del Mossad per andare a Dubai a uccidere un leader di Hamas. E proprio oggi, da Dublino, arriva la notizia che l’indagine sui passaporti  chiederebbe al governo irlandese l’espulsione di un funzionario dell’ambasciata israeliana sospettato di essere coinvolto nell’affaire.

Sulla MV Rachel Corrie c’è anche il premio Nobel Mairead Maguire, oltre ad altri attivisti irlandesi e malaysiani.

Il mio commento di ieri, sui pacifisti e il loro ruolo politico, è riveduto e corretto sul sito di famiglia cristiana.

Altri aggiornamenti, nel pomeriggio. Buona festa della Repubblica a tutti i naviganti.